Di madri esuberanti e geniali: intervista ad Alice Di Stefano su Cesarina Vighy

La fine di qualcosa si accetta sempre a fatica, sia esso un amore, un rapporto di amicizia, un incarico professionale. Ancora più difficile è elaborare il lutto se a mancare non è qualcosa ma qualcuno, e se questo qualcuno è tua madre. Figuriamoci, poi, se la madre in questione è Cesarina Vighy, donna energica e moderna, entusiasta e vitale, profondamente ironica e anche per questo molto intelligente.

Anche chi, come me, non ha avuto il piacere di conoscerla di persona, può rendersi conto piuttosto facilmente della sua personalità grazie agli scritti editi da Fazi Editore: “L’ultima estate” e “Scendo. Buon proseguimento”. Ma c’è di più.

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Da settembre è in libreria per Fazi un libro-raccolta-testamento che rievoca in toto la figura di Cesarina Vighy, “L’ultima estate e altri scritti”; all’interno di questo prezioso volume – con una meravigliosa prefazione di Pier Vincenzo Mengaldo – troviamo non solo il romanzo (per l’appunto, “L’ultima estate”, in cui viene affrontato per la prima volta, con grande ironia e in barba ai tabù, il tema della malattia) che ha portato la Vighy, a 72 anni e già molto malata, a vincere il Premio Campiello Opera Prima e ad entrare nella rosa dei cinque finalisti del Premio Strega, ma anche una serie di brani scelti dalla raccolta “Scendo. Buon proseguimento” – corpus di mail che Cesarina scambiava con amici e parenti, una su tutte l’adorata figlia “Alicetta” Di Stefano – e una sezione importante di inediti. Le poesie, cui l’autrice era oltremodo affezionata, e due capitoli di un romanzo incompiuto.

L’edizione arricchita e rinnovata delle opere della Vighy si presenta non come un addio ma piuttosto come un principio, un lancio, un guizzo di energia da cui far ripartire il flusso della memoria; alla Cesarina romanziera si affianca la Cesarina poetessa e soprattutto la mamma, la moglie, l’amica e la donna Titti. E’ un mondo compatto, un universo teso e diritto quello racchiuso in questo libro.

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Cesarina Vighy

C’è Lei, la malattia, quella che a Cesarina ha tolto la mobilità, la vista, il respiro, ma che allo stesso tempo le ha concesso di raccontarsi attraverso un romanzo che ha sì, una protagonista di invenzione – la signora Z. – ma che di fatto ripercorre tutta la vita dell’autrice; ci sono i rapporti, umani e disumani, mancati e sfilacciati, le occasioni colte e quelle perdute; e poi c’è l’umorismo, il grande protagonista, quell’ingrediente senza il quale Cesarina non sarebbe stata la Vighy che oggi vogliamo ricordare.

Per comprendere meglio le sfaccettature caratteriali di questa donna così forte e anche così fragile – proprio a causa della malattia – per capirne le sfumature intellettuali e letterarie, ho intervistato sua figlia, Alice Di Stefano: con lei possiamo ricostruire la figura di Cesarina, detta Titti, quasi nella sua interezza.

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Alice Di Stefano
  • «A mia figlia, che mi ha finalmente riconosciuta come madre» leggiamo tra le dediche del libro. Che tipo di rapporto era quello tra Cesarina e la sua “Alicetta”, quella che lei definisce anche «mia scontrosa, mia feroce colomba»?

Prima che mia madre si ammalasse, un rapporto normalmente conflittuale, direi. Non troppo diverso insomma dal classico rapporto madre-figlia fatto di incomprensioni, tensioni ma anche tanta complicità e vicinanza. Certo, a me Cesarina, detta Titti, è sempre parsa troppo donna come madre, troppo colta, apparentemente così distaccata, curiosa di tutto com’era tranne che delle dinamiche familiari. Senz’altro “strana” rispetto alle altre mamme, mi irritava a volte la sua leggerezza, quel suo passare sopra le cose in maniera esageratamente lieve: una forma di saggezza che io allora non ero in grado di capire. In più, le rimproveravo periodicamente di mettersi sempre nei panni degli altri tranne che nei miei e di essere poco “napoletana” come mamma, nel senso di calda, protettiva. Lei ovviamente ci rimaneva male.

  • So che “contenere” in tre termini una personalità come quella di Cesarina Vighy è ben difficile, tuttavia riusciresti a descriverla con tre aggettivi e a dirci il perché della scelta?

 Brillante, esuberante, originale. Mia madre era una donna dai modi eleganti, molto gentile e discreta, ai limiti dell’autolesionismo. Allo stesso tempo, era molto teatrale, eccessiva. Molto colta, aveva una bella voce impostata e senza accenti (aveva studiato dizione e fatto l’attrice da giovane) ed era radicalmente anticonformista. Una donna libera dall’aria però molto perbene, insomma, un merlo bianco, come pure si era autodefinita, una sorta di anomalia vivente, specie rispetto al tempo in cui si era ritrovata a vivere. Ricordo che rimaneva molto impressa alle persone per la sua unicità e per il suo essere sempre un po’ sopra le righe, nel bene e nel male. Spesso veniva percepita come diversa e questo non era sempre un vantaggio per lei che a volte si sentiva rifiutata anche se magari più preparata o più in gamba di altri.

  • Sappiamo che fino all’arrivo de L’ultima estate il tema della malattia era considerato, più o meno, un tabù. Qual è secondo te, ad oggi, l’elemento di forza di questo romanzo?

La radicalità. L’atteggiamento di autentica e liberatoria verità dato da malattia e vecchiaia, due condizioni in cui l’uomo, in generale, è finalmente libero di esprimersi senza reticenze (sempre che ne abbia la voglia, il coraggio e non abbia paura di offendere le persone amate) e di guardare alle cose del mondo in maniera più distaccata, magari zen. L’ultima estate è un’opera molto forte, quasi urticante per la sua carica estrema e il suo profondo laicismo anche se l’ultimo capitolo è quasi poetico con la scena finale, poi avveratasi un anno dopo.

  •  In verità, però, Cesarina si sentiva più una poetessa che una romanziera …

Sì, è vero. Dentro di sé, Titti ha sempre sperato di poter diventare un dickinsoniano poeta postumo, una definizione da lei stessa coniata nel desiderio di assomigliare in qualche modo a una delle sue poetesse preferite, Emily Dickinson, che, insieme a Marina Cvetaeva, Wisława Szymborska, Patrizia Cavalli e Saffo stava nel Pantheon delle sue autrici.

La sezione di poesie inedite inserita ne L’ultima estate e altri scritti offre un assaggio della produzione di Cesarina e riunisce componimenti diversi tra poesie familiari, amorose, e varie, con una rosa di componimenti dedicati espressamente ai luoghi di Roma, la sua amatissima città d’elezione.

  • Cosa ha significato per lei, a 72 anni e già malatissima, vincere il Campiello Opera Prima ed entrare nella rosa dei cinque finalisti dello Strega?

Una grandissima soddisfazione. Preparatissima, di un’intelligenza vivace, mia madre non si era mai voluta confrontare con il mondo delle lettere (erano anche altri tempi, non si usava) e aveva preferito dedicarsi ad un lavoro più appartato (lavorando in biblioteca per anni, con grande passione) anche per potersi dedicare a una categoria di cui faceva parte lei stessa: quella dei lettori. Per una sorta di pudore, un’insicurezza congenita che la faceva sempre sentire inadeguata, non aveva mai osato cimentarsi con la scrittura di un romanzo. Quasi in fin di vita, però, libera ormai di esporsi al rischio del fallimento, ha impiegato le ultime forze per scrivere il testo che è diventato poi un grande successo. Il Campiello, in particolare, è stata per lei la consacrazione da parte della città di nascita, un riconoscimento quasi simbolico proprio per la valenza che i veneziani, da sempre, attribuiscono al premio.

  • In questa edizione ci sono alcuni scritti che, in modo particolare, illuminano il lettore sulla figura di Cesarina Vighy, sulla poetica irriverente, come lo era, dopotutto, la sua stessa personalità. Le mail raccolte in “Scendo. Buon proseguimento” suonano come un testamento, una sorta di consapevole addio alla vita e alla penna. Perché la scelta di pubblicare queste corrispondenze?

L’ultima estate è un libro duro, scritto in una fase ancora molto delicata della malattia quando la diagnosi tutto sommato era ancora in fieri (nonostante le visite dai sette neurologi ben documentate nel romanzo e parodizzate attraverso l’immagine dei nanetti di Biancaneve). Nell’ultimo periodo, Titti non riusciva più a parlare e comunicava solo via mail. Io, leggendo tutti questi brevi testi, mi sono accorta di un cambiamento interiore: da una fase di rabbia era passata a una sorta di pacificazione con il mondo in attesa della fine. Ho deciso di riunire le sue mail perché, riunite tutte insieme, costituiscono una specie di testimonianza sulla resistenza al dolore nell’imminenza della morte. Un libro dal valore universale, vero e proprio testamento spirituale, tenero, dolce, molto intimo ma non privo di ironia.

  •  Uno dei temi affrontati da Cesarina ne L’ultima estate è il rapporto con il materno – molto burrascoso, direi irrisolto quasi. Alla luce di ciò che Cesarina “figlia” ci racconta nel libro, come hai vissuto, tu, la Cesarina “madre”? Hai avvertito il peso di questa eredità affettiva così tormentata?

Mia madre aveva avuto con mia nonna un rapporto davvero irrisolto, molto teso, come, appunto, è descritto nel romanzo. Lei quindi si sentiva inadeguata come madre, era intimorita dal ruolo, non si sentiva all’altezza ed era sempre piena di sensi di colpa nei miei confronti di tipo “esistenziale”. Per fortuna io non ho ereditato questo sentimento di maternità tormentata anche se ho sempre avvertito tensione in famiglia da parte di madre, ereditandone forse qualche malinconia. L’amore per mia nonna, donna semplice ma di grande piglio, cui io sono sempre stata legata dall’affetto e dalla simpatia, mi ha aiutato molto a non risentire delle loro tensioni passate.

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