Cucina e temi esistenziali: ecco le “Ricette Umorali” di Isabella Pedicini

“Lo scoop, infatti, è che spesso non basta essere un coltello per tagliare. Sembrerebbe un’immaginifica considerazione sulla vita o un proverbio giapponese, ma purtroppo è una banalità: in questo momento ho dieci coltelli di cui solo due riescono a trapassare la buccia di un’arancia e il collo di una melanzana”.

Non è un libro di cucina, non è un ricettario come Tradizione comanda, non è un romanzo né un saggio, ma è un gioiellino di ironia e arguzia.

Sto parlando del compendio gastrofilosofico di Isabella Pedicini, che ha pubblicato per Fazi Editore le Ricette Umorali. In principio era la pasta al tonno… (2012) e le Ricette Umorali – il bis. Palati in fuga, apericene e altre catastrofi (2015).

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La Pedicini, vestendo i panni di una spaesata studentessa fuorisede – quale è effettivamente stata – imbandisce (passatemi il termine) un libro ricco di ogni ben di Dio: timballo di melanzane, calamari ripieni, insalata di riso, tè verde, frutta fritta e per finire un bel gelato al limone.

Tutte ricette gustosissime – a parte quella dell’Aulin, che è e resta comunque un sempreverde – spiegate in maniera decisamente anticonvenzionale, in cui agli ingredienti classici si mescolano considerazioni pseudo filosofiche sulla vita, sulle relazioni umane e sull’amore.

Mentre taglia una zucchina, mentre mescola un impasto, mentre aspetta che l’acqua arrivi a bollore (mai guardare l’acqua altrimenti non bolle), Isabella Pedicini arriva a formulare inoppugnabili verità e personalissime convinzioni, trasformandole in arguti e taglienti aforismi.

Palati raffinati – e non – di tutto il mondo unitevi, perché ora lascio la parola ad Isabella Pedicini, che ho intervistato in occasione della sua partecipazione al CaLibro – Festival di letture a Città di Castello, giunto ormai alla sua quarta edizione.

isabella pedicini

Isabella, indubbiamente le tue Ricette Umorali sono un mix sorprendente di “filosofia” e humour: parliamo di un compendio gastrofilosofico in cui si mescolano pensieri sparsi, riflessioni a tutto tondo sulla vita e sui rapporti umani e ingredienti per fantasiose ricette tipiche della studentessa fuorisede. Ci spieghi come mai la scelta di unire cucina e riflessione pseudo filosofica sulla vita di tutti i giorni? Da dove nasce l’idea di questo libro?

La genesi del primo libro che, già dal sottotitolo, omaggia la pasta al tonno, la pietanza quintessenziale dei fuorisede, avviene durante gli anni universitari a Roma. Ho studiato storia dell’arte e mi sono sempre occupata delle recensioni delle mostre per diversi giornali on line. Poi un giorno – correva l’anno 2008 – un amico mi ha chiesto di scrivere per il suo blog, ma invece di raccontare di esposizioni e artisti, ho cominciato a parlare di un’altra mia grande passione: il cibo. Tuttavia non il cibo dei programmi televisivi, delle televendite, dei talent (che all’epoca ancora non esistevano), ma quello che mia mamma mi ficcava in valigia, quello che scambiavo con le mie coinquiline negli appartamenti in affitto, quello che ho dovuto guardare dritto negli occhi per imparare a cucinare e non correre il rischio di dover mangiare per tutta la vita pane e prosciutto.

Tra le tante ricette proposte a quale sei più legata? Ce n’è una che ti ha ispirato un momento di riflessione diverso, più profondo?

Le riflessioni legate alla cucina sono di varia natura, ma tutte risultano legate a un diverso stato d’animo sicché, nei due libri, la gamma degli umori è indagata completamente​. Molto spesso gioco con le parole, guardo alla gastronomia in maniera sarcastica, scherzo, scardino dall’interno i ricettari tradizionali, ma l’ironia presenta sempre un retrogusto amaro…Altre volte mi arrabbio, mi deprimo, mi faccio prendere dalla malinconia. L’umore è altalenante e quindi fedele al titolo.

Sicuramente, tra le mie ricette preferite, compare quella dell’Aulin anche perché è la prova schiacciante che i miei non sono libri di cucina in senso stretto.

E invece cos’è che ti piace di più cucinare, cosa ti riesce meglio?

Dipende sempre dallo stato d’animo…​per fortuna ho due cani che mi danno sempre soddisfazione al di là del bene e del male.

Ho notato che nelle Ricette ci sono anche molti rimandi culturali di un certo livello, soprattutto letterari: penso ai vari riferimenti a Che tu sia per me il coltello di Grossman o a Il maestro e Margherita di Bulgakov. Che rapporto hai con i libri? Esiste – lo so, la domanda è ostica – un tuo libro preferito?

L’operazione che ho compiuto in entrambi i libri è stata quella di unire la  cultura alta, quindi l’arte, la letteratura, la storia, il cinema, la musica, alla cosiddetta cultura bassa e quindi, alla cultura materiale: l’insalata russa va con Dostoevskji, il gelato con Paolo Conte, il timballo di melanzane con Andy Wharol ecc. Le Ricette non sono composte unicamente dagli ingredienti di stagione, ma anche da elementi altri di cui ugualmente mi nutro, come libri, cd e film. Ecco perché compaiono tanti rimandi culturali. Non riesco a dirti qual è il mio libro preferito: se ne individuo uno, mi viene il senso di colpa per tutti gli altri a cui non ho pensato. Posso però dirti qual è l’ultimo libro che ho letto: i Sessanta Racconti di Dino Buzzati. Straordinario!

Ti chiedo ora di commentare un passo del tuo libro, tratto dalla ricetta sul Tè verde: “Nel rapporto con cibi e bevande si legge anche la propria visione del mondo: chi mette tre cucchiai di zucchero nel caffè non la può pensare proprio come chi lo stesso caffè lo beve amaro. Se siamo quello che mangiamo, il cibo è anche identità”.

Il cibo è identità, memoria, sentimento, cultura, ma anche atto psichico, sociale, politico. Ciò che compriamo al supermercato, ordiniamo al ristorante, lasciamo – o ripuliamo – nel piatto, racconta davvero molto di noi, molto di più di quanto crediamo. C’è chi legge le carte o i fondi di caffè, io leggo le stoviglie dopo il banchetto. Molto importante è anche il modo in cui, fisicamente, ci relazioniamo al cibo. Ad esempio, è chiaro che l’umanità non sia ancora pronta per il buffet.

Che rapporto hai con il cibo? E con la scrittura? Senti che queste due sfere siano in qualche modo legate fra di loro?

Credo che il cibo, in quanto simbolo, sia un ottimo veicolo per raccontare delle storie​. Rappresenta un ottimo spunto narrativo e, inoltre, ha un grande potere evocativo: dalla celeberrima​ madeleine​ di Marcel Proust alle ricetta della nonna, i sapori e i profumi ci riportano indietro nel tempo, ci ricordano luoghi e persone realmente conosciute o semplicemente immaginate, amori nati o finiti al tavolino di un bar, momenti di sfrenata convivialità o di solitaria inappetenza.  Ancora, la cucina è un territorio di ricerca sterminato: nuove pietanze ci consentono di scoprire culture e modi di essere a noi distanti, ma anche varianti creative dei piatti tradizionali, divagazioni gastronomiche, sperimentazioni, disastri e gustosi fallimenti.

Sappiamo che parteciperai anche al CaLibro, il Festival di Letture giunto alla sua quarta edizione e che si svolgerà a Città di Castello dal 31 marzo al 3 aprile. Venerdì primo aprile ci sarà la tua “Apriticena”: ci spieghi che tipo di serata sarà?

“Apriticena”, già dal nome, è un manifesto contro una delle più brutte e temibili parole del millennio: apericena. ​ Durante l’incontro, leggerò alcuni brani tratti da Ricette Umorali e Ricette Umorali – il bis. Insieme a me ci saranno Lorenzo Bruscoli alla chitarra e Antonio Fiorucci al basso.

calibro festival

Ed ora tre buoni motivi per leggere il tuo libro e… un buon motivo per non leggerlo!

Leggetelo perché non fa ingrassare, depura, e costa di meno di una cena in un ristorante Michelin. Se però avete voglia di imparare la preparazione di qualche nuovo manicaretto, lasciate perdere: le Ricette Umorali partono con tutti i crismi dei manuali di cucina, ma poi prendono strade pericolosissime.

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