#TalkingBook : il libro parla da solo?

Quante volte vi sarà capitato di restare folgorati da una citazione? Suppongo tante, anche perché nell’era dei social network dove la velocità, la rapidità dei movimenti e delle parole, diventano legge, una frase d’effetto può fare la differenza.

Tempo fa abbiamo detto che l’abito non fa il monaco, ma forse la copertina di un libro sì, e oggi vi spiego come mai ho deciso di sperimentare questa nuova forma di “recensione”, una recensione che il libro fa da sé, perché “si mette a nudo” e parla attraverso le sue stesse parole. Diventa, insomma, un Libro parlante o, appunto, un Talking Book.

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Esistono diversi modi per recensire un libro: c’è la recensione classica, quella che di solito potete trovare sui quotidiani o sui blog letterari (come questo, ça va sans dire), ci sono le video recensioni (come quelle che potete trovare sul mio canale YouTube, per esempio), ci sono le recensioni che fanno parte di rubriche specifiche (come quella che tengo su HuffPost Italia, Food&Book). E poi esistono i consigli di lettura e le promozioni sui social, penso chiaramente alla #SocialLetteratura di cui tanto abbiamo discusso e che continuiamo a sperimentare su Twitter.

E poi esistono le recensioni fotografiche, grazie proprio a quelle citazioni che tanto ci colpiscono: è questa la mia nuova sfida, incuriosire il lettore partendo e terminando con il libro stesso. Non una semplice foto della copertina del libro, ma un’immagine-ritratto del romanzo in questione, in cui compaiono tre citazioni e tutti gli elementi fondamentali che fanno parte della narrazione.

Fino ad ora i miei talking book sono stati: Luca Ricci, I difetti fondamentali (Rizzoli)

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Anna Giurickovic Dato, La figlia femmina (Fazi)

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Marco Ferrante, Gin tonic a occhi chiusi (Giunti)

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Crocifisso Dentello, La vita sconosciuta (La nave di Teseo)

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Lorenzo Marone, Magari domani resto (Feltrinelli)

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Carmen Pellegrino, Se mi tornassi questa sera accanto (Giunti)

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Ognuna di queste immagini possiede la forza evocativa del libro stesso, arricchita non solo dalle parole stesse degli autori, ma anche dall’inserimento di tutti quegli elementi che fanno parte della storia, gli ingredienti principali della trama e del vissuti dei singoli personaggi.

Cerchiamo di coniugare la bellezza dell’immagine visiva con la profondità e l’intensità del testo. Allora? Quanto ci piacciono i libri chiacchieroni?

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10 commenti Aggiungi il tuo

  1. pacoinviaggio ha detto:

    Recensioni molto originali. Anch’io fisso le citazioni che più mi hanno colpito nella mia memoria digitale (il mio blog). Ti tengo d’occhio, a presto.

  2. Matteo Modesto ha detto:

    Ritengo la copertina, la presenza di una foto o un disegno ad effetto( meglio se molto attinente con la storia) frutto della prima importante impressione. Dopotutto anche una torta in una vetrina di pasticceria prima la giudichiamo visivamente e se ci convince potremmo assaggiarla.

  3. VITTORIO ha detto:

    Le citazioni saranno folgoranti, ma ciò che mi ha davvero fulminato è l’uso disinvolto degli accenti. Quando impareremo che accenti quali la lunga (-) , la breve ( ̆ , tu hai scritto ‘ĕ l’indignazione’) nella nostra lingua non esistono? Quando la finiremo di bistrattare la nostra lingua? Proprio voi scrittori o critici letterari non potete e non dovete permetterlo e premettervelo. Allora, Giulia, fermiamoci agli accenti nelle parole terminanti per ‘e’. Lo sai o non lo sai che gli unici accenti esistenti nella nostra lingua sono quello grave (da sinistra verso destra ) e quello acuto (da destra verso sinistra ) e che quindi la ‘e’ verbo va scritto ‘è’, con l’accento grave e non con l’accento acuto (‘é’, ‘c’é’) come tu hai scritto? Sì, che lo sai, e allora? Come la mettiamo? Tu hai una grande responsabilità verso noi lettori. Tu, con le tue note critiche, che si leggono peraltro volentieri, non ti puoi permettere di essere distratta, disinvolta o peggio trasandata. Quindi – e concludo – per il futuro ricordati degli accenti e che la ‘e’ con l’accento acuto (é) va soltanto nelle congiunzioni subordinanti ‘giacché’, ‘poiché’, ‘affinché’, ‘finché” ecc. ecc. D’altra parte se le nostre tastiere hanno due ‘e’ diversamente accentate (a parte la ‘e’ congiunzione), un motivo ci deve pur essere. Non ti pare? Ciao. (Vittorio da Palermo).

    1. Giulia Ciarapica ha detto:

      Carissimo Vittorio, io sinceramente gli errori di cui tu parli non li vedo. Le mie “e” verbo hanno accento esatto e tutta questa complicazione mi pare senza senso.

      1. VITTORIO ha detto:

        Contenta tu … Vittorio

      2. Giulia Ciarapica ha detto:

        Non è questione di essere contenti o no. Portami l’esempio esatto di un accento sbagliato in QUESTO articolo, poi ne discutiamo. Sarà sfuggito a me, ma io non ne vedo. Tutti gli “e” verbo sono scritti con “è” e la “e” di perché con “é”.

  4. amaranthinemess.blogspot.it ha detto:

    Come sai adoro fotografare i libri… non li faccio “parlare” come li fai parlare tu (anche se sì, le citazioni, fotografo anche quelle!) però adoro ritrarli come oggetti, come cose fisiche che occupano spazi. A volte mi sembra di dissacrare la natura del libro che è tutto fuorché materia e spazio occupato però credo anche che in un’epoca estremamente utilitarista come la nostra un’educazione visiva al bello (che sia bello dentro e fuori) possa essere importante 🙂

    1. VITTORIO ha detto:

      Carissima Giulia, forse ti è sfuggito – o forse sono stato io poco chiaro – che le mie osservazioni riguardavano le trascrizioni a mano delle citazioni. Esaminale attentamente e vedrai che esse non sono tanto senza senso. Che bello poter dialogare così senza alterarsi. Civilmente. Vittorio.

      1. Giulia Ciarapica ha detto:

        Ah ecco! Allora sì!!! E grazie!

  5. Matteo Modesto ha detto:

    Ma ci sono aspetti molto discutibili sulla lingua. Non andrei a rompermi la testa su errori di battitura o sintassi ma su contenuti. Poi gli errori vanno giustamente correttia senza dare una condanna a morte a scrittori che ne compiono. Sapevate che un tempo nei monasteri benedettini si scriveva Ki al posto di chi?

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