Di Napoli, di rondini e di persone che restano: intervista a Lorenzo Marone

E’ in libreria dal 9 febbraio ed ha già scalato le classifiche, è uno degli autori italiani più letti ed apprezzati del panorama italiano contemporaneo, ha esordito con un romanzo che è stato definito un “caso letterario senza precedenti”, tradotto in diversi Paesi e che ha attirato l’attenzione di un regista del calibro di Gianni Amelio, deciso a farne un film.

Stiamo parlando di Lorenzo Marone, che dopo La tentazione di essere felici (Longanesi) e La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi), torna in libreria con Magari domani resto (Feltrinelli).

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Cambia il protagonista: dopo Cesare ed Erri arriva Luce, una donna forte e volitiva, come la sua città, Napoli, luogo dai mille volti e dalle molteplici, meravigliose, contraddizioni.

Luce Di Notte è un avvocato, vive nei Quartieri Spagnoli e lavora nello studio di Arminio Geronimo, ma in ufficio le vengono affidate solo scartoffie – nonostante la sua laurea a pieni voti – fino a quando non arriva l’incarico importante: Luce dovrà occuparsi di un caso di affidamento di minore. La questione è delicata, il caso nasconde molte ombre e, forse, anche per Luce è arrivata la resi dei conti con il passato e, probabilmente, anche con il futuro.

Lorenzo Marone tocca, come sempre, le corde più intime del vissuto dell’uomo, confrontandosi con le mancanze, le illusioni perdute e le speranze. Anche Luce sarà costretta a rivedere la sua vita, ad analizzare il rapporto con una madre chiusa e bigotta, apparentemente incapace di dare amore, con un padre assente, un fratello fuggito al Nord, un amore finito, logoro e sbrindellato, e un lavoro insoddisfacente.

Ma Luce non sarà sola, la aiuteranno Carmen, Kevìn, Don Vittò, il cane Alleria e la rondine Primavera. E forse, a suo modo, la aiuterà anche Napoli a trovare la forza di restare, anche e soprattutto con se stessa.

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Dopo due personaggi maschili di grande successo, come Cesare ed Erri, torni in libreria presentandoci una nuova identità, quella di Luce. Una protagonista vulcanica, una coraggiosa amazzone della quotidianità. Da dove nasce l’idea?

 

Volevo tornare a raccontare un personaggio forte e volevo qualcosa che fosse lontano da me, dopo l’esperienza de La tristezza ha il sonno leggero che è il mio romanzo più autobiografico.

Luce, tuttavia, conserva dei tratti tipici degli altri due protagonisti maschili: ad esempio sembra avere un po’ della cupezza di Cesare, del suo essere burbero e schietto, mentre assomiglia ad Erri per quanto riguarda la fragilità emotiva, legata al passato e all’infanzia…

Tutti i miei personaggi si portano dietro una serie di vuoti, di mancanze, che li costringono per certi versi a essere forti e coraggiosi, li costringono anche a crearsi delle maschere, delle corazze, ma, allo stesso tempo, li rendono persone sensibili, capaci di scorgere ciò che di bello la vita offre ogni giorno.

Magari domani resto è sicuramente un romanzo anche su Napoli, su questa città che diventa una vera e propria persona, potremmo quasi dire dal “carattere ingombrante”. Su Vanity Fair hai scritto: «Napoli è bianco e nero, è salite e discese (…), periodi di splendori e di buio, (…) è andare, fuggire via maledicendola e poi tornare da lei in punta di piedi. È restare, resistere, tirare avanti e sperare che domani vada un po’ meglio». È questa la Napoli di Luce, di Kevin, di Don Vittò?

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Foto di Italiavai.com

Napoli è una città complessa, nero e bianco, e non può essere identificabile, nonostante quasi tutti ci provino. Non è solo Gomorra, per fortuna, e non è sole, pizza e mandolino. È una città senza barriere, quartieri popolari che nascono ai piedi di quelli nobili, vecchie famiglie aristocratiche che convivono con i criminali nello stesso vico. Io cerco di raccontare la Napoli normale, le vie di mezzo, i dettagli che la rendono un’esperienza sicuramente straordinaria. Napoli è una sceneggiatura perfetta nella quale ambientare una storia, è la tavolozza sulla quale dipingo le mie storie. Napoli ti fornisce ingredienti di prima qualità, a noi il compito semplicemente di impiattare 🙂

Cosa significa per te scegliere di restare a Napoli e non pensare di andartene, come hanno fatto molti dei tuoi conterranei, nonché colleghi di scrittura – penso, ad esempio, a Stefano Piedimonte che si è recentemente trasferito a Milano?

L’andare o restare è un discorso ampio, relativo nel libro soprattutto a se stessi, il restare inteso come resistere, come guardarsi dentro, affrontare le paure, curare ciò che si ha, il proprio piccolo pezzettino di mondo. Andare, invece, può significare cercare di evadere da sé, fuggire, avere paura di guardarsi dentro. È ovvio che è un tema molto caro anche alla mia città, da sempre oggetto di grandi flussi migratori. Io non sto con chi resta a discapito di chi va, dico solo che a volte “bisogna cambiare d’animo, non di cielo.”

In tutti i tuoi romanzi emerge chiaro e forte il richiamo alla famiglia: famiglia come protezione ma anche famiglia intesa come i tasselli di un mosaico, tasselli che, a volte, rischiano di perdersi. Di qui, la mancanza. Cos’è per Lorenzo Marone la Famiglia?

È il luogo dell’accoglienza, del riparo, le pergole alle quali fare ritorno, per citare Primavera, la rondine del libro. Però può anche essere il luogo dove si formano le voragini, i vuoti e le mancanze con le quali hanno a che fare tutti i miei personaggi, come dicevamo. Tutto parte da lì, insomma. Non sono un grande estimatore della famiglia in senso tradizionale, perché a volte le famiglie relegano l’amore dentro quattro mura e diventano dei fortini, amo, invece, l’empatia che scatta fra le persone e che le porta a volersi riparare insieme. La famiglia per me è il luogo delle attenzioni. In tal senso anche una casa nella quale ti aspetta solo un cane può essere famiglia.

«Essere abitudinari non è poi così da sfigati. I bambini sono abitudinari. E i cani. Il meglio che c’è in giro». Che rapporto hai con le abitudini?

Non è tanto parlare di abitudini, questo libro non è un elogio delle abitudini, quanto piuttosto un elogio di quelle piccole grandi cose quotidiane che ci aiutano a stare meglio, che ci fanno  tendere verso la felicità, le piccole cose che noi, spesso, nemmeno notiamo, presi da tutt’altro. È uno sprone ad accorgersi di ciò che si ha, a vedere il bicchiere mezzo pieno, a rendere il nostro mondo più bello, a dare il giusto valore alle cose.

«Bisogna cambiare d’animo, non di cielo». A chi appartiene questa frase, dal sapore filosofico?

Il primo ad esprimere questo concetto se non sbaglio è stato Orazio, poi Seneca ha testualmente scritto questa frase nelle epistole a Lucilio.

In questo romanzo, la parola “camorra” viene pronunciata realmente una sola volta, nonostante se ne faccia diffusamente cenno, anche per il fatto che uno dei personaggi, il marito di Carmen Bonavita, sia proprio un camorrista.

Già, non parlo mai di camorra, c’è già chi lo fa e il mio contributo non aggiungerebbe nulla. Nel mio piccolo cerco sempre di far emergere il lato positivo di Napoli, il bianco che si contrappone al nero. Esiste Gomorra, ma esiste anche un’altra Napoli poco raccontata, perché non interessa e non fa notizia. Anche in un quartiere difficile e ad alta densità criminale esistono persone perbene come Luce che ogni giorno vivono nella legalità nonostante tutto.

Potremmo idealmente tracciare un filo conduttore, un fil rouge che lega tutti i romanzi di Lorenzo Marone? Magari alla ricerca di un’evoluzione, di una crescita personale, insita nei personaggi stessi.

Sì, è proprio così, tutti i miei personaggi sono alla ricerca di sé, si guardano dentro per trovare il coraggio di riprendere in mano la loro vita, il coraggio di prendere altre strade o migliorare ciò che hanno. Non faccio altro che parlare delle vite di ognuno di noi, imperfette, semmai piene di vuoti, ma sempre bellissime, sempre da vivere fino in fondo, con tutto l’entusiasmo e la forza possibili.

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