Attualità

Forse un niente che è tutto – storie sommerse del Covid19

Non è una rubrica e non è un articolo isolato.

“Forse un niente che è tutto” è uno spazio temporaneo in cui i libri non c’entrano in modo diretto (non se ne consigliano né si recensiscono) ma c’entrano le storie, quelle vere, quelle che di solito, in una condizione differente, proveremmo a trasformare in Letteratura ma che qui, oggi, risuonano con un’eco mostruosa, piena di tutta la crudezza di cui è capace la realtà.

Ho voluto raccogliere alcune testimonianze di quell’Italia “sommersa”, probabilmente ignorata, di cui si parla forse troppo poco; un’Italia che soffre e si logora, consumandosi giorno dopo giorno fino alla morte; un’Italia colma di dubbi e di paure, obbligata fra le quattro mura di casa e lontana dai numeri che ci vengono forniti dai bollettini quotidiani.

Perché certi malati di Covid19 restano ignoti ai più.

Raccogliere testimonianze, raccontare storie, provare a capire: questo, lo scopo.

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«Ti svegli e non sai più chi sei. O meglio, lo sai: ti ricordi il nome, il cognome, la via e il paese in cui abiti. Sai chi sono tuo padre e tua madre, sai anche che lavoro fai, cos’hai studiato. Sai chi sei nelle mansioni quotidiane, ti riconosci nel modo di prendere il caffè, ti riconosci da come parli, da come ti alzi dal letto, perfino da come ti spogli prima di entrare nella doccia. Ti riconosci, certo, però non sai più chi sei.

I giorni scorrono senza soluzione di continuità, tutto è uguale e ogni cosa, fuori, è irrimediabilmente diversa – perché tu, quello che c’è fuori, puoi solo vederlo dalla finestra, al massimo dal portone d’ingresso o dal giardino, se ne hai uno.

Non sei in grado di pensare al “dopo”, non sai neanche se esisterà un “dopo”: è mai esistito un “prima”? E cosa facevamo quando eravamo nel “prima” e aspettavamo il “dopo”? Che ne è stato del “dopo” che abbiamo atteso quando vivevamo nel “prima”? Com’era, te lo ricordi? Chi ci ha vissuto nel “dopo”? Come si fa a tornare nel liquido amniotico del “prima”’?

Tornerà la normalità. Tonerà, ce l’hanno assicurato. E qual era la normalità? Chi se la ricorda più. Torneremo ad abbracciarci. Lo faremo, ce l’hanno assicurato. E come si abbraccia? Chi se lo ricorda più. Ma che m’importa di sapere come si abbraccia, quando devo capire come portare a casa la pelle.

Cosa mi sta accadendo? Non sento nessun rumore, nessuno parla, nessuno risponde; ma qualcosa accade, io lo vedo. Prima a mio nonno, poi a mio padre, poi è toccato a mia madre, magari toccherà a mia sorella e forse adesso accadrà anche a me.

Ho talmente tanto tempo, che non mi basta il tempo per pensare. Devo solo agire».

 

Thomas Castellucci, Casette d’Ete, aprile 2020.

Thomas è un ragazzo di 34 anni, vive in un paesino della bassa Marca in provincia di Fermo. Insieme a lui, abitano il padre, i nonni paterni e la madre. Frequenti i rapporti con la sorella, il cognato e i due nipoti.

Il suo appello è chiaro, forte: “A chi devo rivolgermi per avere un tampone?”.

Tutto ha inizio ormai diversi giorni fa, quando il nonno Sisto (90 anni) viene ricoverato in ospedale per un’operazione al femore. Nonostante l’operazione sia andata a buon fine, Sisto contrae il Covid19. La situazione è delicata, l’età importante, ed il figlio di Sisto, Otello (dunque il padre di Thomas), si reca in ospedale per assisterlo.

Sisto morirà da lì a qualche giorno, nessuno dei familiari potrà rivederlo ma intanto, poco prima della dipartita del novantenne, Otello inizia a sentirsi male: febbre alta (fra 38.5 e 39), fisico debilitato, grave carenza di appetito. Il padre di Thomas (un sessantenne senza alcun tipo di patologia pregressa) perde nel giro di pochi giorni diversi chili, la febbre scende con la tachipirina per rialzarsi subito dopo. La casa è piccola, il bagno è unico, le persone che convivono sono parecchie, e la certezza che si tratti di Covid19 si fa sempre più forte.

Inizia qui il calvario di Thomas, che ovviamente isola la nonna in una stanza e la madre in un’altra, assistendo Otello h24. Chiama il 118 e poi il numero verde. Nessuno si presenta, la situazione deve essere spiegata rigorosamente per telefono. Dicono di restare a casa, certo, è quello che Thomas e la sua famiglia stanno già facendo. “Il respiro come va?” chiedono, ma il respiro va già male, non c’è una vera e propria crisi respiratoria ma c’è affanno, qualcosa non quadra. E la febbre non scende.

La situazione, che anche psicologicamente si fa più critica dopo la notizia del decesso di Sisto, precipita qualche giorno dopo, quando Otello sviene tra le braccia del figlio che lo accompagna in bagno. Non mangia più, diventa sempre più debole, di notte non dorme perché fatica a respirare con agilità.

Thomas, infermiere improvvisato e completamente inesperto, per misurare l’ossigenazione di Otello cerca di procurarsi un saturimetro (come gli era stato suggerito, dopotutto, peccato che i saturimetri non siano proprio di facile reperibilità, soprattutto per un normale cittadino che non lavora in ospedale) che fortunatamente gli viene fornito da un amico del paese. I numeri sono chiari: 80 su 100, è allarme.

A quel punto, dopo l’ennesima chiamata al 118, Otello, con un polmone già in necrosi, è stato ricoverato all’ospedale Murri e intubato.

A questo, però, si aggiunge il problema dei tamponi: a Thomas, a sua madre e alla nonna, oggi, non è stato fatto alcun controllo per verificarne o meno la positività (o meglio, alla nonna era stato fatto un tampone tempo addietro, ma la donna – che non era più entrata in contatto con il marito infetto e deceduto per Covid19 – era risultata negativa. Perché, invece, non è stato fatto un tampone al figlio di Sisto, Otello, che l’aveva assistito in ospedale?).

“Siamo negativi? Siamo positivi ma asintomatici? Ancora non lo sappiamo. Eppure abbiamo avuto in famiglia un decesso per coronavirus e un infetto conclamato e intubato”.

 

Oltre alla tempestiva solidarietà da parte di tutto il paese, che ha diffuso il messaggio di Thomas in un commovente passaparola, se ne è occupato immediatamente anche il sindaco, che ha contattato l’AV4: “Mi è stato risposto che non riescono a fare più di 40 tamponi al giorno. Tuttavia, se il medico curante fa richiesta, possono essere inseriti in lista. Mi sono anche mosso con un laboratorio privato per il Rapid Test”.

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