“L’età d’oro” di Joan London

Esistono luoghi e tempi che attendono una soluzione, che restano sospesi in un limbo ovattato e liquido mentre si chiedono cosa ne sarà del loro futuro. Questi luoghi e questi tempi sono abitati da persone fluttuanti, aggrappate alla terra perché fatte di carne ed ossa, schiave della legge di gravità, ma rese instabili, fragili,  finanche friabili, da qualcosa più grande di loro, la malattia.

Tutti ricordiamo cos’è stata la poliomelite, le vittime che ha mietuto, il tempo che ha rubato alle giovani vite, ma forse non avevamo ancora avuto modo di insinuarci tra le pieghe di questa silenziosa sofferenza. Grazie a Joan London – libraia e scrittrice residente a Perth, in Australia – diventa possibile. L’età d’oro (Edizioni e/o) è un romanzo raffinato, di un’eleganza sommessa e moderata, che sprigiona ad ogni pagina un inconfondibile aroma di antichità.

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Frank Gold ed Elsa Briggs sono due tredicenni affetti da poliomelite, si sono conosciuti proprio al Golden Age, il sanatorio della città di Perth, in Australia. Il loro comune destino, in realtà, è segnato da un passato che li rende tanto simili quanto distanti: Frank è figlio degli ungheresi Ida e Meyer, fuggiti da un’Europa preda del Secondo conflitto mondiale, mentre Elsa, di origini australiane, è la prima delle tre figlie di Margaret e Jack, genitori che faticano ad accettare la straziante condizione della ragazza.

Al Golden Age divampa la passione tra i due giovani, serpeggia tra le camerate, si intrufola negli spifferi d’aria delle porte socchiuse; neanche le infermiere più accorte, come Olive Penny, possono contrastarla. Sarà quell’amore acerbo e tempestoso a dare nuova luce alle loro vite, a risvegliare tutti dal torpore di un Tempo indefinito, sorretto unicamente da una pacifica inquietudine.

La poliomelite toglie le forze, le energie, la linfa vitale, a volte toglie perfino la vita, ma a Frank ed Elsa ha regalato una possibilità: il Golden Age – che, a dispetto del fatto che sia un sanatorio, porta un nome glorioso, speranzoso e intuitivo, preludio di quell’età d’oro che vivranno Frank ed Elsa – è il luogo dell’incontro, la culla dell’amore che sboccia e si alimenta, incurante della malattia. Ma c’è una presenza, leggera come la piuma e forte come l’acciaio, che permea l’intero romanzo, la Poesia.

«La poesia dava sollievo. Da cosa? Da tutto il resto».

La via di fuga è nascosta fra le parole, tra i versi che Frank – poeta in potenza e, nel tempo, anche in atto – costruisce come un demiurgo fra le mura del sanatorio. La poesia, come l’arte tutta – e lo sa bene Ida Gold, pianista famosa nella sua terra natale, l’Ungheria, per la quale non riesce ad accettare il brusco ma necessario distacco – è il simbolo della rinascita, delle infinite possibilità ma anche dell’incomprensione: come l’amore tra Frank ed Elsa, anche la poesia è accessibile a pochi, visibile ad occhio nudo ma mai affrontata a cuore aperto. È un terreno minato, chiuso entro il recinto della sensibilità individuale, e per questo celata allo sguardo superficiale di chi non sa, di chi non può vedere.

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Ne L’età d’oro la percezione del Tempo e della felicità sono scandite dal peso dei ricordi, perfino la città di Perth diventa il simbolo dell’infelicità per la famiglia Gold, un luogo senza passato dunque senza identità. Le mani ruvide e grandi del Vecchio Mondo abbracciano ancora la speranza di un ritorno.

Joan London crea un’atmosfera di attese, di tensioni emotive che si sfiorano senza toccarsi, di sguardi che si cercano e si annusano, vittime del timore. Ogni sentimento è rimandato a data da destinarsi, mentre esplode nell’incertezza del futuro.

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