“La Spagna è un Paese forte, non ci arrendiamo al terrore jihadista”: intervista a Clara Sánchez

Non siamo capaci di prevedere luogo e data, ma possiamo intuire quanto grande – e radicato – sia l’odio che continua a seminare terrore e distruzione in Europa. Salgono a sedici le vittime dell’attentato di Barcellona, la Rambla si è trasformata in un luogo di morte, così come è stato per la Promenade des Anglais, per il London Bridge o per il quartiere berlinese a Breitscheidplatz. Angoli di mondo che da ora in poi non ricorderemo soltanto per la loro bellezza.

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Sgomento e paura, incredulità, ancora una volta siamo sotto assedio, vittime di un rancore senza fine. Un odio privo di senso, cui fatichiamo a dare una forma e un perché, come dice Clara Sánchez, che da Madrid ha seguito con apprensione gli attimi immediatamente successivi al momento della strage.

L’odio, per la scrittrice spagnola, ha un volto ben preciso, ha le fattezze di un uomo concentrato su se stesso, dallo sguardo infernale, con il capo rivolto all’indietro, incurante di tutto ciò che lo circonda; è un ragazzo di diciassette anni che oggi, a bordo di un’auto noleggiata, ha il potere di piombare sulla Rambla e uccidere decine di persone.

A dodici giorni da quel terribile 17 agosto ho intervistato la scrittrice spagnola che ha conquistato il grande pubblico italiano con il bestseller Il profumo delle foglie di limoneLo stupore di una notte di luce.

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Clara Sánchez

 

Chi è, oggi, Barcellona?

Una città molto triste, siamo tutti costernati. La Spagna è un Paese forte, ma che da troppo tempo fatica a respirare: prima abbiamo fatto i conti con la feroce dittatura di ETA (Euskadi Ta Askatasuna), ora dobbiamo confrontarci con quella jihadista. Viviamo nella paura costante di quello che potrà succedere, siamo psicologicamente provati. Il modus operandi di questi terroristi è cambiato negli anni, ora piombano sulla folla con delle auto noleggiate, un metodo per niente sofisticato ma molto efficace, il che ci dà la misura di quanto sia ancora piccola la loro infrastruttura organizzativa. Piuttosto, è l’infrastruttura umana che mi preoccupa: da dove ha origine tutto quest’odio? Chi agisce dietro le quinte? Gli attentatori non sono lupi solitari, sono cellule di un’organizzazione frammentata e non piramidale, si mobilitano per diffondere morte e paura con i mezzi che hanno.

La cosa che più mi atterrisce è il pensiero che queste giovani menti vengano costantemente manipolate – da famiglie e amici fanatici o da altri capi criminali. È un tema che attraverso molto nella mia letteratura, quello della manipolazione familiare e individuale, di come si possa entrare nella psicologia umana fino a risalire ai sentimenti primitivi dell’uomo, all’odio più profondo, fino a trasformare gli esseri umani in macchine di morte.

Anche Madrid ha conosciuto attimi tragici l’11 marzo del 2004. Come cambia la quotidianità, cosa significa vivere nel terrore?

Quello del 2004 fu un attentato terribile, sono morte circa duecento persone, sono stati colpiti i luoghi di transito, quelli in cui tutti ci muoviamo per andare a scuola o a lavoro. Il terrore trae forza da un odio irrazionale che dovremmo analizzare sociologicamente. Ma la vita è più forte della morte, si vive nel terrore per uno, due mesi, poi si deve tornare alla normalità, è una questione di sopravvivenza. Ci si guarda con sospetto, ci si muove con circospezione, uno zaino abbandonato sul sedile di un treno ci fa pensare ad una bomba. Cerchiamo di non stigmatizzare le persone di nazionalità araba con cui ci relazioniamo, sono uomini e donne che vanno a lavoro come noi, sono figli e genitori come noi. Capisco che si tratti di una lotta psicologica per la razionalità, ma è l’unica soluzione. L’umanità deve superare l’odio, solo così potremo vincere.

La Spagna è un Paese molto aperto, che tipo di integrazione c’è?

L’integrazione degli stranieri è buona, si convive in modo sereno e libero. Devo dire, però, che la Spagna in fatto di accoglienza di rifugiati dalla Siria è molto indietro rispetto alla Germania o all’Italia. È piuttosto lenta, non è ancora ad un buon livello. Auspico una grande unità fra i Paesi, ricordiamo che gli attentati terroristici non avvengono solo in Europa, ma anche nei Paesi arabi stessi. Per combattere il terrorismo bisogna lottare sì, ma bisogna soprattutto pensare, analizzare, riflettere. Capire cosa ci sta succedendo e perché. La sicurezza più che una questione di eserciti in strada, è una questione di informazione, che non significa esibire le immagini dei corpi martoriati, questo non aggiunge nulla alla vera informazione.

Qual è il ricordo più bello che ha di Barcellona?

Sono molto grata a questa città perché lì ho vinto due grandi premi, il Premio Nadal e il Premio Planeta. Ho vissuto molto a Barcellona e anche a Cambrils, dove sono stati uccisi i cinque attentatori. Ricordo che quando ero piccola mia zia Maria mi disse che aveva assistito al Premio Planeta, quell’anno vinto da Ana Marìa Matute; aveva atteso ore all’ingresso dell’Hotel Ritz soltanto per veder passare la famosa scrittrice. Che emozione quando, molti anni dopo, quel premio venne assegnato a me. Barcellona mi ha regalato una grande magia.

Il terrorismo non ha cambiato niente, la vita sarà sempre più forte della morte.

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