Shakespeare on the beach

“Queste gioie violente hanno fini violente.
Muoiono nel loro trionfo, come la polvere da sparo e il fuoco,
che si consumano al primo bacio.
Il miele più dolce diventa insopportabile per la sua eccessiva dolcezza: assaggiato una volta, ne passa per sempre la voglia.
Amatevi dunque moderatamente, così dura l’amore.
Chi ha troppa fretta arriva tardi come chi va troppo piano.”

Romeo e Giulietta, W. Shakespeare

Un’ora prima che il sole tramonti, i piedi nella sabbia, il vento che porta tempesta, l’acqua del mare fredda e pungente. Nulla che ci rassicuri, neanche le risate dei bambini, neanche gli sguardi rilassati degli spettatori.

Cesare Catà è lì, questa volta nei panni di Romeo, ché Giulietta (una bravissima Pamela Olivieri) lo aspetta su un balcone traballante, fors’anche improvvisato, così vicino a quel mare che Verona non ha.

IMG_20160713_205824

Sì, perché la lezione-spettacolo su Romeo e Giulietta di William Shakespeare, Catà non la spiega, la vive, e affinché tutto ciò che è stato in altri luoghi, in altri tempi, in epoche lontane, continui ad esistere, occorre dargli un senso reale, che sappia di quotidianità.

Dall’Uomo che è Letteratura non ci si aspetta quell’accademismo di maniera che allontana la passione e schiaffeggia il sentimento, ma si assiste, con naturalezza, alla trasformazione della materia letteraria in vita vera, mentre ogni cosa – oggetti, persone, luci, atmosfere, parole – scivola nel posto giusto.

La tragedia più famosa del genio shakespeariano – che conserva intatta la sua potenza dal 1596 – l’energia, garbata ma tenace, di Cesare Catà e l’eccellente interpretazione di tutti gli attori (tra cui Rodolfo Ripa (Mercuzio), Luca Bruni (Nutrice), Tatiana Salvatori (Madonna Capuleti), Maurizio Balacco (Benvolio), Kevin Pizzi (Tebaldo)), le musiche di Federico D’Annunzio, hanno fatto dello chalet Calypso e della spiaggia di Porto San Giorgio luoghi d’incontro per gente appassionata.

E non c’entra solo l’amore per la letteratura, non avrebbe senso concentrarsi unicamente su Shakespeare, perché qui, quello che va in scena ogni mercoledì – dal 15 giugno fino alla penultima settimana di luglio – è la convinzione che la Bellezza potrà salvare il mondo, e soprattutto potrà salvarci da noi stessi.

Romeo e Giulietta (quinto appuntamento dei Magical afternoon) ne è la prova tangibile, ché questa non è una bella storia d’amore, non è ciò che tutti gli amanti vorrebbero credere, Catà ci avverte: morte, tradimenti, lotte furiose, questa è la storia d’amore per eccellenza, quella che assomiglia alla guerra, perché l’amore è prima di tutto battaglia continua. Contro di noi, contro chi vorremmo e non possiamo avere, contro le nostre convinzioni, contro le illusioni che si trasformano in speranze, che si trasformano in aspettative, che si trasformano in pesi sullo stomaco.

“Shakespeare – dice Catà – pone al centro del “Romeo e Giulietta” una domanda fondamentale: vale la pena fare tutto questo per qualcun altro? E ve lo dico subito, così vi mettete il cuore in pace. Non c’è una risposta, perché ognuno può rispondere solo a se stesso”.

Se la recitazione è menzogna, se il teatro ruba alla realtà per trasformarla in bugia, qui non v’è falsità più grande della verità: l’eterno legame fra έρος e θάνατος (amore e morte), che dura dalla notte dei tempi in cui gli antichi greci ci dissero che il mondo era tutto lì, nell’incastro fra ciò che arde e ciò che si annienta, è quel che lega i destini di chi si ama, come Romeo e Giulietta.

Ma l’amore non è mai soddisfazione, né compiutezza, si alimenta del perpetuo conflitto tra ciò che non possediamo e il desiderio che si mantiene costante e vivo proprio grazie all’assenza. L’ha detto Socrate, l’ha teorizzato Platone nel Simposio, ce l’ha ripetuto Leopardi e Shakespeare non è stato da meno: amiamo perché non siamo, non abbiamo, non apparteniamo. Amiamo per negazione.

L’amore è guerra, sì, ma, ancor prima che con l’altro, con noi stessi, incessante guerriglia tra voglia e libertà.

Ed è attraverso le parole di Shakespeare, sapientemente rielaborate con un po’ di dialetto marchigiano, per un pubblico che la letteratura non vuole ascoltarla, ma vuole vederla crescere tra i propri piedi come fosse il frutto di un giardino individuale, è così che Cesare Catà e i suoi aedi dei tempi moderni portano in scena la storia d’amore più truce di sempre.

Un teatro a cielo aperto, un tetto di nuvole rosa e arancioni, forti raffiche di vento ad annunciare la fine imminente di due stolti, che si sono amati per tutte le volte che gli è stato impedito.

IMG_20160713_222528

Resta la vibrazione del momento, la carica erotica di uno spettacolo che affascina grandi e piccoli, resta l’emozione di vedere un’insignificante gigantesca goccia di umanità che si ritrova nelle parole di quell’inglese immortale, sì caro al professore marchigiano. Resta il calore di quel piacevole inganno chiamato Teatro, chiamato Poesia, chiamato Letteratura.

Resta la convinzione che non ci perderemo mai, se resteremo ancora qui, un’ora prima che il sole tramonti, i piedi nella sabbia, il vento che annuncia tempesta, a guardare quel balcone traballante, fors’anche improvvisato, così vicino a quel mare che Verona non ha.

Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

  1. wwayne ha detto:

    Mi hai fatto tornare in mente questo splendido film: https://wwayne.wordpress.com/2016/07/02/chiudiamo-in-bellezza/. L’hai visto?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...