Letteratura, Racconti brevi

Ed è il pensiero della morte che, infine, aiuta a vivere

Premessa per i lettori di Una volta è abbastanza: in questo racconto troverete le stesse ambientazioni e gli stessi personaggi (due, nello specifico: Annetta e Giuliana) del mio romanzo, ma quel che viene raccontato non ha niente a che vedere con la trama del primo né con quella del secondo volume, che è in fase di creazione.

Consideratelo una sorta di spin-off.

Ci tengo però a dirvi, intanto, che sebbene sia frutto della mia fantasia, il racconto contiene un fatto realmente accaduto, di cui vi parlerò soltanto al termine della vostra lettura.

Il titolo del racconto (dal taglio gotico, va detto) è l’ultimo verso della poesia “Sera di febbraio” di Umberto Saba.

 

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Casette d’Ete, mercoledì 8 maggio 1963, esterno sera

Non esiste un modo per capire le cose. Le cose, quasi per definizione, non vanno capite: o si sanno, o non si sanno, e Annetta ha sempre creduto di saperle. Perché sapere una cosa – intuirla, vederla, e non, semplicemente, capirla – equivale a portarsi dietro il peso di un vaticinio non richiesto, un ruggito che muore in gola, un graffio sbadato al giorno che verrà.

Casette d’Ete è sprofondata nel primo getto caldo dell’aria primaverile, e forse anche per questo Annetta esce dalla fabbrica senza calze e con una camicia di cotone leggerissima. Indossa ancora il grembiule legato in vita mentre risale il viale alberato, il collo rigido e il viso quasi rivolto al cielo. Sono le 20.30 e la luce del giorno fatica a ritrarsi. Non c’è nessuno per strada, il silenzio è occupato soltanto dal volo delle rondini, un momento di appannata tranquillità.

Svolta l’angolo e imbocca Corso Garibaldi, i pochi lampioni lungo la via si accendono uno appresso all’altro. Giuliana e Valentino l’attendono per cena, ha cucinato Filomena per tutti quanti.

«Signora…»

Annetta si volta, le sembra che qualcuno l’abbia chiamata.

«Sì?» chiede sollevando un poco le sopracciglia.

Dietro di lei non c’è nessuno, dall’altra parte della strada neanche. Forse ha capito male.

Riprende a camminare, è a pochi metri dalla casa di sua sorella.

«Signora».

Questa volta è sicura, l’ha sentita bene.

«Chi è?» chiede di nuovo, senza voltarsi.

L’eco di una risata remota, a denti stretti, la raggiunge alle spalle. Si gira di scatto, ma ancora una volta non trova nessuno.

«Chi è là? Che cosa vuoi?»

In una manciata di minuti, l’ombra della sera ha guadagnato un passo e tutt’intorno si è palesato un misero soffio di oscurità.

«Vieni avanti» le dice la donna. Annetta può sentirla ma non riesce a vederla, fatica a capire da dove provenga la voce, sembra che risuoni ovunque. «Vieni un po’ più avanti, per piacere».

Annetta muove ancora qualche passo, un nutrito stormo di rondini taglia il cielo in due.

«Hai paura?» l’altra, beffarda.

«No» risponde prontamente lei «ma tu chi sei? Non ti vedo».

Un’altra risata, quasi inavvertibile. L’aria si è fatta pesante, faticosa.

«Io sì».

«”Sì”, cosa?»

«Io posso vederti».

Per un attimo, Annetta crede di sognare. Immagina dei passanti inesistenti che la osservano mentre si guarda intorno, mentre risponde al vento. Si sente ridicola, e accelera il passo. Scorge il tetto della casa di Giuliana, poi la facciata bianca e infine l’architettura della casa di fronte, ancora in costruzione.

«Sei stanca?» domanda la donna.

«Mi dici che cosa vuoi? Dove diavolo sei?» ripete Annetta allargando le braccia; è arrivata a una manciata di passi dal portone, un intreccio di stizza e diffidenza sembra annodarle la lingua. «Si sta facendo tardi, io devo andare».

Un rumore sordo, come uno strascichio di ciabatte. Poi un colpo di tosse, secco. Annetta si gira lentamente, punta lo sguardo oltre la strada, dritto di fronte a sé. Un altro colpo di tosse – torrido, segaligno – e di nuovo il silenzio. Da una specie di grande apertura ad arco della casa in costruzione, proprio là in fondo, dove il buio si fa più fitto, Annetta crede di intravedere una sagoma. «Sei tu?» chiede in un fil di voce.

Tu. Le ha dato del Tu. Non conosce ancora la sua identità, ma già sa. Sa che può, che deve darle del Tu.

Suoni confusi e concitati, difficili da distinguere, si susseguono in un breve lasso di tempo. Tutto avviene a neanche un soffio di distanza, eppure sembra che a separarle ci siano ampie vallate. Qualche secondo, pochi attimi, e Annetta rimane lì, fissa e immobile. La voce di Giuliana balza fuori dalla finestra aperta, ma lei la ignora. È ipnotizzata da quel buco nero, da cui provengono suggestioni di cristallo e odor di caffè.

Una mano bianca, quasi trasparente, sbuca dal nulla. Regge fra le dita un sacco di juta, lo lascia cadere a terra, vicino al muro. Annetta attraversa la strada. Ha il respiro calmo, ma il cuore colpisce il petto con la solita prepotenza. Ci sbatte contro, quasi volesse sfondarlo.

«Prendi» le dice la donna «è per te». Annetta si concentra sulla voce, ha tutta l’aria di appartenere ad una giovane donna, sebbene la mano – vista di sfuggita, certo – tradisse una maturità piuttosto evidente. Ma potrebbe essersi sbagliata.

«Cos’è?»

«Puoi aprire. È per te» le ripete.

Si guarda intorno, Annetta, assicurandosi che non ci sia nessuno nei paraggi. Con gli occhi, tenta di farsi strada tra le sfumature della penombra, che si affretta a diventare sempre più cupa in tutta la sua arroganza. Prova ad indovinare i contorni della presenza che staziona al di là della soglia, e senza tralasciare un solo battito di ciglia, si inginocchia. Minuscoli sassolini bianchi si infilano tra le pieghe della pelle, pungono appena.

Ancora un brevissimo strascichio di passi, questa volta più rapido, come se qualcuno si fosse mosso di fretta. Annetta ha la percezione che la donna sia molto più vicina di quanto immagini, prova ad afferrarne il respiro. Non ha paura, ma qualcosa le dice che dovrebbe andarsene.

«Che fai? Non lo apri?».

Sì, la voce è quella di una giovinetta, ora ne è certa.

Con le dita fredde di entrambe le mani, Annetta allarga il sacco.

Fave.

«Fave?»

«Sì, fave» risponde la donna, rapida «ti piacciono, no?»

«Molto. Le mangiamo tutti, in famiglia». Si pente di averlo detto. Annetta si pente subito di aver nominato la sua famiglia. Fruga nel sacco, apre un baccello, toglie il cappello dal seme e lo guarda. «È troppo matura, ha già fatto l’occhio nero» dice sollevando la testa.

«Sì» la donna sorride; ora, finalmente, Annetta può vederla. Il volto segnato da rughe profonde, occhi di madreperla. Diafana e al contempo plumbea nella sua veste scura ornata di piccoli fronzoli rossi. «Mangiala domani, all’ora di pranzo. Non prima, né dopo, mi raccomando».

«Perché?» le lettere scalpitano tra le labbra di Annetta, si dimenano nel loro recinto.

«Domani lo saprai. Sta’ tranquilla» la donna fa per accarezzarle la nuca ma Annetta si abbassa con uno scatto. Affonda i palmi a terra, i sassolini bianchi ora le ricoprono anche le mani. «È tardi» grida mentre si alza in piedi a fatica, le ginocchia sporche e segnate «si sta facendo molto tardi».

L’anziana, con quella sua voce ferma e indiscutibilmente giovane, continua a sorriderle. «È sempre tardi. Ogni giorno di più».

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Casette d’Ete, dettagli.

 

«Vai via così presto?»

«Sì, vorrei finire l’ultima cottomata prima di domani».

«Beh» Giuliana si volta e guarda l’orologio sul settimino «non è un po’ tardi per tornare in fabbrica?»

«Ma se mi hai appena detto che è presto».

«Per andare a dormire è presto, ma per rimettersi a lavorare no. Sono le dieci e mezzo, diavolo».

Annetta è in fondo alle scale, una mano sulla maniglia della porta già aperta. Guarda sua sorella, appoggiata con la spalla al muro, in cima. «Domani ce la mangiamo insieme la fava, non ti scordare».

L’altra ride. «È passato da un pezzo il tempo in cui andavamo a rubare per sfamarci, stai tranquilla. Non la toccherà nessuno, la tua fava».

«”Andavamo”?» le dice Annetta «”andavo”, semmai. Tu avevi sempre paura. Non si può dire che verrai ricordata per il coraggio, Giuliana».

«Non sono tanto d’accordo, sai? Sono stata anche io coraggiosa, guarda chi ho sposato».

Sorridono entrambe, nel tentativo – ironico e maldestro – di screditare l’immagine di Valentino. Non ci riescono, nessuno ci è mai riuscito.

Annetta chiude il portone alle sue spalle, l’aria è cambiata. Si pente di non aver messo le calze, ora ha i piedi gelati. Mentre fa per avviarsi lungo il Corso, non può fare a meno di guardare l’antro della casa in costruzione. Non c’è alcuna traccia di passaggio umano, nessun accenno di calore, nessun odore particolare. Nient’altro che buio, e silenzio. Annetta crede quasi di essersi immaginata tutto; torna la sensazione di qualche ora prima, quand’era certa che stesse sognando ad occhi aperti. Scuote la testa con vigore, e ride tra sé. Ha dato troppo peso a quell’episodio; in fondo, si è trattato soltanto di un’anziana contadina che le ha regalato un po’ di fave. Una donna inquietante, questo forse sì, ma niente di più.

“Tutto qui”. Pensa.

Tutto qui.

Guarda il lampione, una grossa mosca rumoreggia attorno ai raggi di luce artificiale. Ogni cosa è ferma, lo sbigottimento è passato, la paura mai esistita.

Si incammina lungo la via desolata, la testa bassa, come se cercasse qualcosa a terra. Pensa al lavoro, pensa alle sue scarpe, quelle finite e quelle da terminare; pensa alla fabbrica, pensa al giorno successivo. Si è già dimenticata delle fave. Assorta nei suoi piccoli pensieri contingenti, non si accorge neanche della luna: enorme, luminosa, inchiodata sopra i tetti di Casette d’Ete.

Cammina, Annetta. La mente infuocata, il corpo marmoreo. Cammina, Annetta, senza più voltarsi.

Dietro di lei, quando ormai non può più vederla né sentirla, la vecchia dagli occhi di madreperla segue i suoi passi, sfregando le dita ossute, le nocche macchiate di sangue scuro, ormai secco.

La notte morirà in un baleno.

 

Casette d’Ete, giovedì 9 maggio 1963, esterno giorno. Ore 12

Alfredo non deve allontanarsi. Lo sa.

Non deve allontanarsi, altrimenti lo scoprono, e poi sarebbero guai seri. Andare a scuola senza aver fatto i compiti e col rischio di essere interrogato non gli era parsa un’idea soddisfacente. Avrebbe significato ceci sulle ginocchia con la maestra e botte a casa. Meglio di no. Nascondersi gli era sembrata, invece, una soluzione più concreta.

Aveva gironzolato per tutta la mattinata in mezzo ai campi, e ora che si approssimava il momento di rientrare, aveva deciso di tornare sulla via di casa.

“Ancora mezz’ora” pensa, mentre le campane suonano le dodici in punto. Il sole illumina Casette d’Ete con grande schiettezza. Fa talmente caldo che sembra già estate.

Alfredo scivola lungo il sentiero che dal monte dei Falchi porta al centro del paese, fa lo slalom tra le case e scende dritto vicino all’orto di Gaetano; una cavalletta salta da un filo d’erba fino al muretto in pietra. Sta per arrivare nei pressi del campetto dietro la Chiesa, quando al rumore dei suoi passi si aggiunge un suono diverso. Qualcuno sta parlando.

Alfredo si blocca, un piede a mezz’aria e il cuore che balza subito in gola.

«Dove vai?». Sì, qualcuno sta parlando. «Alfredo, dov’è che vai?». Qualcuno sta parlando con lui.

Il bambino scatta in avanti, e mentre attraversa il terreno secco per raggiungere il Corso, lascia cadere i libri dietro di sé. Si volta e li guarda di sbieco, mentre continua a sgambettare; li recupererà più tardi. Sono lì, in mezzo alla terra incolta, fra le erbacce.

Arriva in fondo, deve decidere: Piazza Mazzini di fronte, Corso Garibaldi subito a destra. Pietrificato, Alfredo cerca di riflettere, a fatica tenta di riprende fiato.

«Alfredo» di nuovo quella voce, curiosa e vagamente imperativa «non sei andato a scuola, vero? Scommetto che tua madre non lo sa». Il ragazzino si gira di colpo, ma dietro di lui non c’è nessuno.

Don Raffaele esce dalla Chiesa scortato da un giovane sconosciuto. Poco più avanti, qualcun altro mette in moto un’auto parcheggiata accanto alle poste.

Alfredo imbocca la strada del Corso, ma in quel momento una signora con i capelli corti e il vestito a fiori sbuca dalla sommità della parte opposta. Sembra andargli incontro.

«Tua madre si arrabbierà molto, se torni a casa ora» riprende la voce, come un accenno di sorriso nel tono scherzoso «meglio che tu ti nasconda ancora per qualche minuto».

Senza pensarci, Alfredo si infila tra le mura grigie della casa in costruzione. Oltrepassa la soglia ad arco calpestando un mucchietto di calcinacci. Si copre gli occhi con la mano, l’impatto con l’ombra profonda di quell’appartamento disabitato lo costringe a socchiuderli. Lentamente, prende a guardarsi intorno, per fortuna non c’è anima viva.

Il battito del cuore rimbomba fin dietro la schiena. Alfredo respira a bocca aperta, si asciuga il sudore dalle tempie con il dorso dell’avambraccio.

Respira.

«Sono io, apri».

Il bambino sobbalza, acquattandosi dietro la colonna.

«Giuliana!» la donna con i capelli corti che ha incrociato qualche attimo prima ora è in piedi di fronte a lui, ma dall’altra parte della strada; gli offre le spalle mentre guarda in direzione della finestra della casa bianca, le mani sui fianchi. «So’ io, Giulià! Dai, apri».

Scatta la serratura del portone, si affaccia un’altra donna. Mostra una chiave, sembra chiederle scusa.

Passa una Cinquecento bianca, e Alfredo la segue con gli occhi.

Prima di entrare in casa, la signora con i capelli corti butta un occhio alla strada. D’un tratto, il suo sguardo incrocia quello di Alfredo. Lui indietreggia per sottrarsi alla vista ma teme che l’abbia notato; sprofonda il tallone nell’estremità in ferro di una piccola pala e contemporaneamente il manico in legno sbatte contro il polpaccio.

Alle spalle del bambino, una giovane donna scoppia a ridere.

 

Casette d’Ete, giovedì 9 maggio 1963, interno giorno. Ore 12.09

Annetta tira su le maniche del vestito a fiori mentre col gomito spinge la porta, accompagnandone il movimento finché non la sente chiudersi. Ha guardato la casa in costruzione in modo sbadato, quasi sovrappensiero: con la luce del giorno i contorni di quell’abitazione riacquistano una banalità tranquillizzante.

Fin dove il sole illumina, l’inquietudine non può attecchire.

«Hai fatto entrare una mosca» le dice Giuliana agitando in aria una mano.

Annetta solleva la testa, poi tira su col naso. «E non mi ha neanche chiesto il permesso, pensa tu che maleducata».

«Scema» risponde l’altra salendo le scale «ho fatto gli spaghetti con olio e limone, va bene?»

«Non m’importa. Il tempo di riempire la pancia e torno in fabbrica. Le fave?»

«Ci sono, ci sono». Giuliana si volta, e poi si ferma a guardarla.

«Le hai assaggiate?» chiede Annetta con una piega di apprensione nella voce. Il pensiero della vecchia la infastidisce, ma è inevitabile.

«No».

«Bene».

«Mi dici che hanno di tanto speciale?»

«Niente» Annetta si massaggia la schiena, una piccola fitta all’altezza della vita.

«E allora perché ti raccomandi tanto? Sono solo fave».

«Ma sono le prime della stagione. Non sai che mangiarle insieme alla propria sorella porta fortuna?» sorride.

Giuliana prende la tovaglia dal cassetto e inizia a preparare la tavola. «No, e comunque non ci credi neanche tu a queste cose».

«Infatti» risponde l’altra, improvvisamente sollevata da quelle parole «non ci ho mai creduto nemmeno io».

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Casette d’Ete, dettagli della campagna.

Interno giorno. Ore 13

Valentino è appena uscito per andare al bar, i bambini hanno mangiato a casa di Filomena, e Annetta e Giuliana sparecchiano senza troppa fretta. Nel sacco di juta sono rimaste pochissime fave, qualche baccello è caduto sotto il tavolo; quasi tutte avevano l’occhio nero.

«Per essere le prime, queste fave sono molto mature».

«Sì, è vero».

«Direi quasi passate…» Giuliana apre il rubinetto e fa scorrere acqua fredda sui piatti.

«Un po’» dice Annetta prendendo in mano la scopa «però erano buone lo stesso».

«Non ho ancora capito chi te le ha date. O per caso le hai rubate?»

Una folata di vento caldo fa cigolare l’anta socchiusa della finestra. «Ma che rubate, me le ha date una contadina».

«E chi è?» chiede Giuliana ruotando appena la testa. In controluce, il profilo sembra fresco di pittura. Un disegno perfetto.

«Una» risponde Annetta, spazientita «è importante? L’ho incrociata ieri sera e m’ha regalato un po’ di fave. Che ne so chi è. È una, e basta». Appoggia la scopa al muro e si inginocchia per raccogliere i baccelli scivolati lontano. Il freddo delle mattonelle la riporta alla sera prima: lo associa ai sassolini – bianchi e piccolissimi – che le si erano infilati nella pelle. Rivede di fronte a sé, in piedi, quella donna: vecchia d’aspetto e giovane nella voce. Ricorda il suo sorriso sinistro, i piedi avvolti da pesanti scarpe scure.

Prima che Giuliana possa di nuovo aprir bocca, dalla finestra spalancata del salone adiacente sopraggiunge un rumore strano, come un sacco caduto di schianto a terra da una certa altezza.

«Cos’è stato?» chiede Annetta.

«Cosa?»

«Non hai sentito?»

«No» dice Giuliana chiudendo il rubinetto «che è successo?»

Un altro colpo di vento fa vibrare i vetri della finestra.

Annetta non riesce a muoversi, sembra come paralizzata. Fissa i baccelli vuoti delle fave, priva di salivazione.

«Annetta» la chiama la sorella «cos’hai sentito?». Giuliana le sfiora la schiena, e lei avverte di nuovo una fitta, questa volta sul fianco destro. «Ti senti bene? Stai tremando».

Fin dove il sole illumina, l’inquietudine non può attecchire.

Una mosca si posa sul bordo del tavolo. Sfrega le zampette, una, due, tre volte. Poi riprende il volo, e va a posarsi su un baccello. Un minuscolo seme di fava è rimasto lì dentro.

«Ma che cos’hai? Vuoi che chiami qualcuno?» dice Giuliana, inginocchiandosi accanto a lei. Annetta le fa segno di no con la testa. «Sto bene» sussurra «io sto bene».

Fin dove il sole illumina, l’inquietudine non può attecchire.

«È successo qualcosa qui di fronte».

«Dove?» Giuliana si volta, in casa ci sono soltanto loro due.

«Qui» ripete Annetta, fissando il muro «Nella casa in costruzione».

D’un tratto, ad infrangere il silenzio di Casette d’Ete, un grido dalla strada.

«È morto».

 

Casette d’Ete, giovedì 9 maggio 1963, esterno giorno. Ore 12.09

«Chi sei» grida Alfredo, spalle al muro e tempie che pulsano. Ha sentito qualcuno ridere, ne è sicuro. «Chi è là?» chiede di nuovo, preda dello spavento.

Nessuno gli risponde, non un solo rumore in quell’antro così buio nonostante la luce del mezzogiorno. Forse è solo suggestione. Il bambino chiude gli occhi, e quasi accasciandosi su sé stesso si appoggia con entrambe le mani sulle ginocchia, la schiena curva, il capo chino. Riprende fiato.

Respira.

“I libri” pensa “devo tornare a prendere i libri”.

La strada si ammutolisce di colpo, come se qualcuno, da dentro, avesse chiuso la finestra che dà su Casette d’Ete. Il cielo non è mai stato più azzurro di così.

Fin dove il sole illumina, l’inquietudine non può attecchire.

«Alfredo, Alfredo… Alfredino» dice qualcuno, poco distante da lui «povero, piccolo Alfredo». Una donna si affaccia dalla penombra, muove qualche passo verso il bambino. Sembra uscita da un pertugio, come da un foro sul muro, tanto è angusto lo spazio da cui fa capolino. È giovane, di carnagione bianchissima e molto bella. «Non dovresti essere ancora a scuola?»

«E tu chi sei?» chiede Alfredo, improvvisamente calmo. La prima cosa che nota sono le scarpe scure, massicce, danno l’idea di essere pesanti; poi le gambe magre ma rotonde, armoniche; il vestito nero con minuscoli motivi rossi, le bretelle non troppo sottili. Il collo lungo, bianco, e infine gli occhi, di un azzurro molto chiaro ma torbido, quasi velato. La guarda, Alfredo, e dentro di sé è come se tirasse un sospiro di sollievo.

La donna gli sorride, la sua espressione tradisce tenerezza. «Mi chiamo Maria» dice.

«Maria come la Madonna?» chiede ancora Alfredo.

«Bravo. Maria come la Madonna. La conosci?»

«La Madonna?» il bambino si è seduto a terra con le gambe incrociate. Gioca con una manciata di sassolini passandoli da un palmo all’altro della mano.

Lei annuisce.

«Tutti la conoscono. È la madre di Gesù. Ce l’hanno insegnato a scuola ma io lo sapevo già».

«Come mai lo sapevi già?»

«Me ne ha parlato mia mamma».

«E cosa ti ha detto?»

Alfredo fa spallucce. «Che è la madre di Gesù».

«E basta?»

«E basta».

«Tu lo sai che cos’è la morte, Alfredo? Te l’ha spiegato la tua mamma?» la donna appoggia la schiena al muro, incrociando le caviglie. Continua a sorridere mentre glielo domanda. Un’auto passa di fronte alla casa in costruzione, attraversa tutto il Corso.

«Credo di sì» sussurra il bambino con il timore di sbagliare, tiene gli occhi bassi, si guarda le dita sporche di polvere «il mio babbo, ad esempio».

Maria tiene le mani giunte all’altezza dell’inguine. Le unghie corte sono bene in vista.

«Lui è morto l’anno scorso» dice Alfredo.

«Com’è morto?»

Il bambino resta in silenzio, pensa che sia arrivata l’ora di tornare a casa. «Forse è un po’ tardi» bisbiglia alzando la testa e guardandosi intorno. Sembra che fra quelle mura sia calata la notte.

«Com’è morto, il tuo papà. A me puoi dirlo, Alfredo».

«Non lo so».

«Cosa non sai?»

«Se posso dirtelo».

«È un segreto?» la donna fa scivolare la schiena lungo il muro finché non arriva a sedersi a terra, anche lei.

Alfredo scuote la testa. «No, lo sanno tutti. Io però non dovrei saperlo».

«Perché mai non dovresti?»

«Perché il babbo si è ucciso ma la mamma mi ha detto che ha avuto un incidente».

«E tu le hai creduto?»

«No, non le ho mai creduto perché io l’ho visto» il bambino la fissa negli occhi, vuole capire se, in realtà, anche lei sa «lo so come è morto, c’ero quando si è sparato col fucile da caccia».

Ha da poco suonato la mezza, un vento caldo agita le fronde degli alberi.

La donna si alza lentamente, massaggiandosi le nocche macchiate di una sostanza scura, secca. «Vieni con me» gli dice.

«Dove? È tardi, devo tornare a casa».

«Non ci metteremo molto, vieni».

Maria scompare nell’oscurità dell’appartamento in costruzione: lo chiama, invitandolo a seguirla. Anche Alfredo si tira in piedi, battendo le mani sui pantaloni e sporcandoli ancora di più. Pensa di nuovo ai libri, e poi a sua madre.

«Attento alle scale» gli dice Maria. Sembra sparita nel nulla ma la voce è nitida, Alfredo può quasi toccarla. Segue la sua scia salendo i gradini di pietra, la mano destra vicina al muro. A mano a mano che si spinge più in alto il buio si dirada, fino a scomparire del tutto. Della giovane donna sembra non esserci più traccia.

«Maria, dove sei?» chiede lui una volta arrivato in cima.

Alfredo si trova di fronte ad una grande stanza vuota, con i mattoni rossi a vista e, in fondo, la sagoma di una finestra senza infissi né vetri. È alta e un poco più stretta delle finestre normali, parte da terra e arriva a toccare quasi il soffitto, che è di un bianco sporco. Il pavimento, invece, è grezzo, assolutamente non rifinito; a terra, in un angolo, ci sono un mucchietto di mattoni e uno strumento filiforme, che il bambino non conosce.

«Sono qui».

Alfredo si volta e la vede dietro di lui, lo stesso sorriso di prima. «Perché mi hai portato qui?» le chiede.

«Cos’hai provato quando hai visto tuo padre uccidersi?»

Il bambino si gira in direzione della finestra. «Non lo so».

«Certo che lo sai».

«No» dice Alfredo «non me lo ricordo più».

«È passato soltanto un anno, Alfredo. Non puoi non ricordarlo» la donna si siede nuovamente a terra, nella stessa posizione di quando erano al piano di sotto. Gli occhi, col riflesso dei raggi solari, sembrano ancora più chiari, quasi trasparenti. Spiccano le vene blu sugli avambracci, bianchi come latte.

«Mi ha fatto sentire in colpa».

«Chi?»

«Mio padre». Alfredo si sposta verso la sagoma della finestra, un’apertura che guarda sulla strada e sulle case di fronte; si ferma a qualche passo di distanza, la luce è cambiata, “probabilmente manca poco all’una”, pensa. «Ho visto che moriva e non sono riuscito a fermarlo» aggiunge dopo una breve pausa.

«Avresti potuto, se soltanto l’avessi voluto» dice Maria, il sorriso innocuo, il viso meraviglioso «ci sei passato accanto, l’hai sfiorata ma hai preferito che colpisse lui, e non te».

«Di chi parli?» le dice voltandosi nuovamente per guardarla negli occhi.

«Lo sai».

Alfredo fa segno di no con la testa, e si gratta una guancia. «Non ho capito».

«Le cose non si capiscono, Alfredino. O si sanno, o non si sanno. E tu le sai».

In quel momento, una grossa mosca entra dalla finestra posandosi sui mattoni abbandonati a terra.

«Sto parlando della morte» aggiunge la donna «quella che tu hai visto da vicino. E se fosse toccato a te? Ci hai mai pensato, eh Alfredino?»

Gli occhi del bambino si riempiono di lacrime, ma la tensione del volto non lascia trapelare altre emozioni. Cerca di trattenersi, sebbene ci riesca a stento.

«Pensa un po’, ora tuo padre è lassù» dice Maria, alzandosi da terra con eleganza e indicando il soffitto con un dito «tu, invece, sei rimasto quaggiù. Avresti potuto salvarlo, ma hai scelto di non farlo. Ti sei lasciato toccare dalla morte ma non l’hai fermata, ti sei arreso, lasciandola al suo corso. Non è così?»

Il bambino tace; ora, l’immagine della madre si impone con prepotenza nella sua mente.

Mamma.

«Dico bene, Alfredo?»

Respira.

Fin dove il sole illumina, l’inquietudine non può attecchire.

Le campane battono un colpo solo. È l’una.

«Però, adesso puoi rimediare».

«Come?»

La donna sorride, questa volta scoprendo i denti. Alfredo è colpito dalla loro bruttezza, quei denti stonano con tutto il resto del viso. Sono gialli, scheggiati, pare che stiano per cadere da un momento all’altro. «Cosa posso fare?» ripete.

Maria si avvicina, lo guarda come solo una madre potrebbe guardare il proprio figlio. Gli accarezza il viso, sfiora le tempie, passa una mano tra i suoi capelli corti e morbidi. Alfredo ingoia le lacrime e chiude gli occhi. Non si è mai sentito tanto al sicuro in tutta la sua breve vita. La donna continua ad accarezzarlo con dolcezza, poi accosta le labbra al suo orecchio e parla.

Dopo un attimo, il corpo del giovane Alfredo è a faccia in giù sull’asfalto, il cranio sanguinante e i palmi delle mani rivolti al cielo.

La mosca balza fuori dalla finestra, gira intorno al cadavere, e infine si posa per un attimo sul suo naso. Sfrega le zampette un’ultima volta e vola via.

Nella casa in costruzione non c’è più nessuno.

 

La casa in costruzione, alla fine, fu terminata nel giro di poco tempo. Nel corso degli anni, morirono altri quattro uomini, tutti di giovane età, fin quando, quasi quindici anni dopo, l’appartamento non venne prima abbandonato e poi fatto demolire, per essere ristrutturato. L’entrata ad arco e la finestra al primo piano vennero murate, e il ricordo del piccolo Alfredo restò incastrato fra quei mattoni rossi.

Al tramonto di quello stesso giorno, giovedì 9 maggio 1963, Annetta gettò le poche fave rimaste nel sacco di juta in un campo incolto, poco fuori Casette d’Ete. Le restò sempre addosso l’inquietante sensazione di aver partecipato a quella morte, di esserne quasi complice.

Lei non si era fatta sfiorare dall’anziana contadina, lasciando che al suo posto morisse qualcun altro.

Proprio come Alfredino fece con suo padre.

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Post scriptum: il fatto realmente accaduto di cui facevo menzione all’inizio del racconto è l’incidente del bambino, che cadde davvero dall’impalcatura di una casa in costruzione a Casette d’Ete, ormai più di cinquant’anni fa. Il resto è, chiaramente, frutto della mia invenzione.

La riflessione sulla morte è più che palese: quante volte, soprattutto nell’ultimo tragico periodo della nostra vita, abbiamo pensato “sarebbe potuto succedere a me”? Quante volte ci siamo ritrovati a pensare che il virus potesse bussare alla nostra porta anziché a quella del nostro vicino? Insomma, quante volte avremo sfiorato la morte senza neanche immaginarlo? E quante volte, la morte, la stessa che avrebbe potuto abbattersi su di noi, si è invece scagliata sul nostro dirimpettaio, su un affetto, su un nostro caro?

Ditemi anche voi qual è il vostro rapporto con la morte, o più precisamente con il suo pensiero, con la sua idea.

Vi abbraccio.

Un pensiero riguardo “Ed è il pensiero della morte che, infine, aiuta a vivere”

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