Quando Dio è Dubbio e non Rifugio: “Tre figlie di Eva”

Istanbul, lo scontro tra fondamentalisti e progressisti, la ricerca di Dio, la religione che incombe. Queste le tematiche che la scrittrice turca Elif Shafak – madrina del Bookcity Milano 2016 –  affronta in Tre figlie di Eva (Rizzoli), romanzo duro  e coraggioso, in cui il progresso si mescola alla tradizione, l’attualità al passato, in una sottilissima linea di demarcazione.

 «Lo capiva, o no, tutta questa gente, che lei non voleva decidersi per nessun codice religioso? Voleva rimanere in movimento».

Lei è Nazperi Nalbantoğlu, detta Peri, protagonista di questa storia che, in realtà, di personaggi principali ne ha diversi, come differenti sono le anime della Turchia, afflitta dai fantasmi della Storia.

Peri è cresciuta a Istanbul insieme al padre Mensur, la madre Selma e i due fratelli Hakan e Umut. L’equilibrio familiare è minato dalla legge dell’eccesso: Mensur è un laico sostenitore delle idee del presidente Atatürk, fondatore della Repubblica turca nonché nemico del clero musulmano. Legge Marx, Dostoevskij, guarda all’Occidente con occhi di ammirazione, crede nelle doti intellettuali di Peri e nel potere dell’istruzione, unica via per la libertà.

Selma, invece, è figlia di un estremismo religioso che l’ha trasformata in una vera e propria fanatica.

Peri, la Dubbiosa, che ora è una brava moglie-madre-donna musulmana, sposata ad un ricco imprenditore, mentre si trova in una villa sul Bosforo, durante una cena in compagnia dell’élite della moderna Turchia, ricorda gli anni di studi universitari a Oxford, spartiacque della sua vita.

Lì ha conosciuto Shirin e Mona, la Peccatrice e la Credente. Shirin è una giovane arrabbiata con le sue origini, schierata contro la cultura musulmana retrograda e maschilista, mentre Mona, fedele all’Islam e al suo Profeta, è convinta che l’unica via percorribile sia quella tracciata da Allah. Peri, che da sempre coltiva il dubbio e che, al di là dell’aspetto timido e introverso, mantiene saldo lo spirito critico, si trova perennemente tra due fuochi.

Mensur e Selma, Shirin e Mona: lei è nel mezzo, si muove in una realtà divisa tra gente “fortemente laica” e gente “fortemente religiosa” – ciò che rende la Turchia un Paese «tormentato dai problemi di identità» e che fa di Istanbul la «città dei contrasti». Ma ad un’analisi attenta, scopriamo che Elif Shakaf vuole dirci qualcosa in più, operando in modo quasi chirurgico: Shirin, Mona e Peri altro non sono che le tre nature dell’uomo, il diverso approccio con cui egli si rivolge non solo a Dio ma alle leggi del mondo, perché nell’essenza di Dio Peri rintraccia anche l’essenza dell’Uomo. Lei, incarnazione del Dubbio, non accetta il fanatismo religioso, così come non accetta il fanatismo ateistico, ma continua a cercare le prove dell’esistenza divina.

Non è una questione religiosa, ma spirituale e antropologica. Questo, dopotutto, è l’insegnamento di Azur, casus belli della tormentata vicenda. Professore ordinario ad Oxford e curatore del corso su Dio, incarna il divino in terra, tra sacro e profano. Come un dio, mette alla prova i suoi studenti seguendo un disegno prestabilito, che nessuno conosce, trasforma i suoi allievi in “discepoli”, mettendoli di fronte ad esami molto duri, col rischio di essere odiato o rinnegato.

Peri, che non accetta nulla in modo passivo, neanche gli insegnamenti di Azur – nonostante ne subisca fortemente il fascino – persevera, insoddisfatta, nella sua ricerca di Dio e dunque della vita dell’uomo sulla Terra: perché Dio, che è così misericordioso, commette dei crimini quando punisce gli innocenti? Perché ci fa soffrire, anche quando non abbiamo colpa? Proprio come Dio, anche Azur, senza motivo apparente, provoca sofferenza nei suoi studenti, arrivando ad umiliarli, ad offenderli.

Le condizioni di Peri, Shirin e Mona, simboleggiano lo status umano nei confronti del divino e della cultura di appartenenza, ma sono anche l’emblema della spaccatura della Turchia odierna. Dietro le parole di Peri, di Shirin e di Mensur, c’è l’aspra critica dell’autrice nei confronti del suo Paese di origine: è Istanbul, la città in cui tutto è il contrario di tutto, la terza grande protagonista, e con lei quel concetto di “democrazia controllata” portato avanti dalle classi emergenti.

«La democrazia è superata!», esclama l’uomo d’affari durante la cena a cui partecipa anche Peri: c’è bisogno di «un capo forte e in gamba», secondo la borghesia turca, che «oscillava tra un elitismo compiaciuto di sé e uno statalismo schivo», poiché lo Stato, in Turchia, è il principio e la fine di ogni cosa. Ma non si tratta forse, nelle questioni religiose come in quelle politiche, dell’urgenza di qualcuno che domini, prevarichi e impartisca ordini, perché il singolo uomo, il Musulmanus modernus che mescola sacro e profano, un po’ fedele e un po’ no, non è in grado di gestire se stesso e dunque neanche la comunità? O forse altro non è che il retaggio di una cultura patriarcale, che si muove ancora sotto la veste di un finto rinnovamento?

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