“Biancaneve nel Novecento”: le storie nella Storia, le donne ovunque.

AVVERTENZA PER IL LETTORE: questa non è una recensione, e dunque non troverai, lettore, riferimenti diretti alla trama. Non ci sarà un riassunto di quel che accade in “Biancaneve nel Novecento” di Marilù Oliva (per questo ti invito a cliccare qui, di modo che tu possa sapere quale sia la dinamica contenutistica del romanzo), ma un contributo critico ai temi del libro.

Grazie.

C’era una volta una ragazza di nome Biancaneve, dai capelli color ebano, la pelle bianchissima e le labbra rosse come un bocciolo di rosa, la cui matrigna, seconda moglie del buon padre defunto… No, non funziona, ricominciamo. Innanzitutto non è una ragazza, questa Biancaneve, ma una bambina di sette anni, e colei che vuol vederla morta non è la seconda moglie di suo padre ma la madre vera, quella naturale, sangue del suo sangue, che le divora fegato e polmoni condendoli con sale e pepe. Per di più, la suddetta fanciulla che resterà chiusa in una teca di vetro per un tempo imprecisato, verrà sì trovata dal principe, ma risvegliata a suon di scossoni dai servi, che la strattonano perché non sopportano più di vedere il principe arrabbiato e innamorato di un cadavere.

Qualcuno doveva pur dircelo che la fiaba di Walt Disney combaciasse davvero poco con quella originale dei fratelli Grimm (nella versione risalente al 1812) e Marilù Oliva, di nuovo in libreria con Biancaneve nel Novecento (Solferino, 2021), non solo ci svela i retroscena – crudi e famelici – di una delle fiabe più famose e più care a bambini e adulti, ma ci offre uno spaccato di vita vera, filtrata soltanto dall’artificio romanzesco – vale a dire dallo sguardo acuto e appassionato, ma assolutamente autentico, dell’autrice – in cui Biancaneve non è soltanto una fiaba ma diventa una angolo da cui osservare il panorama, uno strumento per capire e ribaltare il mondo, fors’anche per tentare di riscriverlo.

Un romanzo simbolico, pregno e disincantato nella misura in cui si nutre della magia delle fiabe per interpretare il vero, per dare consistenza e sostanza all’invisibile universo del femminino. Perché “invisibile”?, vi chiederete voi, e la risposta è piuttosto semplice: Oliva non ci racconta una storia di donne, non stila un romanzo “al femminile”, piuttosto è in grado di darci un punto di vista alternativo, anzi, di più, una prospettiva che non ricordavamo di avere.

Pesca nella memoria collettiva, quella sepolta, tagliuzzata, mutilata, e lo fa non “servendosi” delle donne ma “con” le donne. Ecco perché il suo non è un romanzo al femminile ma un romanzo sul femminino, che non vuole banalmente ricordarci l’importanza di un ruolo sociale, politico, famigliare, ma desidera andare oltre e per farlo parte da lontano, dalla fiaba.

Chi è Biancaneve? E chi è la sua matrigna? No, niente matrigna, l’abbiamo già detto, quella che voleva farla fuori era la madre naturale, spregiudicata, cattiva, extra-ordinaria nella sua aggressività. Una madre come ce ne sono nella vita vera, quella che ci ostiniamo a non accettare. Una madre come Candi, che di sua figlia Bianca sembra detestare ogni singolo capello – tanto che ogni volta che discutono lei le tira i capelli al punto che la bambina avverte delle fitte lancinanti lungo tutto il corpo; ecco, lettore, tienilo a mente questo particolare, perché il romanzo di Oliva è un intreccio sapiente di simboli e richiami primordiali, quasi mitologici.

«La consapevolezza che la matrigna è l’immagine sbiadita di una regina con un pugno di mosche in mano mi rese meno astiosa verso mia madre»,

scrive Bianca, ma prima di arrivare a questa certezza ne passerà tanto di tempo, addirittura troppo, un tempo scandito dalla tensione del presente e quasi privo di slancio verso il futuro, un tempo che a volte sembra trascinato dalla corrente della Storia ma comunque immobile su sé stesso.

Eppure la vicenda di Oliva si ciba proprio di Storia, anzi, la Storia è uno dei grandi protagonisti del romanzo, non fa mai da sfondo alle azioni ma ne è il burattinaio, il motivo scatenante, il centro del racconto che viene sotteso. Perché se il primo livello di narrazione, quello superficiale – nel senso che si pone in superficie e che è ben catalogabile, accessibile a chiunque – è portavoce di una narrazione che scorre sulla pagina fluidamente, pronto a raccontare la vicenda per quel che è, senza sconti e senza inganni, l’altro livello, quello nascosto e più enigmatico, tende la mano ad una narrazione che fa capo proprio alla Storia, al suo incedere elegante e fulmineo, rapido ed eterno, una dimensione che, per forza di cose, è destinata ad inglobare tutte le altre.

Marilù Oliva

Ciò vuol dire che questo secondo livello è non solo il più profondo ma diventa a tutti gli effetti quello ancestrale, pronto a scavare nel grande ricordo umano per accogliere e contenere il senso della realtà, la percezione della paura, della sorpresa, dell’entusiasmo così come dell’angoscia. È il livello della Storia, imprescindibile e inafferrabile, una striscia di terra dove si posano l’Olocausto, la strage di Bologna, il terremoto d’Irpinia, il delitto di via Poma, il ritrovamento del corpo di Cobain. È esattamente qui che di conseguenza, come preda di un gioco senza soluzione, scivolano a mano a mano le radici di tutti i sentimenti che stazionavano nel primo livello di narrazione. Alla Storia s’intrecciano così le storie, quelle più piccole e troppo spesso dimenticate, quelle che hanno contribuito all’ingigantimento della Storia stessa e che dipendono dai singoli individui, in questo caso e nello specifico: donne.

Donne come nonna Prima, remissiva e docile, sottomessa alla violenza di un figlio tirannico, così legata ad un’idea di madre e moglie tradizionale, antica, diremmo oggi fuori dal tempo; donne come Bianca, la prima protagonista e voce narrante, bambina, adolescente e ragazza che attraversa il ventennio conclusivo del Novecento e assorbe, talvolta suo malgrado, tutti i cambiamenti del secolo breve. Donne come Candi, madre matrigna, volto della crudeltà, fedifraga e ingegnosa, animale in gabbia che soffre e va avanti, con un mondo interiore tendente al dolore e all’infinito. E poi donne come Liliane, la seconda protagonista e la seconda voce narrante – perfettamente inserita in una struttura romanzesca ineccepibile –, testimonianza pulsante della tragedia della Shoah, travolta dalla Storia, vittima, vincitrice, carnefice. Sconfitta a metà.

«Quanti volti di donne avevo visto? Non abbastanza. La Storia l’avevano imposta gli uomini. Regine e popolane erano rimaste ingoiate dalla fiumana degli eventi e il loro operato, perfino l’eco del loro nome se li era fagocitati il passato. Così era trascorso quel secolo strano, il secolo-mondo, il secolo delle rivolte e delle guerre di ogni temperatura: e noi donne in mezzo, a rimetterci ogni volta, a conquistare qualche centimetro in più di una scalata che sembrava impossibile».

Un romanzo femminino, eccolo, attraversato dal Novecento e da esso tagliato in due: chi resta e chi non ce la fa. Per questo Biancaneve nel Novecento è anche il romanzo dei sopravvissuti, o meglio delle sopravvissute: donne che sono figlie mogli e madri sbagliate, le cui colpe ricadono sulle figlie giuste che diventeranno a loro volta sbagliate in un ciclo unico e senza fine, destino condiviso e peccato originario. È in quest’ottica che la fiaba funziona, perché dà nuova linfa alla realtà gettandole addosso un manto dubbioso, mistico, impossibile da credere: è qui che la donna si trasforma e diventa qualsiasi cosa, può diventare matrigna e vittima, Biancaneve o strega cattiva, la principessa che salva anziché essere salvata (come Manu, migliore amica di Bianca, che però non riesce a salvare l’innamorato, il giovane Max, e lo vede cadere a terra, esanime, prigioniero della droga: «Tra di noi c’era la principessa Manu, l’unica che avrebbe potuto salvarlo dalle steppe funeste dell’eroina, se lui si fosse lasciato baciare solo cinque minuti prima»), è qui che la donna può diventare tutto perché in fondo:

«Tutti siamo tutto».

È la fiaba, che Oliva utilizza come mezzo di reinterpretazione delle storie nella Storia – e non ultimo del ruolo delle donne, della loro essenza civica oltre che intima, individuale –, a dirci che tutti possiamo diventare tutto, perché niente è come crediamo, niente va come immaginiamo che debba andare. Ce lo ricorda Biancaneve, ce lo ricordano Candi e Liliane, ce lo dice Manu e alla fine lo capisce anche Bianca: la donna uccide e la donna salva, il potere è incontrovertibile nonostante la Storia parli un linguaggio maschile.

Marilù Oliva, forte di una scrittura empatica ma priva di fronzoli, tesse una trama sorprendente e ricca di colpi di scena, laddove l’obiettivo finale non è soltanto il racconto ma la memoria: né convincere né stupire, quanto piuttosto ricordare da dove veniamo e a cosa tendiamo, chi troviamo al principio della vita e nel momento finale. Donne, sempre donne: sole ed esauste, stanche a rabbiose, sfolgoranti nel loro dolore, sempre e comunque donne.

Marilù Oliva vista da Renzo Sciutto

Disegno di Renzo Sciutto: caricaturista, illustratore e sceneggiatore, Sciutto ha scritto soggetti e sceneggiature per “Topolino”, “Almanacco Topolino”, “Paperino mese”; ha collaborato come disegnatore con “Sorrisi e canzoni tv”, pagine di cultura ed economia del “Corriere della Sera”, “Uomo Vogue” e “La settimana enigmistica”.

Potete seguirlo su Instagram: @caricature_perteforyou

O contattarlo tramite mail: sciuttorenzo@tiscali.it

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