“Sembrava bellezza”, e lo è.

AVVERTENZA PER IL LETTORE: questa non è una recensione, e dunque non troverai, lettore, riferimenti diretti alla trama. Non ci sarà un riassunto di quel che accade in “Sembrava bellezza” di Teresa Ciabatti (per questo ti invito a cliccare qui, di modo che tu possa sapere quale sia la dinamica contenutistica del romanzo), ma un contributo critico ai temi del libro.

Grazie.

Teresa Ciabatti vista da Renzo Sciutto.

Quando Garboli parlava della Morante era solito definirla una specie di outsider, una di quelle scrittrici che non assomigliano a nessuno, che non hanno bisogno dei modelli passati (probabilmente maschili, sottinteso) per scolpire la propria voce. A lei bastava osservarli da lontano, ne coglieva i punti di forza così come le stonature, le storture a posteriori, che si formano molto prima sulla pagina ma di cui ci si accorge solo dopo averla letta d’un fiato. Testualmente, Garboli scriveva: «sarebbe impossibile inquadrarla nei soliti disegni, nelle organizzazioni manualistiche della “letteratura”. Lei è nata da sé stessa».

Senza avviare paragoni di alcuni tipo – davvero non sarebbe il caso, parliamo di universi completamente differenti –, possiamo comunque dire che Teresa Ciabatti per talento letterario, vocazione alla realtà, scrittura indefessa e mai ostacolata dalla volgarità di certi filtri, e non da ultimo per un’autentica espressione di ferocia – che si traduce in uno stile senza scrupoli, doloroso, che è poi il modo di dire le cose scavalcando la paura del giudizio –, ecco, per tutto questo Teresa Ciabatti nasce unicamente da sé stessa. Non prende le mosse di alcuno, viaggia a duecento all’ora su un binario che percorre soltanto lei.

Sembrava bellezza (Mondadori, 2021, proposto al Premio Strega da Sandro Veronesi) è un romanzo che parla a chi sa ascoltarlo così come fu, all’epoca, La più amata (Mondadori, 2017, finalista Premio Strega). Non c’è un filo conduttore che li lega (o forse sì, magari non è palese ma esiste; comunque non è questo il punto) ma ci sono in ogni caso alcune delle parole fondamentali del vocabolario ciabattiano, che risuonano lì e là.

Tutto principia a pagina 17, dove compare per la prima volta la negazione del concetto fondante de La più amata: «Nei letti, sotto maschi eccitati, io vedo loro, tutti loro che non mi hanno amata». E poi, ancora a pagina 43: «i maschi che non ti hanno amata in platea».

Torniamo là dove ci eravamo bloccati, torniamo per riavvolgere le fila, dai tempi della bambina più amata, e ci accorgiamo che in questo nuovo romanzo la protagonista non è una bambina ma una donna – scrittrice di successo, prima di ogni cosa –, dunque non la stessa di sempre, un’altra. Matura, con una vita già piena – moglie, madre, scrittrice, scrittrice, scrittrice di successo. Molto bene. Però, lo abbiamo detto subito, noi siamo qui per riavvolgere le fila del discorso, e cos’è che troviamo? La bambina, quella di allora, e poi l’adolescente interrotta, probabilmente la medesima di qualche libro fa. La più amata e dunque la non amata – dagli altri, dai maschi, da chi la osserva con lucidità, gente esterna che non concede tregua, salvarsi è impossibile.

Il viaggio, quindi, inizia ancora una volta qui, ma è sempre qui che si inceppa, non prosegue, nonostante gli anni passino e la voce narrante sia una donna fatta e finita (forse anche sfinita), con il peso del passato sospeso e del futuro mai nato, preda di un tempo presente assolutamente confuso.

Teresa Ciabatti mescola i tempi, lo fa apposta, li usa per depistare e attorcigliare, per tornare indietro, per guardare oltre il confine dell’impossibile, del mai accaduto; in fondo, in questa storia tutti i tempi hanno un ruolo cruciale, servono a dividere e congiungere ma mai a guidare. E in questi tempi privi di logica, che galoppano inchiodando all’improvviso, ci sono donne, tante donne, non soltanto la bambina non amata nonché scrittrice di successo. C’è Livia, c’è Federica, c’è Marilyn Monroe, c’è Emanuela Orlandi. «Questa sì è la storia di Livia» scrive Ciabatti «ma nel profondo, in senso universale, è la storia delle ragazze di quella generazione»: dunque una storia di scomparse, di donne che non sono mai più tornate, come la Orlandi e come Livia, che in seguito all’incidente (di chi è la colpa? Iniziate a pensarci) è rimasta prigioniera nella mente di un’eterna ragazza, intrappolata nel già vissuto e impossibilitata ad andare avanti nel presente – che è poi, a ben vedere, la stessa sorte della protagonista: si torna quando si ha la possibilità di proseguire, di guardare avanti; non si può più tornare quando il passato fagocita e inghiotte (e qui? Di chi è la colpa, qui? Iniziate a pensarci).

In questo romanzo c’è tutto il peso dell’Io non visto, male accudito, ignorato e mai tornato – tutte Emanuela, tante Emanuela, il sogno di essere cercate che s’infrange nell’immediato. C’è la voglia di scomparire, dunque, il piacere sottile del senso di colpa che viene instillato in chi è costretto a trovare. “Trovami” dice la voce narrante a un Tu, un Voi, che non ha un volto solo ma cento, mille, un milione. “Trovami” dice, e poi a seguire “E io? Non mi cerchi? E Io?”. Scatta la dimensione individuale che sfocia nell’ira verso la comunità, e contro sé stessi l’arma più forte rimane l’invidia, vessillo dell’auto distruzione, catena che non si spezza e che persiste anche quando non viene alimentata: le parole della Ciabatti hanno il potere di vibrare, picchiano il lettore e gli spiegano con sincerità, una volta per tutte, che cos’è l’invidia universale del vivere.

Crescere con l’invidia e maturare con l’inganno, si diventa scrittori quando si ammette la verità – e Teresa Ciabatti lo fa, lo ha sempre fatto, non si tira indietro anche quando sembra che voglia provarci, ma è più forte di lei, non lo farà mai. Ed ecco che lo snodo cruciale arriva a poco meno di metà libro:

«Occhei padre orco, pedofilo. Padre orco, madre castrante, benissimo io adolescente oggetto di derisione dei ricchi aristocratici, perfetta l’immagine dello zaino koala a rimarcare l’inadeguatezza, inaccettabile invece io che ripudio l’amica. (…) Nell’autobiografia ideale non c’è spazio per gesti iniqui. Le bassezze spettano agli altri. Io sono la vittima. La dimenticata che alla fine ce la fa. La mia è una storia di riscossa, Gesù Cristo rinnegato e risorto», e subito dopo: «Purtroppo però nella versione di me crocefissa la vicenda non torna, i pezzi non combaciano. Per amore di letteratura dunque, per rispetto di verosimiglianza, non da ultimo per pigrizia (faticoso inventare i passaggi di mezzo che mi vedono scansata, e a distanza di trent’anni ricercata perché famosa), devo correggere questo racconto, e confessare».

Teresa Ciabatti

Bene, siamo arrivati ai due grandi problemi posti dall’autrice – che più chiara di così non può essere. In questo passaggio doppio, aiutata dalla scrittura schietta e ritmata – la narrazione, a tratti, sembra un diario di appunti personali di un paziente in analisi, che annota meticolosamente tutto, torna indietro, balza in avanti, si giustifica e poi ammette la verità, cerca redenzione e poi ancora si stanca, torna ad ammettere ma subito dopo prova a fare il gradasso, dice di fregarsene, cerca il suo posto fra vittima e carnefice in un gioco estenuante con sé stesso e col lettore – la protagonista è vittima, “la dimenticata che ce la fa”, eppure quell’immagine non coincide con quella che lei stessa crede le appartenga. Chi scegliere di essere, quindi?

S’impone vittimismo ma poi è falsa, vigliacca, bugiarda e anaffettiva, quella che non ha intenzione di retrocedere (via la povertà, via il dramma, stai lontano da me, oh Male – ma lei il Male ce l’ha già dentro, è tutto inutile), è l’invidiosa che ha il diritto di esserlo, l’adolescente disprezzata, l’ultima degli ultimi. E allora, protagonista, sei o no la più amata? No. Quindi, che si fa? Si bara. «Cattiva sì, codarda no. Una che dice le cose in faccia, che non ha paura della verità – io, come mi rappresento a me stessa e al mondo».

Non funziona, se ne accorge da sola. Aggiustare il tiro, ancora una volta usare il tempo per modificare le cose in direzione del reale, del vero. La Ciabatti è un’artista, questo è chiaro, gioca con i tempi sospesi della vita e non ne fa un dramma, il dramma è già lì, non ha bisogno di essere chiamato o gridato, lei lo sa. Lo racconta, dunque, con la stessa semplicità che usa a sé stessa: ammettere, espirare, cercare per trovare. Ma *come* lo fa? Pigramente, “per pigrizia”.

Quanta violenza in quel riconoscimento, “per pigrizia” vi racconto la verità, è questa la banalità dell’ammissione del Male. Confesso per pigrizia, racconto la verità per puro senso di pigrizia. Ciabatti non indora, non edulcora, non ne ha alcuna voglia. È così che crea il mito contemporaneo della Colpa (non quella di Freud, questa è un’altra storia): la protagonista ammette la colpa come stato di natura, una condizione naturale, di partenza. Lei è colpevole di non essere all’altezza della società che la respinge, è colpevole di esistere in un modo diverso da quello che gli altri ritengono opportuno. È il senso di colpa allo stato naturale, come conditio sine qua non, e lei lo dice. Riconosce la sua condizione, non la baratta se non per gioco, per scherzo – uno scherzo atroce, certo, ma pur sempre uno scherzo –, sa di essere un bluff anche quando vuole avvertire tutti che non lo è.

Sembrava bellezza recita il titolo, e in quel “sembrava” – tanto quanto nel sopracitato “pigrizia” – c’è tutto il senso di un romanzo privo di filtri, che scivola dalle tempie dell’autrice per rovinare sulla pagina senza bisogno di aggiungere altro, all’infuori di sé stesso. Ciabatti non ha bisogno di trasformare la realtà in letteratura perché la sua realtà è già letteratura. Lei si limita a scavalcare i confini del dicibile col suo modo ingombrante di dire la verità. Vengono meno le strutture nascoste, ci viene detto a chiare lettere “so che non dovrei dirvelo perché le statue degli eroi si costruiscono con azioni gloriose, ma io sono questa e non fingerò, non ho voglia di farlo perché sono stanca, affaticata. Lo farò solo di tanto in tanto, quando non potrò farne a meno”: «se solo qualcuno stesse dietro a tutte le mie affermazioni» afferma la protagonista.

«Ma atteniamoci ai ricordi manipolati» dice ad un certo punto, «lasciamo stare il dettaglio che odia la madre» – riferendosi al rapporto tra lei, protagonista, e sua figlia –, e ancora una volta veniamo richiamati all’ordine: stammi dietro, lettore, fatti trascinare da me, tanto lo sai che prima o poi ti dirò come stanno le cose, lo sto facendo anche adesso che mento, e tu lo sai che mento.

La menzogna viene dichiarata fin dal principio, ammessa – ancora una volta l’ammissione di colpa – e mai ritrattata; il modo tacito e violento con cui l’autrice/voce narrante/protagonista (iniziamo a fare confusione? A sovrapporre? Bene così) mette al corrente il lettore di tutte le azioni, dei meccanismi del pensiero e della contrattazione con sé stessa, è disarmante, diremmo perfino avviluppante. Ed è proprio nel gioco della rivelazione che cominciamo a capire chi sia davvero la protagonista: «momenti di disconoscimento a cui seguono disvelamenti, a cui segue senso infinito di solitudine, dove sono, chi sono (quanti a domandarlo in questa storia)», e poi ancora «cosa pensa il mondo vedendomi. La paura che la gente possa commentare, torna quel camminare rasente ai muri, evitare gruppi di persone», e infine, la parte più importante: «non smettere di parlare, chiunque tu sia. Raccontami chi ero e non mi sono accorta di essere».

Chi ero e non mi sono accorta di essere: ancora il gioco del tempo (ci fate caso? In questo romanzo tutto è gioco: spietato, allucinato, verissimo), ancora la ricerca dei fallimenti (scomparsi come la Orlandi? No, tutti lì, in fila, in bella mostra – «quel che potevi essere non sarai più. Sei questo, e sei davvero poco»). La protagonista non è che lo scarto delle azioni altrui, dei giudizi trasversali e di quelli più netti, è l’adolescente bloccata nello zaino a koala – così come Livia, la sorella di Federica e la migliore amica della voce narrante, resterà per sempre bloccata nella mente di ragazza, ecco perché Livia “è tutte noi”, in fondo non è che il prodotto delle cose incompiute, la somma dei No, dei non si può, dei non si deve, delle paure e delle cadute –, è la madre che cerca il riscatto nella seconda vita, dunque nella figlia, che invece la odia e idealmente le grida “io non sono te”.

Gli altri, i cosiddetti “altri”, qui sono funzionali all’identificazione del Sé, o meglio, sono funzionali all’identificazione di quel che non si è, e dunque, ma solo per scarto, a quel che si è diventati (“ davvero poco”). Il flusso di (in)coscienza che si trasforma in romanzo – solo Teresa Ciabatti è abile fino a questo punto – è un percorso evolutivo nella sua totale involuzione: la protagonista parte vittima, “io ero la vittima. Vittima vergine di un mondo feroce”, e poche righe dopo diventa “una donna forte, capace di affrontare i rovesci del destino” – ma nel frattempo ammette di essere “davvero poco” –, e poi conclude parlandosi da fuori: “tu, scrittrice, meriti che ti venga restituita la violenza che metti scrivendo, con la quale abusi delle persone che ami muovendole a piacimento”.

Sembrava bellezza trattiene tutta la forza distruttiva della vita che, magistralmente portata in salvo da Teresa Ciabatti, non muore tra le righe ma si accentua pagina dopo pagina, perché qui il dramma non viene descritto, la tragedia non è mai raccontata ma riportata come cosa viva, ancora potenzialmente pericolosa.

Teresa Ciabatti vista da Renzo Sciutto

Teresa Ciabatti vista da Renzo Sciutto: caricaturista, illustratore e sceneggiatore, Sciutto ha scritto soggetti e sceneggiature per “Topolino”, “Almanacco Topolino”, “Paperino mese”; ha collaborato come disegnatore con “Sorrisi e canzoni tv”, pagine di cultura ed economia del “Corriere della Sera”, “Uomo Vogue” e “La settimana enigmistica”.

Potete seguirlo su Instagram: @caricature_perteforyou

O contattarlo tramite mail: sciuttorenzo@tiscali.it

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