“Puntazza”: i racconti di Simone Innocenti

“Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare”.

Con queste poche parole Federico Fellini parlava del suo ruolo di regista, dando un’idea chiara di ciò che la sua poetica di celluloide volesse significare. Appunto, niente, niente di più di ciò che tutti vedono e sentono, nel modo in cui solo un visionario può descrivere la realtà.

puntazza innocenri

Questo è esattamente ciò che fa Simone Innocenti, cronista di nera del Corriere Fiorentino, che nel suo libro di esordio Puntazza (L’Erudita, pp. 102) raccoglie emozioni, violenze, gioie spiegazzate e mai del tutto assaporate, fino a formare un mosaico di quotidianità degno di quell’incantevole e felliniano Amarcord, per trasporto e passione.

Puntazza – il nome di un non luogo che abita più nella geografia emotiva dell’uomo, che in quella fisica – si compone di otto racconti, ognuno dei quali ha per protagonista l’Assenza, sotto tutte le sue forme.

“Solo Simone sa quanta fantasia ci sia nelle pagine di questo suo libro, ma nei personaggi che incontrerete c’è tanto di quei mondi che anche grazie a lui entrano senza sosta nel Corriere Fiorentino”.

Questo scrive Paolo Ermini, direttore del Corriere Fiorentino, nella prefazione a Puntazza e questo, effettivamente, è: i personaggi dei racconti di Innocenti sono tanto strambi quanto veri, tanto alienanti quanto familiari, riconoscibili. Da Niccolò il Lungo a Luciano il Fonema, da Mauro al pittore Galliano, dal confidente finto sordo all’appassionato di tirwatching meglio conosciuto come “osservatore terra-aria”, tutti loro hanno un tratto comune, che li rende simili benché estremamente diversi: la tangibilità. Si possono toccare, odorare, ascoltare come fossero personaggi reali, perché appartenenti fin troppo alla vita reale, in cui ognuno si può riconoscere.

simone innocenti

Le loro vicende si tingono di tinte forti: gelosia estrema, amori traditi e incompresi, violenza pura, tradimenti, lavori sporchi, sogni nascosti, eredità sorprendenti e letterariamente argute. Questa innocente – inteso in senso classico, in – nocèntem, che non nuoce, senza peccato – commistione di crudezza e poesia, di sofferenza e letterarietà, conferisce ai racconti quel quid in più, quel qualcosa che li trasforma in piccole scintille.

Il fil rouge è quello dell’Assenza, intesa non solo come morte, ma come assenza del bene dell’altro, come privazione di ciò che avevamo e che ci è stato negato, assenza intesa come mancata possibilità futura e come sconvolgimento del passato. Puntazza è una storia che ruota attorno a quello che non c’è e che contiene molte storie di gente che c’è ma a cui manca qualcosa, irrimediabilmente.

L’incertezza dell’esserci diventa materia d’esame, il vuoto riempie le pagine e si trasforma in materia liquida, che si percepisce ma che sfugge, come da copione. Si avverte, netta e precisa, tagliente come la lama di un coltello, la necessità del giornalista di trasformarsi in autore, di intrufolarsi – con le armi che possiede, ossia le storie di cronaca nera – nel mondo parallelo dei sentimenti autentici e delle emozioni.

L’Uomo che sente e percepisce, che sfodera la propria sensibilità, emerge non più come spettatore, ma come interprete del mondo che ha raccolto e che in quei racconti è contenuto.

A ben guardare, con Puntazza ci troviamo di fronte ad un’opera prima che amalgama bene gli elementi classici della letteratura di un tempo: la miseria umana di memoria dostoevskijana, certa ironia crepuscolare à la Gozzano (non priva, tuttavia, dell’audacia stilistica dell’Innocenti giornalista) e una finezza squisitamente letteraria che si rintraccia soprattutto nel secondo racconto, L’àncora. In un finale commovente, che potrebbe aprire le porte alla riflessione sul post mortem, l’autore sembra inserire – con garbo – un omaggio all’Oscar Wilde de Il ritratto di Dorian Gray: un quadro attorno a cui ruotano non una, in questo caso, ma due esistenze, unite in vita e legate anche nella morte.

Scampoli di esistenza descritti da una penna brillante e nondimeno coraggiosa. Puntazza saprà coinvolgervi.

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