“La femmina nuda” di Elena Stancanelli

Parlare d’amore è faticoso, perché occorrono molto sentimento e molto coraggio, ma soprattutto ci si deve mettere a nudo affinché traspaia la giusta dose di autenticità. Così, parlare di tradimenti è ancora più difficoltoso, specie se non si vuole scadere nel cliché e nel luogo comune, nemici per antonomasia di tutti gli scrittori.

Neanche La femmina nuda di Elena Stancanelli (La nave di Teseo, pp. 156, finalista Premio Strega 2016) è esente da questo rischio, ma pare sia caduta piuttosto nel tranello della superficialità.

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Anna è stata tradita da Davide, il compagno con cui ha intrapreso una storia d’amore che dura da cinque anni; questa donna bella, intelligente, con un lavoro stimolante e interessante, cade vittima della peggior idiozia, condizionata dall’ossessione che il tradimento di Davide con Cane (nome con cui è stata ribattezzata l’amante) le ha scatenato.

Anna perde qualsiasi facoltà logica, sragiona, si ubriaca tutte le sere, si rifiuta di mangiare, fa uso di benzodiazepine, e, quel che è ancora peggio, non smette per un solo momento di controllare gli spostamenti di Davide: ne osserva i singoli movimenti con l’applicazione Trova il mio iPhone, fruga nei suoi messaggi di posta, legge le sue conversazioni private su Facebook, le chat, vede le foto che Cane gli manda.

Si umilia di continuo, diventa preda della follia che, ogni volta, le propone le immagini di Davide e Cane mentre fanno sesso. Tutto sembra ruotare proprio attorno a questo, al sesso. E al corpo di Cane.

Quella di Anna è un’ossessione che pare non trovare una fine, mentre racconta tutto a Valentina – Vale – l’amica che le è stata sempre accanto durante i suoi mesi di disperazione e alla quale, ora, Anna scrive questa lunga lettera che è La femmina nuda, ricca di dettagli scabrosi ove la “donna” Anna diventa “femmina” e si mette a nudo, letteralmente.

Ho riscontrato diversi punti di grande perplessità all’interno di questo romanzo, che, prima di tutto, manca di nerbo. La disperata ossessione di Anna, che abbraccia tutte e 156 le pagine del libro, non è mai affrontata in profondità, resta tutto in superficie, senza alcuna partecipazione emotiva, come fosse cruda e fredda telecronaca. Sembra quasi che non sia la protagonista a parlare, o che quantomeno stia raccontando qualcosa di grave sì, ma successo a terzi, di cui lei non conosce vissuto né sentimenti.

Anna ci fornisce un gran numero di dettagli sulla sua “idiozia”, ci spiega come la alimenta quotidianamente e cosa fa: viola la privacy di Davide, entra nel suo Facebook, legge i messaggi privati, cerca di violare anche la posta privata, lo segue grazie alla famosa pallina blu di Trova il mio iPhone. Arriva perfino a recarsi nel quartiere in cui abita Cane, desiderosa di vedere chi sia realmente e dove viva la donna che tutte le sere – immagina – fa sesso con il suo compagno.

Eppure la descrizione di questi gesti resta lettera morta, non passa oltre la carta e non colpisce la sensibilità del lettore, perché l’analisi troppo superficiale di ciò che effettivamente Anna prova quando agisce, non lo permette. Manca un’approfondita introspezione psicologica, manca la sostanza.

Così come manca il giusto focus su Davide. Il compagno che l’ha tradita, dopo poco meno di metà libro, sembra sparire: l’attenzione è focalizzata pienamente su Cane, l’amante, e, nello specifico, sui suoi genitali, sul suo corpo. Sul suo modo di fare sesso.

“Cosa faceva Cane che io non sapevo e non avrei mai saputo fare? Ecco. Quando arrivavo lì ero al centro perfetto del dolore. Lì faceva male come nessun’altra cosa. Potevo solo sfiorarlo, quel pensiero. Poi dovevo abbandonarlo, in fretta”.

Anna sta realmente male quando pensa a ciò che lei non ha e che Cane potrebbe avere, quando vede le immagini della vagina di Cane e pensa a com’è la sua. Una buona – troppa – parte del romanzo è incentrata su questo fattore, fisico-sessuale. Il dolore di Anna per la perdita di Davide scompare dietro alle sue elucubrazioni mentali sul sesso; la sofferenza di una donna tradita non dovrebbe passare esclusivamente attraverso le allucinazioni a sfondo sessuale che vedono protagonisti Davide e Cane, ma per Anna sembra essere così.

La disperazione della protagonista si riduce ad un eccessivo (irreale?) atteggiamento voyeuristico delle nudità dell’amante, sulla quale, appunto, vengono spese parole, rabbia e imprecazioni (obiettivamente immaturo e bambinesco il momento in cui Anna esclama: “Quando chiudevo gli occhi e mi concentravo per far venire a Cane un tumore maligno con la forza del mio desiderio, una parte di me, una parte nascostissima di me, immaginava quando lo avrei raccontato a Davide”.).

Per certi versi La femmina nuda appare come la brutta copia de I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante, con cui condivide la tematica principale: il tradimento e il conseguente abbandono.

giorni abbandono

Ciò che differenzia i due romanzi è sicuramente l’introspezione psicologica de I giorni dell’abbandono, completamente assente ne La femmina nuda, come appena detto.

Ad esempio, ripensando al romanzo della Ferrante, circa la figura dell’amante di Mario, Carla, Olga, la moglie tradita, non spreca più che qualche pensiero per cercare di capire chi sia, cosa faccia e dove abiti. Tutta la sua attenzione è giustamente concentrata su Mario, sulla sua voglia che lui torni a casa da lei e dai bambini. Una differenza fondamentale tra Olga e Anna risiede in questo:

“Non aveva importanza – gli scrivevo mentendo – che lui tornasse a vivere con me e i nostri figli. L’urgenza che avevo era un’altra, l’urgenza era capire”.

Queste sono le parole di Olga ne I giorni dell’abbandono, mentre Anna ne La femmina nuda parla così:

“Non mi è mai interessato scoprire la verità profonda nascosta sotto le apparenze. Io credo alle apparenze. Mi è sempre bastato quello che vedevo, quello che mi veniva detto”.

È forse in questo atteggiamento di base che si dovrebbe riscontrare l’andamento contenutistico generale del romanzo della Stancanelli. Anche quando si parla del rapporto di coppia, Anna liquida la questione tra lei e Davide dicendo:

“La nostra era una storia d’amore e basta. Senza grandi discorsi, senza progetti. Davide era la persona con cui fare le cose sceme. (…) Spesso la gente mi chiedeva cosa mi legasse tanto a Davide. (…) La risposta è niente. Non c’era niente di speciale. Nessuna storia è speciale. L’amore non è mai speciale”.

Anche in questo caso non si va oltre la semplice enunciazione di un pensiero che, ovviamente, rimane lettera morta. Una frase in mezzo a molte altre, senza spiegazione ulteriore. Cosa che, invece, non accade ne I giorni dell’abbandono, nel momento in cui Olga inizia ad interrogarsi sul perché dell’amore con Mario e sulla scelta del matrimonio.

La più grande soddisfazione di Anna è quella di prendersi una rivincita su Cane, da cui è, in qualche misura, attratta: non solo si sente “compiuta” quando finalmente riesce a picchiarla, ma addirittura si spende in confronti fisici con la giovane amante di Davide. E qui subentra la questione “corpo” in senso lato.

“E la differenza è il corpo. Il corpo è l’unico principio di responsabilità che abbiamo. A chi rispondiamo se non al dolore fisico, alla morte, alla fame, alla sete, alla stanchezza?”.

Questo, e il pensiero finale del libro, sono rivolti al corpo, inteso come unico vero campanello d’allarme che può salvarci la vita, che, anzi, può salvarci addirittura da noi stessi, dalla nostra follia. È un pensiero opportuno, preciso e veritiero, peccato che, anche questa volta, non vi sia stato sforzo alcuno per andare a fondo: perché non concentrarsi di più su quello che dovrebbe essere uno dei temi centrali del libro? Perché non fornire al lettore qualche spiegazione più approfondita?

In questo romanzo il corpo è sì, molto presente, ma in modo diverso da come la Stancanelli avrebbero voluto proporcelo. Anna non mangia, diventa sempre più magra, tutti i vestiti le stanno larghi e lei si vede più bella, in qualche modo più “adatta”, soprattutto nel confronto con Cane, che ha dieci anni meno di lei. Il corpo per Anna, più che un campanello d’allarme, assomiglia ad uno strumento con cui gareggiare a chi è più in linea. Stop. Del dolore vero non c’è traccia, poiché si continua sulla scia della cronaca impassibile e distaccata.

“Più ero pazza e più la gente intorno a me mi riconosceva e si sentiva rassicurata. Ero la donna tradita. Una posizione che non dovevo difendere o spiegare. Stavo dove le persone non faticano a immaginare una donna. (…) La donna che ero diventata era più forte perché era più nitida. Molto più forte di Anna donna razionale, complicata, solitaria. Avevo prodotto un fantasma di me più reale di me”.

Mentre Anna sembra crogiolarsi in questa nuova condizione di donna tradita e pazza, condizione entro la quale lei stessa si ritrova perché la gente la riconosce, ben più profonda e dolorosa è la riflessione che fa Olga, all’indomani del tradimento di Mario:

“Mario, scrivevo per darmi coraggio, non s’è portato via il mondo, s’è portato via solo se stesso. E tu non sei una donna di trent’anni fa. Tu sei di oggi, aggràppati all’oggi, non regredire, non perderti, tieniti stretta”.

Olga tenta di fare il punto della situazione, prova a concentrarsi su di sé, sui suoi sbagli, sugli errori fatti durante il matrimonio, sull’amore che prova ancora per Mario, su cosa prova lui, ora, che ha scelto di stare con Carla. Anna, invece, continua a sprofondare nella sua idiozia – che, però, resta solo il racconto di una idiozia, senza introspezione alcuna, senza spessore –  pensando continuamente a Cane.

elena stancanelli

La femmina nuda manca di profondità, ogni tematica viene solo sfiorata senza partecipazione (dal concetto di coppia e di amore, al dolore del tradimento, all’impossibilità di rinsavire e perché), quando emergono riflessioni di maggior sensibilità subito vengono accantonate per dare spazio a una materia che vorrebbe scuotere il lettore, con il suo essere pulp e trasgressivo, ma in realtà infastidisce e basta.

L’attenzione della protagonista viene catturata dall’amante e non dal compagno che l’ha tradita, ogni cosa è sfocata, posta sotto la luce sbagliata: non si parla realmente del dolore che la donna tradita prova, non si indagano le cause e le conseguenze psicologiche della sua ossessione, né ci si sofferma sulla sofferenza per la perdita di Davide.

Tutto ruota attorno al sesso, attorno al corpo e ai genitali di Cane. L’amante è l’oggetto del desiderio e la causa della rabbia di Anna, Davide diventa un surplus, qualcosa di assolutamente dimenticabile. Non ci si preoccupa più della causa del tradimento (indagata pochissimo anche in partenza, a dire il vero) e neanche del traditore: ogni cosa ruota attorno all’amante.

La volgarità di certi passi risulta ingombrante, asfissiante, lo stile non è pungente o sferzante, ma piuttosto noioso, qualora non sgradevole.

Il confronto con I giorni dell’abbandono di Elena Ferrante è immediato, se consideriamo la tematica, ma al romanzo della Stancanelli manca quella tensione emotiva che avrebbe potuto trasformare un banale romanzo sull’ossessione di una donna tradita, in un bel prodotto che fosse specchio del nostro tempo, indagato in profondità.

O siamo forse diventati così? Vittime della banalità, della superficialità, preda di inutili scatti di rabbia che servono, piuttosto, a scacciare la noia di un’esistenza priva di spessore?

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. tararabundidee ha detto:

    Quando ho assistito alla presentazione del romanzo, non mi aveva già convinta: sembrava pesante il fatto che tutto ruotasse solo intorno al tradimento e al corpo, quindi non l’avevo comprato. Tu mi hai convinta ancora di più a non farlo, perchè non mi piacciono i romanzi troppo espliciti dal punto di vista sessuale, grazie 😀

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