“La tristezza ha il sonno leggero” di Lorenzo Marone

“Trascorriamo la vita a rincorrere una mancanza, e a stento ci accorgiamo di tutto il resto che è ai nostri piedi”.

Di mancanze e di vuoti da colmare, di occasioni mancate e distacchi inevitabili, di questo e dell’amore che si nasconde negli anfratti più bui ci parla Lorenzo Marone, che dopo il grandissimo successo de La tentazione di essere felici torna in libreria con La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi, 2016, pp. 373).

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C’è un filo conduttore, una sorta di leitmotiv che lega la scrittura di Marone all’esperienza di vita e che si trasforma poi, inevitabilmente, in letteratura. Nel nuovo romanzo non troverete più il cinico e burbero settantasettenne Cesare che si è giocato la vita a colpi di rimpianti e rimorsi, perché questa volta troviamo Erri Gargiulo, quarantenne incompiuto che viene lasciato da sua moglie Matilde.

Erri prima ancora di essere uomo e marito è figlio, questo il suo vero ruolo nella vita. Ha due padri, una madre e mezzo e diversi fratelli, la sua esistenza è un mosaico di storie che si intrecciano più o meno bene fra loro: è un figlio cresciuto fra due famiglie, i Ferrara e i Gargiulo, un po’ con mamma Renata – il capo miliziano – e il nuovo compagno Mario (e i due fratellastri Valerio e Giovannino, più Arianna), un po’ con papà Raffaele e la nuova compagna Rosalinda (e sorellastra Flor al seguito).

Il quarantenne protagonista di questo nuovo intimo romanzo di Marone – che dedica la sua attenzione alla famiglia e ai rapporti umani, sviscerandoli nel profondo e partendo dalle radici – è un uomo irrisolto sì, ma anche ironico e arguto. Il più grande difetto di Erri è quello che, in fin dei conti, affliggeva anche Cesare Annunziata: l’incapacità di scegliere.

Erri ha sempre lasciato che fossero gli altri a decidere per lui e per la sua vita, a partire dai genitori: la scuola possibilmente privata, ché quella pubblica è piena di loschi figuri; l’università possibilmente che sia ingegneria, ché mamma Renata vuole così; gli orari da rispettare per concepire un bambino che siano possibilmente quelli imposti da Matilde, che da anni tenta di avere questo benedetto figlio da Erri, e invece non arriva.

Erri è al servizio altrui, mancando di rispetto a se stesso ma, nonostante questo, crogiolandosi quasi nel suo stesso disfattismo.

Quest’uomo fragile e sensibile non è lo sprovveduto che gli altri credono che sia, perché Erri vede, sa, capisce, intuisce, ma non si oppone, non fa nulla per contrastare gli eventi che la vita gli scaraventa addosso. Si lascia cullare dal fallimento e quasi sembra farsene scudo, una sorta di alibi fatto su misura per le sue giustificazioni.

Diceva Cesare ne La tentazione di essere felici:

“Purtroppo per me scegliere è logorante, e non l’ho mai fatto. È per questo che sono stato un incompiuto”.

Allo stesso modo, le parole di Erri:

“Invece, mi accovacciai con le spalle al muro e attesi ancora una volta che fosse qualcun altro a decidere della mia vita”.

La non scelta – tanto di Cesare quanto di Erri – porta alla costruzione di un personaggio che assomiglia molto all’uomo contemporaneo: la difficoltà di mettersi in gioco comporta, in ogni caso, una scelta involontaria, quella di non scegliere, e dunque di non esserci, per sé e per gli altri.

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Lorenzo Marone dimostra, ancora una volta, di avere il coraggio e la prontezza di analizzare le falle dell’individuo moderno, senza lasciare nulla all’immaginazione o all’intuizione. In modo autentico e spassionato, Marone dipinge un quarantenne inerme e disfattista, che tuttavia sembra cullarsi proprio sull’avversione del destino. La tendenza al vittimismo si risveglia ogni volta che la vita lo pone di fronte ad una scelta, ma Matilde, decidendo di lasciarlo, lo costringe ad una subitanea resa dei conti.

È a questo punto che scatta la molla dell’analisi del passato. Sì, perché la forza di un romanzo come La tristezza ha il sonno leggero risiede proprio qui, nella capacità di volgere gli occhi al passato, ai traumi dell’infanzia e dell’adolescenza, per capire chi siamo e cosa siamo diventati.

Erri prende coscienza del suo Essere in corso d’opera, a mano a mano che si trova a fare i conti con gli eventi: un padre assente, un non-padre (Mario) che gli ha dato più amore di un genitore vero ma che, inevitabilmente, gli ricorda che no, lui non è suo figlio. E poi il tasto dolente, mamma Renata.

Le figure femminili di Lorenzo Marone sono sempre donne molto forti, dai tratti anche mascolini, come nel caso di Renata Ferrara: un’amazzone della vita, che nel motto “volere è potere” vede la soluzione a qualsiasi problema, la guerriera che “guarda sempre avanti” e che non lascia mai le decisioni importanti della vita agli altri.

Renata è il capo famiglia e nulla sfugge al suo controllo: Erri, succube della sua stessa sfera emotiva, a quarant’anni è rimasto il bambino di allora, che elemosina calore materno e affetto paterno, senza successo.

“La colpa non è sua, quel bambino non poteva averne. Ma la persona che mi trovo davanti, e che non fa nulla per rompere il circolo vizioso, ne ha di responsabilità. E anche parecchie”.

Lorenzo Marone, con una scrittura limpida e coinvolgente, accompagna garbatamente il lettore nei meandri di una Napoli vitale e scalpitante, abitata da famiglie strambe ma vere, molto più vicine alla realtà di quanto non sembri.

Il percorso di crescita da La tentazione di essere felici a La tristezza ha il sonno leggero si avverte nella ricerca approfondita delle cause del disagio dei protagonisti, che in una certa misura si somigliano, pur essendo l’uno – Cesare – il fallimento compiuto dell’altro, Erri, che, in questo caso, a quarant’anni, ha la possibilità di rimediare. Una sorta di “redenzione” da se stesso, che per Cesare, quasi alla soglia degli ottant’anni, era, se non impossibile, quantomeno improbabile.

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