“L’addio” di Antonio Moresco

“Non si espia solo il male che si è inflitto, si espia anche il male che si è subito. E l’espiazione del male subito è la più terribile, la più lunga, la più dolorosa…”

Di Male e di dolore, di morte e di vita, di sofferenze inflitte e di sofferenze subite, di tutto questo parla Antonio Moresco nel suo ultimo totalizzante romanzo L’addio (Giunti, 2016, pp. 280). Un testo che simboleggia il distacco dagli affanni dell’esistenza e pure tenta di indagarne cause ed effetti.

moresco addio

Il protagonista de L’addio è D’Arco (e chissà che non vi sia già nel nome un destino segnato, di eroe e martire della giustizia in terra), uno sbirro morto che è, prima di tutto, uomo affranto dall’animo delicato e sensibile, già colmo di quel dolore che accompagna tanto il mondo dei morti quanto quello dei vivi.

Ci troviamo di fronte ad una geografia dell’impossibile, in cui la metafisica si interseca perfettamente con la realtà: come un Dante degli anni duemila, Moresco costruisce L’addio come fosse una nuova Commedia, traghettando il lettore dalla città dei morti a quella dei vivi.

D’Arco è chiamato a compiere una missione impossibile: tornare nella città dei vivi – dove ha già perso la vita – per tentare di fermare il massacro dei bambini. Le vittime sacrificali sono loro, voci limpide e incorrotte, ponte ideale fra la vita e la morte, tanto vicini all’una quanto all’altra: non esiste crimine peggiore che quello di annientare un’esistenza che sboccia, non esiste crimine peggiore per raccontare un presente che marcisce.

moresco due

Le due città sono vicine, comunicano fra loro, la polizia dei vivi contatta senza esitazione la polizia dei morti, per cercare di risolvere i casi più difficili.

Nessuno sa quale dei due mondi venga prima, perché nessuno, fondamentalmente, è in grado di affermare se la vita venga prima della morte o se la morte sia in realtà all’origine di ogni cosa. E se il Male fosse l’antenato supremo da cui tutto discende, cos’è la vita e da dove deriva?

Sono questi i dubbi filosofico – esistenziali che inseguono D’Arco e il suo compagno di missione, un bambino dal cranio rasato, gli occhi sbarrati e una profonda cicatrice da filo spinato alla base del collo. Chi è questo bambino a cui manca la parola? Cosa si nasconde dietro quel mutismo obbligato che tradisce un forte desiderio di giustizia e di libertà dal dolore?

Nel loro viaggio all’interno della città dei vivi, questi due contrabbandieri del Tempo e dello Spazio incontreranno i criminali e i pedofili che ogni giorno si sporcano del sangue dei bambini, sgozzati come agnelli sacrificali. Eppure D’Arco può solo aggiungere dolore al dolore, può solo arricchire il male di altro male: non salva le vittime, lui condanna a morte i loro carnefici.

E dunque:

“Se la morte viene prima e se il male viene dalla morte, allora anche il male viene prima! E, se il male viene prima, come si fa a estirpare qualcosa che viene prima? Come si fa ad anticipare qualcosa (…) che viene sempre prima?”

Non vi può essere trama più accattivante di quella che è fatta non delle sole azioni dell’uomo, ma che, soprattutto, si nutre delle sue angosce, delle sue malattie esistenziali e dei dubbi che precedono la storia stessa dell’individuo.

moresco uno

Antonio Moresco si è sempre contraddistinto per complessità tematica e per instancabile ricerca di autenticità, nel mare magnum della vita moderna; con L’addio lo scrittore mantovano analizza il cortocircuito fra la vita e la morte, rompendo gli schemi tradizionali che si muovono in un’unica direzione: non si va solamente dalla vita verso la morte, ma la morte è forse già insita nella vita e dunque il viaggio è duplice.

I confini si abbattono, il recinto delle convinzioni viene infranto e la città dei morti va ad inficiare l’equilibrio – labile e fittizio – della città dei vivi.

Il substrato filosofico su cui poggia L’addio è articolato ed esige uno sforzo d’attenzione in più da parte del lettore: D’Arco è un eroe a tutto tondo, è l’incarnazione del Bene che paradossalmente viene dal Male (città dei morti) ma che proprio il Male vuole sconfiggere. Come tutti gli eroi ha una missione da compiere e deve, vuole, andare fino in fondo, anche quando sa che la salvezza è quasi nulla.

La finta stoicità di questo poliziotto viene minata dalla sua componente meno eroica e più umana – o forse, proprio perché umana, ancor più eroica – che si sposa alla perfezione col tipo di viaggio che deve intraprendere.

D’Arco non comprende fino in fondo il perché di tanto dolore sulla terra, non sa da dove venga il Male e continua a chiedersi il motivo per cui proprio lui, che si batte per la salvezza, non riesca a portare in salvo le vittime, ma possa solo ucciderne gli assassini.

È un eroe completo nella sua insicurezza, perché ben lontano dalle figure mitiche che hanno dominato l’immaginario culturale per svariati secoli; anzi, D’Arco, nella sua faticosa ricerca della Verità, compie due indagini: sull’Uomo e su se stesso, che è poi il vero fine ultimo della missione.

“Homo homini lupus” diceva Thomas Hobbes; l’uomo uccide l’uomo in divenire, nel suo stadio primario, il più innocente, scrive Moresco; la natura dell’uomo è egoistica, a determinare le azioni dell’individuo sono l’istinto di sopravvivenza e quello di sopraffazione. Nessuna forma di amore naturale avvicina gli uomini, poiché l’amore – scrive Moresco – “è solo un sogno”.

Il Male ne L’addio” non solo viene prima, ma si rigenera continuamente, proprio come la vita: non si può estirpare ed ecco perché la missione di D’Arco è senza speranza. Anche Moresco ha una sua missione, forse anch’essa senza speranza. Se è vero che Lazlo (probabile personificazione di Dio) si rivolge in questi termini al nostro protagonista:

“«Solo lei può compiere questa missione (…) perché lei continua a combattere anche quando la battaglia è senza speranza. E questa è una battaglia senza speranza»”

È altrettanto vero che, nella prefazione sui generis al romanzo, l’autore, che viene – forse non a caso – dalla stessa terra di Virgilio, scrive:

“Nel momento in cui ho messo fuori la testa da sotto terra e ho visto come stavano veramente le cose ho avuto di fronte a me due sole strade: o arrendermi e adeguarmi, oppure combattere, magari alla cieca, senza speranza”.

La loro guerra è senza via d’uscita perché il Male genera false verità e tutto ciò che noi chiamiamo civiltà ed è fatto di sentimenti, amore, ideali e princìpi, altro non è che una “grande menzogna”.

Si respira un’atmosfera di forte impronta leopardiana: sembra che l’ispirazione venga da quelle riflessioni delle Operette morali, tanto vere quanto sofferte, che Leopardi consegna, nello specifico, alla Storia del genere umano. Il poeta recanatese, sì caro a Moresco, descrive proprio gli ideali di Amore, Verità, Lealtà e Giustizia come delle grandi illusioni, ribattezzandoli “Larve”.

Il percorso a ritroso in questo territorio minato che è la civiltà dei sopravvissuti, assomiglia di gran lunga al viaggio che Dante intraprende nei gironi dell’Inferno, accompagnato da Virgilio, che qui si rispecchia idealmente nella figura del bambino.

Per descrivere il disagio del mondo contemporaneo Antonio Moresco sceglie la via dell’immortalità, impregnando il romanzo di immagini ancestrali, quasi mitiche, che rievocano con forza il mondo della classicità greco-latina e il pensiero filosofico dei grandi intellettuali.

Allo stesso tempo affida se stesso, il suo Pensiero, alla Letteratura. “Io sono un cantore del Male” – dichiara l’autore – “gli do voce perché è giusto che sia così, perché non sono un censore e voglio semplicemente descrivere ciò che penso ci stia accadendo”.

La forza della Letteratura emerge chiara e forte nell’opera di Moresco, che crede profondamente nella potenza di uno strumento come il libro, àncora di salvataggio nel magma indistinto – e pericolante – della contemporaneità.

L’addio cerca domande, non dà risposte.

moresco blogger

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