Un’amicizia: chi vince, chi perde, cosa resta. Tutto

AVVERTENZA PER IL LETTORE: questa non è una recensione, e dunque non troverai, lettore, riferimenti diretti alla trama. Non ci sarà un riassunto di quel che accade in “Un’amicizia” (per questo ti invito a cliccare qui, di modo che tu possa sapere quale sia la dinamica contenutistica del romanzo), ma un contributo critico ai temi del libro.

Grazie.

«Io non so chi sono».

«Perché tra noi due, quella che ha tradito sei tu».

Precipitano giusto nelle pagine finali del romanzo, queste due frasi che potremmo leggere come la summa di un intero percorso, una via tracciata dall’autrice per delineare due spicchi dello stesso cielo – uno diurno e l’altro notturno –, le due metà del medesimo volto che, quando si prova a ricongiungerle, danno un esito disastroso – un viso sformato, distorto, una specie di piccolo Frankenstein della provincia italiana degli anni Duemila. Il cerchio che contiene il quadrato e, anche, il quadrato che contiene il cerchio; ma il cerchio non sarà mai il quadrato e il quadrato non sarà mai il cerchio.

È questo, in fondo, l’ultimo romanzo di Silvia Avallone, Un’amicizia (Rizzoli, 2020), un gioco di incastri senza soluzione, in cui i livelli si mescolano senza rispettare le precedenze, i piani si confondono fondendosi in un unico grande castello di ambiguità – nondimeno, sono i dubbi e le sconfitte le sole certezze delle vite (tutte, senza sconti per alcuno) che si dibattono qui dentro. Ed è così che la Avallone rispetta – pur da outsider qual è – le regole della Letteratura: domande, solo domande; e non perché la risposta non ci sia, ma perché non serve, non è mai servita né aiuta a vivere meglio.

Lo sa benissimo Elisa, protagonista morantiana in circostanze contemporanee, voce narrante del libro e anche per questo unica ambasciatrice del dolore di tutti gli altri. Inutile dilungarsi sul contenuto del romanzo, è chiaro fin dalle prime pagine: è la storia di un’amicizia – feroce, scorretta, piena d’amore veicolato nel modo sbagliato, eppure il solo possibile, dunque senza via di fuga (“tu eri me”, si dicono carnefici e vittime guardandosi negli occhi, mescolando i ruoli) –, così come è la storia di una famiglia e di due nuclei familiari. La famiglia sono Elisa e Beatrice, le scintille di fuoco che schizzano da una pagina all’altra inseguendo sogni lunari mai compiuti, amiche del liceo, amiche di quella guerra quotidiana che chiamano “vita”, complici del non detto e del rifiuto ma anche dei sortilegi che si propagano da ogni menzogna; i nuclei familiari, invece, sono quelli attorno: Ginevra, Riccardo, Costanza e Ludovico per Beatrice; Annabella, Paolo e Niccolò per Elisa.

Va subito dichiarato *il fatto*: se Elisa è, come già detto, una protagonista morantiana, lo è a ragion veduta. Silvia Avallone dichiara la verità: questo romanzo non è Menzogna e sortilegio, certo, ovviamente (sebbene il mistero di Elsa Morante troneggi fin dalle prime pagine, come una macchia che nessuno può cancellare: Elisa, nel corso del trasferimento da Biella a T non restituirà mai Menzogna e sortilegio alla biblioteca da cui l’ha preso in prestito; dunque l’oggetto libro, e la Morante nello specifico, diventano fin da subito un feticcio, un ricordo, una magia che la legherà per sempre alla sua città natale, dolorosamente abbandonata per volere della madre), ma io, Silvia, posso compiere quel gesto che mi avvicina di soppiatto alla mia “scrittrice-immagine”: la parodia.

Un passo indietro. Elsa Morante – come ricorda Graziella Bernabò nel suo saggio “La fiaba estrema” (Carocci) – rispetto ai modelli vecchi e nuovi, letterari e non, ricorre “a una parodia che è altra cosa dalla comicità, ponendosi come una ripresa seria, e a tratti perfino dolorosa, di modelli del passato, e non come un semplice scimmiottamento degli stessi. Non a caso, continua Bernabò, “nella produzione morantiana, la parodia si situa sempre in territori tragici”. Ecco, dunque, svelato l’arcano – che deve essere reso noto nell’immediato, altrimenti potrebbe sfuggire l’essenziale: Avallone non come Morante ma come parodia della stessa.

Giungono a sostegno della tesi molti indizi, il primo dei quali è la scelta del nome della protagonista narrante, Elisa. Una Elisa – tanto quella di Menzogna e sortilegio quanto quella di Un’amicizia – che non solo sente premere su di sé le memorie del passato, avvertendo la presenza di certi fantasmi che incombono supplicando di trovare la vita d’uscita, ma che ricostruisce un’intera vicenda volgendo lo sguardo soprattutto alle donne. Sono loro a dominare e a sorreggere, nel bene e forse soprattutto nel male, l’architettura del vivere. Che poi anche il nome delle madri naturali delle due Elise si somigli – Anna per la Elisa di Menzogna e sortilegio e Annabella per quella di Un’amicizia – importa relativamente, ma potrebbe diventare più interessante il riferimento all’oggetto magico dei due romanzi. Se in quello della Morante era un anello con un rubino e un diamante, donato inizialmente da Edoardo ad Anna, poi a Rosaria e infine tornato ad Anna prima che morisse, in quello della Avallone è un paio di jeans da quattrocentotrentaduemila lire, rubato e pieno zeppo di Swarovski, che diventa il suggello di un’amicizia, il punto di non ritorno – pena, la morte.

Silvia Avallone. Foto di: Jean-Luc Bertini. Fonte: Il Libraio

La morte, appunto. Ho sbagliato nel dire che sia un punto di non ritorno, non è vero. La morte è solo un fatto e come tale va dimenticato in fretta, per poi essere nuovamente assimilato fra le pagine della Letteratura. Così come l’amore, la passione, l’eros nudo e crudo, tutto quel che nasce, cresce e si sviluppa in seno alle donne. Eccoci ancora qui, a parlar di donne. Cattive, manchevoli, complici del fallimento e del male di esistere, ma proprio per questo coraggiose e giganti. Regna una Grande Madre indiscussa in questo romanzo, che è l’animo dell’azione e della parola: Beatrice è colei che giudica, Elisa colei che implora, Annabella colei che sottrae, Ginevra il caposaldo della non accettazione – e sarà la prima a soccombere, a riprova del fatto che tutto va avanti a prescindere dagli altri, anche dalle madri, che pure lasciano vuoti, sia da vive che da morte.

In Un’amicizia, però, non ci sono solo donne ma anche uomini. Paolo, Lorenzo, Niccolò. E poi Valentino, come quello di Pascoli ma anche della Ginzburg. Quale il loro ruolo? Quale la profezia che si portano appresso? Creare piccoli danni, vertigini momentanee, cambiare le carte in tavola ma solo per confondere un poco le acque; non sono come loro, le donne, che lavorano per realizzare voragini, pozzi senza fondo da cui non si riemerge mai. Eppure, è lì in fondo che il sole arriva sempre, la luce filtra come una lama e uccide senza ferire. Ognuna di loro porta dentro un segreto – da Beatrice che non sa chi sia a Elisa che vuole negarsi la pace della colpa, da Annabella che nasconde la passione per la musica a Ginevra, che chiude in un diario la sua vita sfilacciata. Misteri individuali che, se sommati, conducono al mistero universale, quello che appartiene a tutti, indistintamente.

Ma questo è anche il romanzo del tradimento e della menzogna – altrimenti, che senso avrebbe Menzogna e sortilegio? – e dunque della Letteratura. Un romanzo della Letteratura, sì, perché definire “metaletteratura” i numerosi richiami alle opere di Sereni, Sanguineti o Ferrante, nonché tutte le riflessioni di Elisa sul senso delle parole, sull’utilità, il fine ultimo dei libri, non avrebbe senso. I romanzi sulla Letteratura iniziano ad esistere quando esiste la percezione del vero e del falso, della menzogna – eccoci – e della realtà – dunque del sortilegio. La realtà aumentata di Beatrice – lei che “flirtò subito con la Storia. La intuì, se la prese”, lei che vedeva oltre il visibile eppure viveva accanto all’invisibile, cioè Elisa, la “signora Nessuno”, la sua famiglia, “tu eri me”, ricordate? – è il sortilegio che tiene sotto scacco tutto e tutti. Si crogiola nella finzione esponendosi al vuoto offertole da Internet, ma questo – Elisa lo sa – è il solo modo che ha per far perdere le proprie tracce: il travestimento che le serve per apparire è lo strumento magico per annientarsi (vi ricorda qualcuno? Potrebbe: Lila ne L’amica geniale ha fatto più o meno la stessa cosa). Ecco perché, in ultima battuta, accade l’impensabile ed esplode in un’unica frase: “solo l’invisibile accadeva sul serio”: la Letteratura.

Perciò, non resta che la parola. Elisa ha vinto – perché Elisa è la vittima che uccide e tradisce, proprio come Beatrice – ma cosa ci guadagna a vincere? E cosa, poi? Aver stanato Beatrice, certo, aver scoperto che l’unica cosa che la sua amica non geniale – non lo sarà mai – desiderava era “il silenzio assoluto sulla verità, sul passato e su di me”.

Ma tutto questo, è chiaro ormai, non è che la punta dell’iceberg di ciò che “Un’amicizia” si porta dentro, il romanzo più compiuto, più poetico, più reale e magmatico di Silvia Avallone.

Silvia Avallone vista da Renzo Sciutto

Silvia Avallone vista da Renzo Sciutto: caricaturista, illustratore e sceneggiatore, Sciutto ha scritto soggetti e sceneggiature per “Topolino”, “Almanacco Topolino”, “Paperino mese”; ha collaborato come disegnatore con “Sorrisi e canzoni tv”, pagine di cultura ed economia del “Corriere della Sera”, “Uomo Vogue” e “La settimana enigmistica”.

Potete seguirlo su Instagram:

@caricature_perteforyou

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