Una stanza tutta per me

“E tu splendi, invece” – se non ti rispetta, non è amore

È una calda serata di fine ottobre, e “Roma non è mai stata più bella di così” – penso tra me e me in un frangente di maestosità, anche se non ho ancora idea di quante altre volte mi riattraverserà questo pensiero nei mesi a venire, ma per il momento mi basta. Mi godo il cielo terso, buio e luminoso al tempo stesso, senza una stella ma anche senza nuvole. Le luci che provengono dai negozi ancora aperti, dai ristoranti e dai pub illuminano il marciapiede. Io sono ferma accanto al cancello elettrico del condominio che fa angolo, nei pressi di via Appia Nuova.

Lo vedo arrivare, alto ed elegante, il passo sicuro e il cellulare in mano. Osserva lo schermo e poi alza lo sguardo, incrocia il mio.

Non sorride, io sì.

Butta indietro la testa, ricaccia il telefono in tasca e batte un paio di volte le palpebre, velocemente. Non c’è niente che non mi piaccia. La sua discrezione, il buongusto, quell’essere così silenzioso eppure incisivo. Parla poco, dice cose interessanti, lo ascolto e cerco di imparare; lo guardo e provo a carpirne ogni gesto, ogni bisbiglio, ogni impercettibile movimento degli occhi. So poco di lui, ma quel poco mi basta. Me lo faccio bastare. Se chiedo troppo, si spaventa e poi scompare. Se chiedo troppo, si arrabbia e arriva a negarmi anche quella manciata di parole nell’arco della giornata. “Non devi farmi queste domande”, mi dice spesso. E io dico “sì, va bene”. Lo dico ridendo, un po’ in imbarazzo, perché a me parlare piace, e in fondo piace anche a lui, ma non di sé.

“Sei esagerata”, mi dice, “esagerata in tutto. Nei modi, nei pensieri, in quello che fai. Perfino in quello che scrivi”. Mi dico che è vero, io sono proprio così.

Eccessiva per natura, scattante, luminosa.

Lo sono sempre stata. E quindi? Cosa c’è che non va? Non c’è niente che non vada. Eppure a lui non sta bene. Strano. Gli piace che io sia così: eccessiva, scattante, luminosa. Lui si è innamorato di questo: eccessiva, scattante, luminosa. E allora perché vuole frenarmi? Perché non vuole che io sia più: eccessiva, scattante, luminosa? È troppo per riuscire a starmi accanto, ma quando mi allontano torna a prendermi. Fa sempre così. Allora è questo l’amore? Lui che ti dice che non va bene, che ti umilia e cerca di sminuirti, e poi quando tu indietreggi torna ad afferrarti e ti dice “ma come fai a non capire che ti amo?”.

È questo l’amore? Un gioco al massacro in cui vince soltanto chi picchia per primo?

“Fammi leggere quello che scrivi”, dice, “ti dico io se va bene. Ti correggo io”. Lui vuole correggermi, ed è giusto, penso io. Sono inesperta, non so come si fa, e lui è la mia guida, io lo osservo e vedo un maestro. “Io sono il tuo maestro”, mi ripete infatti. Ha ragione, sono io quella che non capisce.

Insensibile, insensibile, insensibile.

“Come fai a non capire quanto ti voglio bene?” ripete. E io non capisco, però mi dico che lo sento, mi costringo a sentirlo, questo bene maledetto. E allora se lo sento, perché non lo capisco?

Ma cosa sento, io?

Sento i suoi silenzi, lunghi e continuativi. Sento i suoi “no”, pronunciati in modo secco, senza aggiungere nient’altro. Sento i suoi “ma quanti cazzo di amici hai? Mi sono rotto i coglioni”. Sento i suoi “con chi sei a cena? Fammi vedere che cucini”, “Questo cibo mi sembra troppo per te e tua madre, sei sicura che siete soltanto voi due?”. Sento il suono che fanno i miei messaggi appena lui li visualizza, e sento il silenzio delle sue non risposte; sento il suono delle fotocamera quando scatto e poi premo invio, e sento ancora il silenzio delle sue non risposte. Sento i suoi “non possiamo incontrarci stasera, cena di lavoro, sorry” ricevuti un’ora prima di vederci, e tu che ti sei fatta quattro ore di autobus per andare da lui, resti ferma sul marciapiede di una città che non è la tua a fissare inebetita lo schermo del cellulare. “Sorry”, scrive lui. “Sorry”, leggo io.

È questo l’amore? Un gioco al massacro in cui vince soltanto chi picchia per primo?

Insensibile, insensibile, insensibile.

Se è così geloso, è perché ci tiene. Se legge tutti i commenti degli amici maschi sotto le mie foto e poi me li rinfaccia, è perché ci tiene. Se mi controlla da lontano senza farmelo sapere, è perché ci tiene. Se si adombra così facilmente, è perché forse sono io a farlo arrabbiare. Cos’ho detto di sbagliato? Di che umore sarà oggi? Cosa gli scrivo stamattina? Come glielo do il buongiorno? Devo scrivergli prima che entri in ufficio, a metà mattina mentre è in riunione o nella pausa pranzo? Devo essere originale, devo stupirlo, devo essere alla sua altezza. Originale, originale, originale. Non devo dire banalità, a lui non piace la banalità. Lui dice mai banalità?

“Ti manco? Tu a me tanto”, “Sì, un pochetto”, “E sei contento che ci vediamo? Ti va? A me tanto!”, “Sì che mi va, ma forse meno che a te. E insomma, quand’è che vieni?”, “Ma che significa che ti va ma non come va a me? Ma tu mi vuoi bene?”, “Certo. Tu lo sai che voglio far parte della tua vita per sempre, no?”.

No.

No che non lo so.

No che non è vero.

No che non mi ami.

No che non mi vuoi bene.

No che non vuoi stare con me per sempre.

Perché tu mi umili.

Perché tu mi denigri.

Perché tu mi fai sentire sbagliata.

Perché tu non mi dai alcuna fiducia.

E perché sono io, oggi, che non voglio stare con te un minuto di più.

 

Se non ti rispetta, non è amore. Se ti maltratta, non è amore. Se si impone alla tua vita, alla tua famiglia, alle tue amicizie, alla tua professione, non è amore. Se è lui a dirti cosa devi e non devi fare, non è amore.

Ma soprattutto: se ti impedisce di splendere, tu scappa. Perché non è mai stato amore e mai lo sarà.

 

I soli stanno soli e fanno luce.

(Sebastiano Vassalli)

 

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