Il ricordo di Indro Montanelli – commento all’articolo di Paolo di Paolo (Il Foglio, giugno 2014)

È vero, di Montanelli si parla poco, molto poco. Non se ne leggono più gli articoli, le Stanze sembrerebbero esser scivolate nel dimenticatoio, non ci si appassiona più a leggere i suoi ritratti memorabili, e forse, eccezion fatta per qualche tenace appassionato, nelle case, nelle librerie dei nostri vicini, della Storia d’Italia non ve ne è neanche l’ombra. La generazione dei ventenni di oggi, quella che non si schiera più a destra nè a sinistra, nè per gioco, nè per moda, nè tantomeno per convinzione, quella che ha negli occhi la tristezza e l’indifferenza, quella che viene lasciata in balìa del nulla che le viene offerto, beh, questa generazione, forse, Montanelli non sa neanche chi è. Ma come incolpare dei giovani disillusi, malinconici e alla ricerca, senza saperlo, di maestri cui rivolgersi? Se all’Italia di oggi “sembra non servire più” Indro Montanelli, la colpa non è certo di chi oggi ignora la sua memoria, no. La colpa è di chi non ha saputo divulgarne l’esempio, delle scuole, dei licei, delle università che non hanno saputo – nè voluto – prendersi la responsabilità di aprire ai ragazzi il mondo di un giornalista che non è stato solo un giornalista. Perché ancor prima di Montanelli c’era Indro: “fragile, spaventato, insicuro a quaranta come a vent’anni”, il giovane che prese parte alla guerra d’Etiopia, il fascista convinto dei vent’anni, certo, ma anche il giovane che fece carriera, che con grande ambizione e caparbia riuscì ad esaudire il suo sogno, sbarcare al Corriere della Sera, l’Indro che arrischiava, osava, si intestardiva e alla fine otteneva. Questo è ciò che manca ai giovani di oggi. Una figura da cui prendere esempio, la cui memoria e il cui insegnamento li sproni non solo a costruirsi un futuro, ma che li aiuti a capire se stessi e che li faccia sentire di nuovo vivi. Ecco perché Montanelli è NECESSARIO. L’Indro che “voleva essere ‘la stecca nel coro'” e che riuscì ad esserlo, usando l’intelligenza, la tenacia e l’autoironia.
Ricordo proprio, in merito a quanto detto precedentemente, che una professoressa di storia e filosofia, ai tempi del liceo, troncò la mia curiosità circa l’operato di Montanelli liquidandomi con un semplice e diretto:”Montanelli era un giornalista di destra. Bravo, si, ma fascista”. Questo la dice lunga sull’infinita serie di pregiudizi che investono la sua figura di uomo e giornalista.
Ancora, mi sovviene il ricordo di quando, al festival del giornalismo del 2007 (se non erro), fu allestita in ricordo del “toscanaccio” una sala con le sue fotografie e le riproduzioni delle interviste che gli fecero negli anni ’90. È stato commovente sentire la sua voce severa e ammaliante, osservare quello sguardo sempre vivo e lampeggiante. Ma la sala, ahimè, era semi vuota.
Ebbene, a questo punto, mi pare doveroso dire che, chi ha avuto l’audacia, e anche forse la giocosa sfacciataggine, di firmarsi Karl Marx e di spedire una lettera dal Paradiso a Indro Montanelli, non può e non deve arrendersi, ma ingaggiare (o forse è più giusto dire proseguire) una battaglia contro la dimenticanza (L’oblio, in definitiva, che faceva paura anche a Indro), promuovendo e rimarginando il ricordo di un uomo fermo e volitivo, fragile e spaventato, severo ed autoironico, il ricordo di un giornalista. IL Giornalista.

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