#AmoreDiLetto

Massimo Roscia e il Signor Emme: la sfida è aperta

Voi esseri umani siete molto strani. Siete tanto intelligenti da imporvi sul mondo, sugli altri animali, sulle piante e tutto il resto ma non riuscite a gestire questo grande potere.

Da “Il dannato caso del Signor Emme” di Massimo Roscia (Exòrma)

L’ultimo lavoro di Massimo Roscia, Il dannato caso del Signor Emme (Exòrma), è uno di quei romanzi che lascia addosso al lettore una tale curiosità da innescare tutta una serie di ricerche legate al mondo dei personaggi che vivono all’interno del libro. In questo caso, uno in particolare stimola la nostra naturale propensione a volerne sapere di più: Paolo Monelli.

Perché Roscia, attraverso una storia multiforme e pluridimensionale, che vibra in spazi e tempi non necessariamente definibili ad occhio nudo, si serve di quattro (più uno) protagonisti per spingerli sulle tracce di questo misterioso Signor M. (Monelli, appunto), una delle tante vittime non solo dell’oblio ma proprio della damnatio memoriae: l’obiettivo di mamma Carla (ex giornalista, paladina delle cause perse, viaggia in sella ad un ex scuolabus convertito a camper e targato Zagabria), zio Giordano (vi dice niente Bruno?), Gemello Uno (con QI di molto superiore alla norma) e Gemello Due (beh, diciamo che lui è l’artista della famiglia, il genio – un po’ tonto – incompreso) – più BUF, ma lui è un’altra storia e vi lascio la sorpresa di scoprire da soli chi – o forse dovrei dire “cosa” – sia – è quello di ricomporre la vita e le opere del Signor M., mettere tutto in un fascicolo e poi sottoporlo al giudizio dell’oscura Congregazione dell’Indice delle vite cancellate e delle opere proibite.

Per addentrarci ancora meglio nel mondo magico di Massimo Roscia (e quindi di Paolo Monelli, in questo caso), ecco a voi una curiosa intervista all’autore.

Massimo Roscia
  • “Il dannato caso del Signor Emme”: qual è stata l’idea di partenza e perché hai “riesumato” proprio Paolo Monelli?

Volendo/dovendo scrivere un romanzo sulla damnatio memoriae, pena che considero più spietata ed esecrabile persino della morte, ero alla ricerca di un personaggio dimenticato, messo ai margini, condannato all’oblio, cancellato come se non fosse mai esistito. Quando mi sono imbattuto in Paolo Monelli, che conoscevo solo come critico enogastronomico, ho scoperto uno spirito libero, un raffinato scrittore, un eclettico giornalista capace di spaziare tra ambiti culturali diversi e di ibridare saperi, un vero maestro della letteratura odeporica, un arbiter elegantiarum, un difensore della lingua italiana, un amante della grammatica e dei congiuntivi… Insomma, un grandissimo intellettuale, sepolto dal silenzio e completamente rimosso dalla memoria collettiva. Era lui. Avevo trovato il mio dannato perfetto. Sì, era proprio lui, era il Signor Emme.

  • Nel romanzo ti avventuri nella grande varietà di temi di cui Monelli – il signor Emme, appunto – si è occupato. Tiro a indovinare, ma credo ce ne sia uno in particolare che ti sta a cuore: «che sia per viltà, inerzia, pigrizia, stortura mentale, servilismo o malinteso adeguamento ai tempi, non saprei dire. Quello che so per certo è che nessuno scrittore o studioso si cura più di conservare un idioma nobile, armonioso, duttile e solenne come l’italiano». Monelli, a proposito della lingua italiana, scriveva tutto questo almeno sessant’anni fa. Che avrebbe detto, oggi, delle “apericene”?

Monelli, sbuffando fumo dalla sua pipa, avrebbe recitato una formula imperativa per esorcizzare il maligno come: «Ricaccia nell’inferno questa demoniaca espressione dalle oscene sembianze e il significato oscuro, figlia innaturale di una scellerata crasi, e con essa tutte le altre deformi espressioni che si aggirano a perdizione delle anime, sono beotamente accolte dagli uomini di mente e spirito depravato e il cuore corrotto, deturpano la lingua e usano violenza alla grammatica, al vocabolario, al buon senso e alla pubblica decenza». O, probabilmente, avrebbe liquidato l’apericena con un più asciutto ed efficace: «Vade retro Satana».

  • Politica internazionale, turismo culturale, enogastronomia, di questi e di tanti altri temi si è occupato, come dicevamo poc’anzi, Paolo Monelli. Spulciando nel Fondo Monelli e consultando i suoi articoli, qual è quello che ti ha incuriosito di più, che ti ha appassionato o a cui, semplicemente, ti sei sentito più vicino?

A tutti. Perché, credimi, i suoi articoli, dal primo all’ultimo, che si tratti di cronaca, politica o costume, si caratterizzano per un’abilità descrittiva fuori dalla norma, elegante, originale, prodigiosa. E chi ama la scrittura bella e intelligente non può che innamorarsene.

  • E poi c’è quel “Roma brucia”…

«Fette di case, sole, esili, cadenti, svergognate, che mostrano il didietro come ragazze sgonnellate. Moderne baracche di moderni miserabili, vinti, espulsi dalla vita, rassegnati, perenni naufraghi sulla riva di quella città che un tempo era salutata come magnifica ed eterna e in cui oggi non osano più tuffarsi».

  • Ho amato molto il ritratto che vien fuori di Ghitta Carell, la fotografa ungherese naturalizzata italiana che ha avuto a che fare col nostro. Che donna era, e perché hai voluto inserirla in questo viaggio?

Tutto è nato da un vecchio ritratto in bianco e nero, risalente al 1959 ed eseguito proprio da Ghitta Carell, in cui Paolo Monelli sembra galleggiare nella formaldeide o in un eterno liquido amniotico. Questa sua rappresentazione fuori dal tempo mi ha incuriosito e mi ha spinto a documentarmi più approfonditamente sulla Carell. È così che ho conosciuto una fotografa assai singolare, che faceva un uso quasi caravaggesco delle luci e ritoccava microchirurgicamente i volti dei soggetti ritratti (la nonna del Photoshop), e una donna straordinaria, generosa, sensibile, determinata e perfettamente funzionale al racconto. Ed era come se anche lei, in qualche modo, fosse lì ad aspettarmi.

  • Prima di passare ai personaggi, soffermiamoci un momento sulla cornice attorno a cui si muovono. Che poi, diciamolo, tanto cornice non è, anzi. Partiamo dallo spazio, l’Europa, questo Non-Luogo che, per come lo presenti, di fatto sembra non esistere. Un’Europa lacerata, mosaicizzata quasi. Che cos’è l’Europa oggi e che tipo di Europa hai voluto presentare?

Un non-luogo, appunto. Un’Europa surreale – ma forse neanche troppo – che era e che non è più, il vago ricordo di una bella idea scritta a matita, un tentativo nobile e velleitario miseramente naufragato, un romantico sogno infranto contro gli scogli della diffidenza, della paura e dell’ostilità. Tra mille peripezie, i nostri strampalati eroi attraversano questo continente polverizzato in una miriade di stati e staterelli separati da guardie, confini, filo spinato e posti di blocco: Impero Lusitano, Regno di Castiglia e Aragona, Occitania, Repubblica di Genova, Protettorato cinese della Longobardia, Isole Freddazzurre e uno Stato Pontificio, retto da Lucio IV, papa condottiero e guerrafondaio.

  • E il Tempo, invece? Qui fatti passati e presenti sembrano sovrapporsi a volte senza soluzione di continuità.

Nel romanzo la rappresentazione delle modalità con cui gli eventi si susseguono non è certamente lineare. Il tempo, così come noi lo conosciamo, non è rilevante, definito e misurabile; è una coordinata evanescente, una dimensione neutra in cui il presente e il passato collimano.

Massimo Roscia visto da Renzo Sciutto
  • Da dove trai ispirazione per creare personaggi come quello di Buf? Perché l’idea è strana forte, diciamolo.

La digestione è una funzione molto complessa che viene esercitata dall’apparato digerente e che, come sai, consiste in un insieme coordinato di operazioni meccaniche e biochimiche. Talvolta i cibi pesanti che ingerisco alla sera prima di coricarmi, oltre a procurarmi dispepsie, gastriti, reflussi gastroesofagei e altri disturbi, generano idee stravaganti e visioni oniriche. Non escludo pertanto che Buf sia stato concepito dopo un generosissimo (NdA: quattro etti e mezzo) piatto di mezzi paccheri alla gricia.

  • I due gemelli, invece, – entrambi senza nome, e in un libro che guerreggia contro la damnatio memoriae, credo sia un dettaglio piuttosto indicativo – sembrano le due facce della stessa medaglia. Più che due ragazzini diversi, il gemello 1 e il gemello 2 sembrano due attitudini diverse della medesima persona. Per chi parteggi? Genio accademico o talento naturale ma incompreso?

Gemello numero uno e gemello numero due, tesi e antitesi, ragione e cuore, luce e oscurità, conscio e inconscio, fenomeno e noumeno, struttura e sovrastruttura, soggetto e oggetto, inizio e fine. Dall’eterna guerra degli opposti nasce l’armonia e, direbbe Eraclito, tutto si genera per via di contrasti.

  • Carla, Giordano (Bruno), i gemelli, Buf. Chi è Massimo Roscia?

Il camper su cui viaggiano.

  • Alla fine del romanzo spunta anche un certo “Signor Esse”. Anche Mario Soldati, sebbene in misura molto diversa da Monelli, è un altro dei grandi dimenticati della cultura nostrana?

Mario Soldati è un semi-dimenticato (con grande enfasi sul prefisso), un altro gigante del Novecento non adeguatamente conosciuto e celebrato. E chissà se…

Massimo Roscia visto da Renzo Sciutto: caricaturista, illustratore e sceneggiatore, Sciutto ha scritto soggetti e sceneggiature per “Topolino”, “Almanacco Topolino”, “Paperino mese”; ha collaborato come disegnatore con “Sorrisi e canzoni tv”, pagine di cultura ed economia del “Corriere della Sera”, “Uomo Vogue” e “La settimana enigmistica”.

Potete seguirlo su Instagram: @caricature_perteforyou

O contattarlo tramite mail: sciuttorenzo@tiscali.it

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