“Arrivederci Roma” di Clelia Arduini

“Cambi o resti com’è, nella veste di ieri, di oggi, o di domani, Roma è «la più bella città del mondo».”

Queste sono le parole di Guido Piovene, che nel suo Viaggio in Italia regala un intero capitolo alla Città Eterna, Roma. Sì, perché di per sé l’Urbe meriterebbe uno spazio a parte in quanto Capitale, ma, ovviamente, non solo per questo. Roma è un mondo, una realtà che ha vita propria e che potrebbe continuare a sopravvivere anche nell’isolamento.

Roma è un cuore che pulsa, fuoco che arde e che annienta, toglie e regala, concede e sottrae, un po’ mamma un po’ puttana, odiosa e terribilmente affascinante.

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E proprio del rapporto di odio e amore, di vita e morte – propriamente έρος e θάνατος, come lo si intendeva nella concezione classica –  ci parla Clelia Arduini in Arrivederci Roma (Albeggi, 2016), un memoriale della nostalgia sulla città più bella del mondo.

Quella di Clelia Arduini non è una guida, non è un manuale turistico in cui vengono elencati musei, monumenti, statue, ville e vie famose di Roma, anzi. Grazie alla Arduini abbiamo la possibilità di vivere Roma, e non di leggerla.

Il percorso descrittivo della città che segue l’autrice è piuttosto una mappa delle emozioni, delinea una geografia del sentimento che, prima ancora di manifestarsi in gioia, rabbia, meraviglia, si presenta in veste malinconica. Clelia, di origini teramane, è una giornalista, specializzata in turismo e beni culturali, e risiede da diciotto anni a Roma; ma è arrivato il momento di abbandonare l’Urbe, il che significa non solo salutare un ventennio di storia personale, ma soprattutto significa lasciare la bellezza di un luogo che non si lascia mai conoscere del tutto.

In questo meraviglioso affresco della Roma vera, quella che accoglie e coccola, ma anche quella che, consapevole della sua maestosità, sembra rimproverare l’Uomo per la propria finitezza, la Arduini traccia un breviario, un “Baedeker” (come lo definisce Vittorio Emiliani nella prefazione) dei luoghi più o meno noti, più o meno storici della città.

Gli aneddoti che ci racconta sono tanti, alcuni strettamente legati alle vicende personali dell’autrice, come l’incontro con la zingara vestita di nero che le ha gettato addosso un intero secchio d’olio nel bel mezzo di Piazza Colonna, o come quando, neo patentata, è rimasta intrappolata nel traffico romano, già tristemente famoso di suo, ma reso ancor più odioso – e, se possibile, inquietante – dalla neve che nel 2012 è scesa copiosa anche sulla calda e umida Città Eterna.

Di tutti i capitoli dedicati alle bellezze di Roma, quelle descritte da chi la città la vive e non la visita di passaggio, due sono quelli che mi hanno colpito di più.

clelia arduini

Il primo è dedicato alla cucina. Si sa, in Italia questo è un argomento chiave, un po’ perché ci sentiamo imbattibili un po’ perché, effettivamente, lo siamo. Non a caso, molti dei corrispondenti esteri (una su tutti Esma Cakir, giornalista turca che vive a Roma dal 2009)  intervistati da Maarten van Aalderen ne Il bello dell’Italia. Il Belpaese visto dai corrispondenti della stampa estera (Albeggi, 2015), elogiano la cucina italiana, l’atmosfera che si respira nelle osterie romane e il culto che noi italiani abbiamo per il momento dei pasti principali.

Nel capitolo “Er popolo se magna tutto”, la Arduini ci parla dell’Open Colonna, locale che si trova all’ultimo piano del Palazzo delle Esposizioni. Lo chef Antonello Colonna, “provocatore come pochi, non le manda a dire, ti guarda angelico e poi picchia giù duro”, è la personificazione della romanità e al contempo dell’italianità. Del romano DOC ha quel filo di spocchia che lo rende se non simpatico, quantomeno caratteristico, e dell’italianità ha sicuramente la veracità.

La critica mossa dal Colonna ai locali di Roma è che, essenzialmente, non sono più gestiti da ristoratori, ma da “localari”, gente che ha deciso che bisogna badare al guadagno, a discapito della qualità ma soprattutto della tradizione. Tornare alla romanità – e dunque all’italianità di cui sopra – significa ripartire dalle cose semplici, come il cibo, come la cucina.

“Puntare al nuovo senza perdere la memoria, puntare alle tradizioni senza perdere di vista il nuovo: è speculare e funziona, basta rimanere se stessi”.

Questa è la nostra carta vincente, che dura dai tempi de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa (e di Visconti, la menzione è d’obbligo e ora capirete perché) e che rende Roma così speciale: autenticità, con occhio al passato e uno al futuro, forgiando un presente che sia a misura d’uomo.

L’altro passo di Arrivederci Roma che mi ha colpito è decisamente quello che si intitola “Noi non andavamo in via Veneto”. In questo capitolo l’autrice teramana è in conversazione con Silvestro, che le racconta di una Roma che assomiglia più al set di un film che ad una città vera e propria.

È la Roma della Dolce Vita, quella dove:

“Noi non andavamo a via Veneto ma a Campo dÈ Fiori – dice – erano già passati quei tempi (…). Noi la Dolce Vita la vedevamo al cinema Farnese – a Campo appunto – seduti accanto a un rumoroso Alberto Moravia e ad Aldo Moro senza scorta”.

Silvestro ha gli occhi che brillano quando parla della Roma di quei tempi, così stimolante e ricca che “non si sapeva a chi dare i resti”. Perché Roma, attraverso le parole della Arduini, diventa anche questo: un grande baule dei ricordi, un luogo dove la memoria non è mai passato stantio, ma torna ad essere presente ogni qualvolta viene nominato. Non si fatica ad immaginare Fellini tra le vie di Roma, non si fa fatica a pensare ad un Sordi, ad un Carmelo Bene o ad un giovane Paolo Mieli che si godono le bellezze e i trambusti di una città che si crogiola sulla propria beltà, sorniona e indifferente a tutto.

“Se si pensa che questa città vive da più di duemila anni, a traverso mutamenti così svariati e profondi, e che è ancora la stessa terra, gli stessi monti e spesso le stesse colonne e gli stessi muri, e nel popolo ancora le tracce dell’antico carattere, allora si diventa complici dei grandi decreti del destino”.

Questo scriveva Goethe nel suo Viaggio in Italia a proposito dell’immensità romana, e anche lo Stendhal delle Passeggiate romane ha dedicato la sua attenzione alla Città Eterna, nonostante – da buon francese – avesse cercato di conservare intatto lo spirito (assai) critico e la tagliente ironia:

“Per Dio, il Colosseo è quanto di meglio ho visto a Roma. Questo edificio mi piace, sarà magnifico una volta terminato”.

Ma ciò che distanzia Arrivederci Roma dalle illustri guide dei grandi della letteratura internazionale di Otto e Novecento che hanno visitato la nostra Capitale, è sicuramente l’intimità: Clelia Arduini opera in modo semplice, schietto e naturale, descrivendoci una Roma che nella sua modernità – rumorosa, puzzolente, complicata – riesce sempre a conservare il fascino antico che l’ha resa città Eterna. Gli occhi innamorati della Arduini ci trascinano, con empatia ma anche con sereno distacco, all’interno della città dei contrasti, che trae il suo fascino più grande proprio dalle sue stesse contraddizioni.

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