Il mito della frantumazione, i bambini e le ombre: “La felicità degli altri” di Carmen Pellegrino

AVVERTENZA PER IL LETTORE: questa non è una recensione, e dunque non troverai, lettore, riferimenti diretti alla trama. Non ci sarà un riassunto di quel che accade in “La felicità degli altri” di Carmen Pellegrino (per questo ti invito a cliccare qui, di modo che tu possa sapere quale sia la dinamica contenutistica del romanzo), ma un contributo critico ai temi del libro.

Grazie.

Carmen Pellegrino vista da Renzo Sciutto.

Ogni volta che penso alla morte, quasi per riflesso incondizionato mi torna in mente la famosa frase di Mark Twain, “Non temo la morte. Ero morto da miliardi e miliardi di anni prima che io nascessi, e non ne ho mai sofferto il minimo disagio”. Ci penso e mi dico che in effetti è così, la morte è esistita per tutti noi molto prima della vita e, in realtà, non facciamo altro che tornare da dove siamo partiti.

Questo è il concetto che più si avvicina all’idea di vita e di morte che possiamo farci leggendo il nuovo romanzo di Carmen Pellegrino, La felicità degli altri (La nave di Teseo, 2021, proposto al Premio Strega da Alessandra Tedesco), un lavoro che sembra chiudere un cerchio, disegnato dai tempi di Cade la terra (Giunti, 2015, Premio Rapallo Carige opera prima e Premio Selezione Campiello), e che, di contro, riesce ad aprire la strada a nuovi percorsi verticali, di stampo più accuratamente filosofico.

Per delineare la poetica di Carmen Pellegrino – che è complessa e sofisticata – occorre partire da un passaggio specifico di Cade la terra, perché è in quel luogo narrativo – Alento – che inizia il viaggio lungo le stanze dell’abbandono – in senso esteso, non riferibile soltanto alle case diroccate di cui l’autrice si occupa; stanze, dicevamo, ampie e ariose (forse a dispetto della materia analizzata, oscura e apparentemente senza via di fuga), mai uguali a sé stesse, in cui si nasconde il cuore pulsante di tutti i Perché:

«A nessuno dovrebbe essere inflitto di vedere il dispetto negli occhi di chi lo ha messo al mondo, di nascere, di arrivare fino a un certo punto e poi più in là: tutto negato».

Quel “dispetto negli occhi di chi lo ha messo al mondo” è quanto di più simile a ciò che Clotilde sente provenire da Beatrice, sua madre, come ci racconta parlando in prima persona ne La felicità degli altri (titolo che, tra l’altro, prende le mosse dal primo verso della poesia “O forse la felicità” di Giovanni Raboni – in Barlumi di storia, 2003; ma l’autrice ci aveva già abituato bene, scegliendo come titolo per il secondo romanzo, Se mi tornassi questa sera accanto, l’incipit di una poesia di Alfonso Gatto).

Il tema dell’amore negato, mancato; il tema dell’abbandono – appunto – sebbene questa volta declinato in modo vagamente più sottinteso rispetto al primo romanzo (che invece si presentava palese, preoccupato); e poi il tema dei fantasmi, che tornano a più riprese e la cui presenza può essere declinata in modo vario, trasversale – in entrambi i romanzi, ad esempio, viene sempre da chiedersi: chi sono i fantasmi? Quelli che la protagonista dice di sentire e vedere, o è la protagonista stessa, un fantasma, e non lo sa?

Va messa subito in chiaro una cosa: Pellegrino si muove all’interno di una dimensione che è reale e al contempo parallela, impalpabile eppure aggressiva nella sua verità prettamente realistica. In quest’ottica, ieri come sempre, l’autrice amalgama in modo impeccabile il concetto di morte terrena con quello di vita dopo la morte, e lo fa con garbo ed eleganza, senza lasciare dubbi ma senza provocare lesioni o traumi in chi legge, poiché il punto di divisione si confonde con tutto il resto.

Carmen Pellegrino

Per questo, la sua, è una Letteratura degli Abbandoni in senso lato, è la letteratura dell’altrove, dell’oltre, fortemente legata a quell’universo parallelo che all’interno delle pagine risuona sempre netto ed esplicito ma mai ingombrante, una esatta continuazione del reale tangibile.

Alla luce di tutto questo, è chiaro che fin da pagina 12 risalti l’espressione “questi fantasmi dei luoghi”, che “si limitano ad accompagnarci, portando con sé una persistenza di vita sopravvissuta alle distruzioni”. Se però in Cade la terra Estella prova a trattenere tutti i fantasmi della casa di Alento, incapace di liberarsene e desiderosa di ritrovarli sempre lì, ne La felicità degli altri Clotilde – detta Cloe, che poi diventerà Anais e infine Esoluna in un gioco di nomi che delineano una identità confusa ma dall’evoluzione ben precisa, soprattutto se collochiamo questo gioco all’interno di uno più grande, quello che travolge tutti i nomi dei personaggi – non staziona in un luogo abbandonato, anzi, prova a fuggire dai fantasmi che la rincorrono.

Qui, la protagonista ha maggior contezza del senso di abbandono – lascia il villaggio, poi è costretta ad allontanarsi dalla Casa dei Timidi, poi lascia Venezia, e infine torna di nuovo al principio di tutto, l’unico inizio possibile – e sa che non deve trattenere nulla, perché i fantasmi continueranno a scovarla anche senza che lei lo desideri. Semmai, torna nei luoghi per cercare, la sua azione ha scopo di sviluppo, forse anche di crescita, e in questa direzione ecco che s’introduce il professor T. Docente residente a Venezia, T. è il Virgilio di Clotilde, che non a caso vive proprio nella città più instabile ed evanescente d’Italia, dove gli spiriti possono rincorrersi indisturbati tra le nebbie della notte. È dunque lui che inizierà la sua allieva Cloe al dialogo con le ombre, e prima ancora al loro accoglimento:

«Farsene qualcosa delle ombre, senza più riscacciarle, è quanto ho dovuto imparare».

Inutile tentare di scansare i morti, le loro parole la raggiungono ovunque:

«Sei o sette anni dopo il trasferimento sulla Collina, quando ormai ero al sicuro, mi pensavo, al sicuro dalla casa infestata, i fantasmi iniziarono a farsi avanti delineando il nucleo della collisione».

È il professor T. a fornirle un primo strumento di indagine per indagare l’oltre – fatto di ombre, fantasmi e memoria –, come Virgilio, dicevamo, la guida nella Divina Commedia del reale parallelo insegnandole come si vive nell’oscurità, là dove il buio illumina più della luce.

Da questo incontro principia il viaggio di Cloe, la sopravvissuta, la bambina interrotta della Casa dei Timidi che ha lasciato il villaggio, i genitori, il fratello suicida Emanuel, la vita di prima.

Carmen Pellegrino cerca qualcosa di diverso dagli altri romanzi, sebbene utilizzi gli stessi strumenti: l’origine della dispersione del Sé, la frantumazione primaria dell’Io in tanti rivoli di dolore. Tutto avviene in famiglia, il nucleo dei primordi:

«”Cara zia,” risposi, “aver avuto una madre come la mia ha fatto di me quel che sono. Ci voleva morti e morti siamo, perciò io non posso generare vita.”»

Presto arriviamo al dunque: madre – morte – vita. Il problema posturale della storia è nato, viene dichiarato con naturalezza, senza schiamazzi, in pieno stile Pellegrino – che sussurra gli orrori come cantasse una ninna nanna. Ogni rottura irreparabile accade lì, e allora viene da chiedersi – visto e considerato che il cuore del misfatto è la madre che disprezza e non tanto il padre assente: è più forte il legame tra la madre e la morte o quello tra la madre e la vita? O, ancora: per arrivare alla vita occorre nascere dalla madre e attraversare la morte? Qual è il fine ultime della ricerca, del viaggio: giungere alla morte – come da copione per tutti – o ritrovare la vita negata al principio – come sembra fare Cloe?

Si soffre senza rimedio, si procede “senza destino, come veniva”, ma si va avanti per rimettere insieme i pezzi: Clotilde – nome di origine gotica, che vuol dire “illustre guerriera” e che inevitabilmente contiene in potenza tanto il germe della distruzione quanto l’atto finale della vittoria – è venuta al mondo moribonda ma con l’intento di capire come si nasce, il suo è un percorso di vita al contrario, come per tutti gli ospiti della Casa dei Timidi sulla Collina.

Cade la terra” di Carmen Pellegrino (Giunti, 2015)

Ed ecco perché la chiave di comprensione del romanzo non è più individuale (non lo è mai stata, in verità, per nessuno dei romanzi di Pellegrino) ma collettiva: la protagonista cerca salvezza e costruzione non solo per sé, ma per tutti i bambini interrotti, frantumati, perduti e dispersi nel dolore. I bambini senza famiglia o, peggio, i bambini che nella famiglia hanno vissuto la nascita come negazione di felicità. Se i bambini privi di genitori sono adulti interrotti, i bambini cui viene negato l’amore materno sono bambini per sempre, condannati a un’eternità di non detto che li costringe a rimanere allo stadio primordiale.

 La protagonista, proprio come un Cristo, patisce, e come Dante si perde nella selva oscura soccorsa da Virgilio – il professor T. Ma la méta è ancora lontana, è il Paradiso. E chi dovremmo trovare in Paradiso? Beatrice, ovviamente, che forse non a caso è il nome della madre di Cloe – sebbene della Beatrice dantesca porti solo il titolo e non le qualità.

Il luogo di contatto con Cade la terra, dunque, è proprio questo, il terreno del non amore originario, quello materno:

«Se non c’è modo di farsi amare da chi ti ha messo al mondo, se non puoi conoscere quella felicità che è sopra ogni altra cosa, è preferibile ritrovarsi là dove può esserci per te una coperta di lana a fili invisibili».

Il romanzo, da questo punto in avanti, sembra prendere le sembianze di una tragedia greca contemporanea, ed è per questo che Carmen Pellegrino diventa madrina del Mito della frantumazione, in cui ogni cosa nasce al posto sbagliato per poi ricomporsi in una strada di dolore e di liberazione.

Tuttavia, la strada per la libertà – soprattutto emotiva e spirituale – è costellata di emozioni fragili, altalenanti, dettate dall’ingordigia dei fantasmi che vengono a trovarci. La salvezza è l’obiettivo finale, certo, l’affrancamento da tutto l’orrore, ma Pellegrino ci dice che “i bambini” sono gli unici fra gli esseri umani che “dovranno salvarsi da soli”, e chi non riesce a farlo muore, come i figli di Medea.

Ecco allora che entra in soccorso la figura implicita del profeta, Elias (Elia in ebraico, Elias in greco: una delle figure più rilevanti dell’Antico Testamento; si narra che fu assunto in Cielo anima e corpo da non morto e che di tanto in tanto ricompaia sulla Terra “sotto mentite spoglie”, per aiutare il popolo ebraico in difficoltà): è questo bambino dai capelli fulvi, di nome Elias per l’appunto, guardiano del cimitero al villaggio base di Cloe, che le apre le porte del mondo estinto, dell’altrove.

«”Ogni giorno vengo a portare le ghirlande nuove di Bernardo e tolgo le vecchie.”

“Dovrebbero farlo i grandi, non tu.”

I grandi non ce la fanno, solo io ce la faccio.”

“E che ti danno in cambio?”

Da mangiare (…).”»

Il dialogo tra Elias e Clotilde è la chiave di ogni cosa: i bambini si salvano da soli, pur restando interrotti. Ma riescono a scavalcare il fosso della morte attingendo energia dalla morte stessa, guardandola in faccia, prendendo confidenza con le ombre, nutrendole addirittura per poi essere a loro volta nutriti. Il bambino è figlio diretto di Dio (proprio come dirà Elias: io non ho padre perché in realtà sono figlio di Dio), ne conserva la scintilla e sconfigge l’abisso, diventa custode del luogo di passaggio tra la vita e la morte. Da qui, si torna alla connessione stabilita in partenza: madre – morte – figlio, bambino: il filo d’amore (anche mancato, ma che comunque lascia una traccia, a volte più netta perché rimarcata dall’assenza) che lega l’aldilà e l’aldiqua, il soffio vitale e il sospiro ultimo.

Ogni cosa coesiste senza danno, il Tempo non ha scadenza, le realtà si fondono pur rimanendo distinte, individuali. I bambini sono e restano il tramite per l’Oltre.

Se in Cade la terra Carmen Pellegrino aveva descritto una parabola nuova, originale, ricca di quella nostalgia che appartiene ad ogni uomo e che pure anelava ad un respiro diverso, più intimo di quel che potremmo immaginare, qui supera ogni aspettativa e va al di là di sé stessa: La felicità degli altri è un romanzo che viene da molto lontano, che trae ispirazione dall’origine di tutto e che si evolve fino ad avere la forza di liberare i personaggi che lo abitano.

È il romanzo delle ombre e dei bambini, dei profeti e di Dio, delle madri. Dunque, il romanzo della vita sotterranea e della morte latente.

Carmen Pellegrino vista da Renzo Sciutto

Carmen Pellegrino vista da Renzo Sciutto: caricaturista, illustratore e sceneggiatore, Sciutto ha scritto soggetti e sceneggiature per “Topolino”, “Almanacco Topolino”, “Paperino mese”; ha collaborato come disegnatore con “Sorrisi e canzoni tv”, pagine di cultura ed economia del “Corriere della Sera”, “Uomo Vogue” e “La settimana enigmistica”.

Potete seguirlo su Instagram: @caricature_perteforyou

O contattarlo tramite mail: sciuttorenzo@tiscali.it

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