Mandami tanta vita – Paolo Di Paolo e il Gobetti di oggi

Quando finisce il tempo in cui è legittimo sprecare tempo? Quand’è che la giovinezza evapora e si schiude l’età matura? E come si arriva alla soglia della gioventù avendo speso tutto ciò che era possibile investire? A queste complesse domande Paolo Di Paolo tenta di dare una risposta nel libro, finalista al premio Strega, “Mandami tanta vita”.
Annodata tra gli sviluppi delle vicende di Moraldo e Piero emerge la riflessione chiave che, tutto sommato, accompagna il libro nel suo evolversi: come si spende la giovinezza? Quando si smette di essere giovani, e come ce se ne accorge? Si tratta di un momento assolutamente indefinibile, non privo certo di qualche segnale riconoscibile, ma tuttavia emotivamente impegnativo ed oscuro. Questa volta Di Paolo mette in gioco due pedine teoricamente vicine e praticamente agli antipodi: Moraldo, giovane inesperto della vita, alle prese con la sessione d’esami e che, una volta arrivato a Torino per questi ultimi, si accorge di aver scambiato la propria valigia con quella di uno sconosciuto, e Piero, il coetaneo ventiquattrenne – ammirato e detestato da Moraldo – che ha già fondato riviste, una casa editrice, combatte contro la deriva autoritaria del Paese ed è sposato con Ada, dalla quale ha avuto da poco il suo primogenito. Se Moraldo è un personaggio frutto della fantasia dell’autore, Piero è invece il Piero Gobetti che visse tra il 1901 e il 1926, il giornalista e antifascista italiano che morì troppo presto per vedere i suoi tanti e grandi progetti intellettuali spiccare il volo.
La scelta del personaggio di Piero ha un significato ben preciso ai fini dello sviluppo di questo romanzo appassionato e commosso sul “rischio di essere giovani”. Ciò che più colpisce è la fatica, e forse anche lo strazio, se di strazio si può parlare, di mettere insieme un progetto intellettuale, come quello che aveva Gobetti, e i sentimenti: se Di Paolo è stato spinto ad iniziare questo viaggio letterario accompagnato da Piero, è proprio perché ha letto alcune lettere d’amore di Gobetti alla moglie. Ciò che affascina e che inquieta al tempo stesso è indagare lo spazio in cui i sentimenti entrano, quegli stessi sentimenti che Gobetti voleva governare, voleva domare e tenere sotto controllo, perché impediscono inevitabilmente la realizzazione dei progetti, soprattutto se si ha un tempo prestabilito. Se, come emerge anche dal libro su Montanelli – “Tutte le speranze” – Di Paolo è sempre interessato ad andare alla ricerca dell’Uomo più che del giornalista o del politico, scovando le missive più lontane dal personaggio pubblico e concentrandosi su quelle che invece riguardano la sfera dell’intimità, la sfera in cui i sentimenti vengono stanati e gli Uomini, anche quelli più grandi, tornano ad essere semplicemente esseri umani, con Gobetti accade la stessa cosa: lo scrittore romano vuole cercare di vedere in che modo Piero domina il regno degli affetti, e ciò è possibile grazie alle lettere che si scambiano lui e la moglie Ada.
Ma Piero è anche il Gobetti che tenta, per usare un’espressione del professor Nigro, di “maturare un altro mondo”, proprio come tentano di fare quasi tutti i giovani, senza però poi avere l’opportunità di verificarne gli esiti, suo malgrado. Di fatti Piero era ignaro del fatto che sarebbe morto così prematuramente e dunque, all’interno del suo percorso, stava maturando questo “altro mondo” all’interno del mondo ingrato in cui era costretto a vivere. Piero si accorge con puntuale perspicacia che il rischio della sua epoca sarebbe stato tradire la politica, nonostante lui stesso, come ci ricorda Di Paolo, fu colui che all’acerba età di diciassette anni spese delle forti critiche contro la classe giolittiana, definita come corrotta e incapace, ma che, anni dopo per l’appunto, si corresse sostenendo che bisognava “Restare politici nel tramonto della politica”.
Dall’altra parte rimane invece un insoluto Moraldo, annaspante e indeciso, il giovane coetaneo di Piero che, a differenza sua, non riesce a prendere una posizione. Facendo attenzione però a non definire Moraldo come inetto. Moraldo si schiera piuttosto nel girone degli incerti, dei confusi, appartiene, per utilizzare le parole dell’autore, “ad una zona grigia della storia più che dell’esistenza”, proprio perché ancora non ha trovato il suo sbocco, la sua destinazione. Moraldo, così come Piero, è arrivato al limite estremo della propria giovinezza, vede anche lui svanire il tempo delle occasioni, quello in cui aleggia sempre l’opportunità di poter sprecare tutto, tempo, spazio, pensieri e idee. Moraldo però, a differenza di Piero, sembra non essersi “sprecato troppo”, sembra proprio non aver fatto nulla, osservando inerme la vita che gli scorreva accanto e attraverso. Per Moraldo è finito un tempo e, vacillando sulla soglia dell’età matura, il campo delle possibilità si restringe necessariamente ed inevitabilmente. Ed è proprio sul limite di questa linea d’ombra che, allora, decide: decide di sprecare qualcosa, l’energia, ad esempio. Nelle ultime pagine, che coincidono con l’apprendimento da parte di Moraldo della morte di Piero, è come se nel giovane incerto si accendesse un’illuminazione, come il fuoco di un bengala, che, però, appena lo afferri vedi il fuoco spegnersi. Il fuoco si spegne proprio alla fine del libro.

Al di là di qualsiasi retorica, al di là di qualsiasi formalismo, cui Di Paolo si è dimostrato e continua a dimostrarsi estraneo, ci viene offerto un Gobetti inedito, un Gobetti amico, fragile e umano, un ragazzo di soli ventiquattro anni che, sebbene ad un primo sguardo possa risultare antipatico con quel suo fare spocchioso e snob, in realtà, come tutte le anime sensibili, cede a tratti al crollo emotivo. Anche lui dubita, è incerto, a volte ha persino l’impressione che quello che sta facendo non potrà mai avere degli esiti misurabili sul tempo della vita – salvo poi correggere il tiro per annegare nella certezza che non potremo mai misurare tutte le nostre battaglie sulla linea del tempo della nostra vita – .
Ciò che, alla fine di tutto, accomuna Moraldo a Piero, oltre all’età, è il desiderio di entrare in contatto con chi ha più esperienza di loro. Moraldo tenta di farlo con Piero stesso, invano – per questo Gobetti si troverà ad essere personaggio ammirato ma al contempo detestato dal giovane confuso – , e Piero tenta di farlo con Einaudi, Salvemini, Croce, poiché avverte il bisogno di confrontarsi, di specchiare se stesso in “come un destino si compie”. Cosa c’è di misterioso e magico ed inspiegabile dentro il fatto che si diventa ciò che si è? Gobetti, nel tentativo di risolvere questo favoloso enigma, avverte una rispettosa ribellione verso chi è più anziano di lui, lo attacca per cercare di capire questo mistero, questo segreto. E se ne lascia avvolgere. Inevitabilmente.
Piero e Moraldo, è chiaro, sono personaggi che si muovono all’interno di un romanzo che ha come sfondo la Torino degli anni ’20, ma in realtà si tratta di persone dal pathos fortemente contemporaneo.
Se Piero è singolare perché investe tutte le sue energie in modo caparbio e tenace per realizzare, se pur con tutti i dubbi leciti e non, progetti e idee, e forse per questo, al giorno d’oggi, potremmo riscontrare un che di positivamente anomalo in lui, Moraldo invece è un “eroe” dei nostri tempi, che spende la propria giovinezza nel modo più lontano da quello di Gobetti, che sembra risvegliarsi solo sul limitare della gioventù, e che tenta di approcciare con quello che per lui è un Modello di riferimento: Piero. L’esempio di un giovane intellettuale e giornalista che a ventiquattro anni è già in grande attività affascina Moraldo, chiuso nel limbo della paura e della rabbia, ma al contempo lo indispettisce, a causa dei suoi ripetuti tentativi di scrivere a Gobetti, il quale, chiaramente non di proposito, non può rispondere.
Se Moraldo annaspa tentando di inseguire il suo punto di riferimento intellettuale, al giorno d’oggi, forse, è venuta anche meno la voglia e la speranza di tentare un confronto con i nostri miti, quelli che, come dice Montanelli, “è sempre meglio guardare da lontano” perché se visti da vicino si notano “tutte le rughe”.
La speranza è che questo audace romanzo, elaborato da un giovane per i giovani, possa fungere da stimolo per tutti coloro che, per vocazione, per indole o perché hanno realizzato tardi di aver raggiunto l’apice dell’epoca in cui tutto è permesso, cercano la forza di immergersi nella Vita, di attuare i progetti, anche quelli che da troppo tempo giacciono nel cassetto insieme ai sogni, di rischiare anche di farsi male, per rialzarsi più coraggiosi di prima.
A tutti, l’augurio di ricevere tanta vita.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Visto che condividiamo la passione per i libri, spero che questo mio post ti dia degli spunti per le tue letture future: http://wwayne.wordpress.com/2013/04/27/la-fine-di-un-era/. : )

    1. Verme solitario ha detto:

      Grazie mille! Mi sarà di grande aiuto! 🙂

  2. Mi è piaciuto molto.
    Mi ha… “scaldato il cuore”. Non saprei spiegarlo meglio.
    Spero di leggere presto altro di questo giovane autore.

    1. Verme solitario ha detto:

      Te lo consiglio vivamente, è un autore veramente bravo ed appassionante.

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