“Le serenate del Ciclone”: la leggendaria vita di Mario Petri

«E subito ci guardammo ancora e allora io pensai che non potevo essere stata solo nella pancia della mamma, per almeno un po’ di tempo dovevo essere stata anche in quella del babbo».

Quando nasce un amore c’è sempre una folgorazione iniziale, e quando non si subisce l’abbaglio del colpo di fulmine quantomeno avvertiamo quel “click” che ci fa dire “È la persona giusta”. Per Romana e Mario questa folgorazione – una scintilla che è scoccata relativamente tardi – è durata una vita intera ed è descritta, nero su bianco, ne Le serenate del Ciclone (Neri Pozza).

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Romana Petri, figlia del basso-baritono più celebre d’Italia, omaggia la memoria del padre Mario Pezzetta, in arte Petri, con un romanzo potente e affascinante, perché è proprio questo, il Fascino, il filo conduttore della vita leggendaria di Mario.

“O Ciclone”, lo chiamavano in Umbria, dove Mario è cresciuto, tra la campagna di Cenerente e Perugia: figlio di un modesto commerciante di carbone, Attilio – che si rivelerà padre padrone, ottuso e manesco, contro cui il figlio si ribellerà sempre e comunque – e di Terzilia, donna umile e remissiva, succube della violenza del marito, Mario ha una passione, quella per il canto. Inizia per gioco a coltivare questo talento, facendo delle serenate su commissione in quel di Perugia, insieme alla sua banda di ragazzotti scalmanati e furiosi, fra cui troneggia il Kid – il Charles Bronson dell’Umbria, il colosso che, con discrezione, in silenzio, da lontano, rimarrà accanto a Mario fino alla morte.

Inizia così la storia di questo babbo leggendario, che ha vissuto cinque vite in una e le ha vissute tutte fino in fondo, senza risparmiarsi, senza lasciare nulla al caso. Il romanzo si divide esattamente in due parti: la prima, con una voce narrante esterna –  una terza persona che incuriosisce e diverte – racconta del matrimonio di Terzilia e Attilio, della nascita di Mario nella casa di campagna di Cenerente, della sua infanzia umbra e di come si sia trasformato nel Ciclone di quasi due metri di cui tutti avevano timore. Nella seconda, invece, è Romana stessa a prendere la parola, a raccontare la vita privata e pubblica di un babbo ormai famoso in tutta la Penisola, così amorevole pur nella fermezza del carattere.

Mario si è sempre contraddistinto per sensibilità, una sensibilità diversa, più alta, ancora più grande del suo stesso fisico, che per tanto tempo gli permise di guadagnarsi da vivere a Roma facendo il pugile. Ma, attenzione, non è questo il caso del “gigante buono”, Romana Petri ci tiene a sottolinearlo: nessuna edulcorazione, nessun offuscamento del ricordo post mortem, piuttosto questa figlia, così simile a suo padre, così tenace e volitiva e schietta, non tenta di celare le ombrosità di un uomo che ha fatto della sua vita un capolavoro, ma ne è stato, a volte, anche il carnefice.

«Il babbo si stava dimenticando che aveva un caratteraccio».

Come tutte le personalità forti e ingombranti, anche quella di Mario doveva fare i conti non solo con le spigolosità altrui, ma soprattutto con le proprie. Fu grande amico di Sergio Leone, di Maria Callas, la Divina, e dello strambo Gian Carlo Fusco, fu sempre riconoscente al maestro Karajan – il primo a scoprire il talento canoro di Mario, la sua presenza scenica – ma divenne anche acerrimo nemico di Riccardo Muti. I tradimenti, le bugie, gli sporchi compromessi non facevano parte della natura di Mario, uomo istintivo, rabbioso ma sincero, uomo del fare, del progettare, uomo dell’imminenza, uomo di Vita Vera.

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Romana Petri, durante la narrazione, ci offre un quadro completo e dettagliato di quel pezzo di storia d’Italia che va dal 1922 al 1985: la vita tranquilla nella campagna umbra, l’arrivo del fascismo che, però, sembra non intaccare la serenità di Cenerente, e poi la guerra, il boom economico e l’austerity degli anni ’70. Un’Italia che diventa palcoscenico del grande spettacolo di Mario Petri.

Ma Le serenate del Ciclone è anche, soprattutto nella seconda parte, un regalo d’amore, un dono che Romana fa tanto a se stessa quanto a suo padre, per farlo tornare a vivere ad ormai 25 anni dalla morte. Un gesto che, nel benevolo egoismo di una figlia a cui manca il padre, palesa la volontà dell’autrice di testimoniare la complicità che ha reso unico e irripetibile il loro rapporto – tra il microbo e il gigante: ogni pagina è una carezza, è un voler bene autentico, è il volere il bene dell’altro. Perché Romana, tanto nei confronti della madre Lena quanto, paradossalmente, nei confronti di Mario, si trasforma spesso da figlia in genitore; negli insignificanti gesti quotidiani, nelle piccole scaramanzie prima di un’esibizione importante, Romana ha sempre dimostrato un desiderio di protezione verso un padre che, a sua volta, era il suo stesso protettore.

Nell’unicità di questo rapporto – che non è stato esente da momenti bui, di contrasto, di battaglia, come tutti i grandi amori – si inserisce, potente e prepotente, la Letteratura: uno degli elementi più importanti del romanzo, che segna e delimita il cammino di Mario e Romana, è proprio la letteratura classica, l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide.

«Dopo cena, quando me ne andavo a letto appena finiva Carosello, il babbo mi leggeva e raccontava l’Iliade. Leggeva e raccontava (…) e lo faceva con la voce impostata dell’attore. Subito dopo, però, si fermava per spiegare e raccontare a parole sue».

La letteratura, per Mario prima e per Romana poi, diventa il fil rouge che lega indissolubilmente le loro vite, spinte al massimo come cavalli in corsa: lo stupore, la meraviglia, la grandezza dei classici si riverberano sulle loro anime, accecate dalla luce di qualcosa di superiore, che sia un dio o un semidio poco importa. Come Achille e Pallade Atena, la loro non è questione umana, ma certamente divina.

«La natura, come te l’ha montata la testa?»

«Mah, così» dissi io toccandomela.

«Te l’ha montata per guardare avanti, mica indietro. Per guardare avanti basta che stai ferma, per guardare indietro ti devi voltare».

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