Interviste

Vivian Maier e la solitudine dell’invisibilità. Intervista a Francesca Diotallevi

Vivian Maier, scomparsa nel 2009 a ottantatré anni e “scoperta” dall’agente immobiliare John Maloof, il quale comprò all’asta, per meno di 400 dollari, una scatola piena dei suoi rullini senza immaginare minimamente il tesoro che avrebbe avuto fra le mani, viene ricordata come una delle fotografe più invisibili e solitarie del panorama artistico internazionale, ed è probabilmente partendo da questa ormai celebre invisibilità che si alimenta il mito stesso della Maier, la bambinaia che nell’arco di tutta la vita rincorse sempre la luce giusta per i suoi piccoli “esperimenti” fotografici, come li chiamava lei. Ma oltre gli scatti, al di là dell’obiettivo, dietro il riflesso del suo volto immortalato ripetutamente dalla Rolleiflex, si intuisce un non detto, una specie di desiderio muto e sofferto, dolorante, a cui Francesca Diotallevi ha provato a dare voce attraverso un libro uscito per Neri Pozza dal titolo piuttosto evocativo, Dai tuoi occhi solamente, un’opera di finzione che prende però spunto da una realtà inconfutabile: la vita e l’arte di Vivian Maier.”

(per continuare a leggere l’articolo intero uscito su Il Foglio clicca qui)

Ma chi è davvero Vivian Maier? Per scoprirlo, ho fatto due chiacchiere con Francesca Diotallevi.

 

Da dove nasce l’interesse per Vivian Maier?

È un interesse che nasce dalla volontà di approfondire un personaggio poco conosciuto, una artista il cui lavoro è stato reso pubblico solo da pochi anni, e non per sua scelta. Ma anche, e soprattutto, per la curiosità suscitata dal forte contrasto tra le difficoltà relazionali di Vivian Maier, e l’assoluta empatia della sua opera, un lavoro che tende tutto verso ‘l’altro’, che dell’altro si nutre. Centinaia di migliaia di fotografie, tenute segrete e ben custodite dallo sguardo altrui, da cui si evince un forte interesse per coloro che la circondavano, per i loro irripetibili istanti di vita, per le loro storie. Eppure, nonostante questo sguardo così attento, curioso e compassionevole verso le esistenze altrui, Vivian Maier ha vissuto la propria, lunga vita in un ostinato e volontario isolamento.

Qual è l’elemento che secondo te colpisce di più della vita di questa fotografa invisibile? Il fatto che abbia voluto rimanere per tutta la vita “semplicemente” una bambinaia, o piuttosto il suo essere completamente sola, nel senso più profondo del termine, schiva e severa, quasi ai limiti della normalità?

Indubbiamente colpisce il fatto che una persona dotata di un simile talento, che non utilizzava la macchina fotografica come un passatempo, ma di quest’arte conosceva alla perfezione strumenti e regole, abbia scelto di conservare i suoi scatti solo ed esclusivamente per se stessa, senza il desiderio di mostrarli, né tantomeno quello di riguardarli. Un modo di vivere quasi del tutto sconosciuto alla nostra generazione, a cui basta postare una fotografia su un social per avere in poco tempo ampio riscontro. Vivian Maier non sembrava interessata al giudizio altrui. O forse ne era a tal punto soggiogata, così come lo era dalla propria, severa, opinione (nei molti autoritratti che ci ha lasciato raramente la vediamo sorridere. Al contrario, veste sempre un cipiglio difficile da scalfire, in cui è possibile leggere una feroce autocritica) da tenere ogni cosa segreta. Immergendomi nella sua vita non ho tardato a sollevare il velo su un’infanzia fatta di soprusi e abbandoni. Questo potrebbe spiegare il suo essere schiva e diffidente, il suo restare sempre ai margini delle vite altrui, senza concedere nulla di se stessa. In questa ottica, rifiutarsi di mostrare il proprio lavoro è un chiaro rimando al rifiuto di esporre la parte più intima di sé, per non esserne ferita, fatalmente compromessa.

In un passaggio del libro scrivi chiaramente: «Per lei i legami significavano solo strappi dolorosi e delusioni, le sembrava ragionevole rinunciarci in favore di una volontaria immaginazione che l’avrebbe tenuta al riparo da qualunque disinganno, da ogni prevaricazione». Il fatto che Vivian percepisse i legami come “strappi dolorosi e delusioni” derivava dal suo turbolento e intenso vissuto familiare?

Sono convinta di sì. L’infanzia di Vivian Maier è costellata di abbandoni, a partire da quello del padre, e segnata dal rapporto conflittuale con una madre irrisolta, preda dei propri demoni. Rainer María Rilke diceva che “La vera patria dell’uomo è la sua infanzia”, perché, che siano positive o negative, le esperienze infantili lasciano un segno indelebile nelle nostre vite. Se nel periodo di maggior vulnerabilità ci vengono inflitte le peggiori ferite proprio da chi dovrebbe prendersi cura di noi e proteggerci, l’amor proprio e la fiducia in se stessi ne risultano irrimediabilmente danneggiati. Per la Vivian adulta era impossibile scacciare il riflesso della propria infanzia traumatica, esprimere i propri sentimenti, lasciarsi amare, superare il passato. Esorcizzava tutto questo con la fotografia, in cui ricercava quasi ossessivamente i legami fra le persone che la circondavano.

Secondo te, cosa emerge in primo luogo dalle fotografie della Maier? Qual è l’elemento caratterizzante, e perché tanto interesse per l’autoritratto?

Parlo in maniera soggettiva: quello che mi ha subito colpito delle sue fotografie è la forte empatia con il soggetto. Vivian Maier scattava foto perfette dal punto di vista della composizione e dei contrasti (frutto di un talento innato), ma ciò che salta subito all’occhio è la sua indiscutibile capacità di appropriarsi dei momenti di vita altrui, degli istanti irripetibili, quasi… degli stati d’animo. Non avrebbe potuto realizzare simili scatti senza un interesse genuino per le vite altrui e la capacità, ogni volta che guardava nell’obiettivo, di rinnovare la propria curiosità nei confronti del mondo.

Per quanto riguarda i numerosi autoritratti che ha realizzato riflettendosi nelle vetrine dei negozi o negli specchi, oppure ritraendo la propria ombra che si allungava davanti a sé, vale un discorso diverso. Una Rolleiflex può scattare 12 fotografie per rullino. Vivian Maier consumava un rullino al giorno e, quasi sempre, a metà del rullino, c’è un autoritratto. Un modo, a mio parere, di inserirsi nelle storie che raccontava. Una firma. Quasi a voler dire: ecco, questa è la mia giornata, questi sono gli sconosciuti di cui oggi ho incrociato le esistenze e a cui ho portato via qualcosa senza che se ne rendessero nemmeno conto; e questa sono io, Vivian.

È vero che il più grande incubo di Vivian fu proprio sua madre?

Vivian Maier non ha lasciato memorie e non ha mai raccontato nulla di sé. Ne consegue che nessuno di noi, oggi, possa dire con esattezza quali siano state le sue paure, le sue gioie o i suoi dolori. Il mio è un romanzo, e ritengo sia compito di un buon romanziere calarsi negli abissi che si spalancano nella mente di un personaggio, sia esso d’invenzione o realmente esistito. Quando ho provato a farlo con Vivian Maier mi sono accorta che l’asprezza, la ferocia con cui difendeva spazi e opinioni, la forzata solitudine a cui si costrinse per tutta la vita, celavano un profondo, disperato bisogno d’amore. Quel tipo di amore che le era stato negato da una madre a sua volta inasprita dalla vita. E l’amore di una madre non lo sostituisce nulla. Vivian è stata una donna complicata. Geniale, senza dubbio, ma incompresa. Solo sua madre, forse, avrebbe potuto salvarla da se stessa, farla sentire accettata, consentirle di amarsi, di stimarsi. Invece, crudele ironia, fu proprio sua madre a negarle tutto questo.

Il fatto di voler lavorare all’interno delle famiglie come bambinaia nascondeva forse un desiderio inespresso di una famiglia propria? Eppure Vivian non sembrò mai interessata alla relazione con un uomo.

Compiendo ricerche su di lei mi sono resa conto di un fatto un po’ inquietante: le tre donne fondamentali nell’infanzia di Vivian (parlo della madre, Marie, della nonna, Eugénie, e dell’amica Jeanne) sono accomunate da un gesto che cela in sé drammatiche conseguenze: tutte e tre hanno ‘abbandonato’ i propri figli. Eugénie lasciò Marie alle cure della sorella, prima di emigrare in America (madre e figlia si rivedranno solo sedici anni dopo); Marie, incapace di prendersene cura, affidò il figlio Karl, fratello di Vivian, ai nonni paterni; Jeanne Bertrand ebbe una relazione con un uomo sposato, da cui ebbe un figlio, che rimase con la famiglia di lui. Tre ‘cattive madri’, tre donne la cui maternità è naufragata nell’inadeguatezza, nel senso di colpa. Poteva, Vivian, salvarsi da questo?

Io, nel suo scegliere come professione (professione che svolgerà per tutta la vita) proprio il mestiere di bambinaia, vedo un modo di riparare i torti altrui. Prendersi cura dei figli degli altri per ricomporre le colpe di coloro che l’hanno generata e cresciuta, senza la responsabilità di essere a sua volta madre. Un modo per spezzare un maleficio, quasi.

vivian maier
Vivian Maier

Perché le interessavano così tanto i bambini?

Come dicevo, c’era in Vivian un bisogno di prendersi cura dell’infanzia, di vegliarla, tutelarla. Forse per rimettere insieme i cocci della sua, di infanzia. Per curare ferite ancora aperte e dolenti. Ma a Vivian non interessavano solo i bambini, quanto, piuttosto, gli indifesi. Le sue foto raffigurano spesso il mondo dell’infanzia, ma mostrano anche senzatetto, anziani, persone di colore. Il suo sguardo era particolarmente attento a tutti coloro che restavano ai margini. I personaggi secondari, non i protagonisti. Coloro che solo uno sguardo attento e profondo avrebbe saputo cogliere.

Studiando approfonditamente la vita della Maier, ti sei mai sentita così vicina a lei al punto da supporre di poter condividere certe emozioni, o certi stati d’animo?

Con i personaggi che racconto condivido sempre emozioni profonde. Senza questo coinvolgimento non potrei arrivare a comprenderli, a farli miei. Con Vivian Maier è stato molto difficile, all’inizio. Vivian è, per certi aspetti, completamente diversa da me (mi sono sempre sentita, mentre scrivevo, molto più vicina a Frank Warren), oltretutto, è stata sempre molto riservata su quella che era la sua vita privata. All’inizio ho avuto difficoltà a raccontarla, mi sembrava sempre di non riuscire a sfiorarla. Camminava a passo spedito per la città, l’espressione imperturbabile che vediamo in quasi tutti i suoi autoritratti, il cappello ben calcato in testa, e io non riuscivo mai a raggiungerla, stavo sempre un passo indietro. La inseguivo senza successo. Poi mi sono accorta che stavo usando l’approccio sbagliato, che cercavo informazioni scritte che mi parlassero di lei, biografie che mi raccontassero la sua vita, quando avevo in mano centinaia di fotografie che mi consentivano invece di guardare il mondo con i suoi occhi. Ecco, quello è stato il momento in cui finalmente non ero più un passo dietro, ma accanto a lei. Ero lei, ero dentro le sue fotografie. E allora ho provato a immaginare cosa l’avesse spinta proprio in quel luogo, cosa l’avesse colpita di quel particolare soggetto. È così che l’ho compresa, grazie alla sua arte. Ho condiviso con lei l’estasi dello scatto, che per me si traduceva nell’estasi di riempire un foglio di parole.

Coltivi anche tu la passione per la fotografia, oltre a quella per la scrittura? Dopotutto, nel romanzo, lo dice anche Frank Warren, il datore di lavoro di Vivina, che scrittura e fotografia vanno di pari passo.

Fotografi e scrittori partono dalla stessa base: la capacità d’osservazione. Fotografia e scrittura sono due ‘mestieri’ che richiedono solitudine e introspezione, e profondità. Soprattutto profondità. Andare a fondo, portare alla luce ciò che è oscuro, in qualche modo. Il mio approccio alla fotografia è assolutamente dilettantistico. Per scrivere questo romanzo, tuttavia, sentivo di dover fare uno sforzo in più per calarmi davvero nella mente di Vivian Maier. Così ho fatto un corso per imparare a utilizzare una Rolleiflex e poi, dopo aver preso un po’ di dimestichezza con questo complicato strumento, sono partita per New York, con l’idea di fotografare ciò che lei aveva fotografato. Essere lì non solo con gli occhi della mente, spiare le vite altrui dal vetro smerigliato del pozzetto a scomparsa, come faceva Vivian. È stato bello. A volte mi è parso che lei mi sorvegliasse da un angolo di strada, dal riflesso di una vetrina. Mi sono chiesta, dopo averla osservata tanto a lungo, se mi avrebbe notato. Se mi avrebbe scattato una fotografia. Chissà.

 

 

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2 pensieri riguardo “Vivian Maier e la solitudine dell’invisibilità. Intervista a Francesca Diotallevi”

  1. Uno dei libri Piu interessanti che abbia mai letto !,bravissima la scrittrice e molto intrigante il ritratto della Meier…anche io avrei voluto essere fotografata da lei…

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