“L’innamoratore” di Stefano Piedimonte

“Mi chiamo Ivan Sciarrino, sono nato a Napoli il sette gennaio millenovecentosettantanove e di professione faccio l’innamoratore”.

Ecco, immaginate che qualcuno si presenti così e vi dica: mi pagano per far innamorare le donne. Curioso, no? Eppure qualcuno così esiste davvero, esiste nell’ultimo romanzo di Stefano Piedimonte, L’innamoratore (Rizzoli, 2016). Il protagonista è proprio il tizio di cui sopra, Ivan Sciarrino, napoletano, classe 1979, bel fisico, tanta timidezza e un lavoro invidiabile, per cui oltretutto viene pagato a dir poco profumatamente.

piedimonte innamoratore foto mia

 

Ivan si guadagna da vivere facendo innamorare le donne su commissione, salvo però innamorarsene a sua volta. Le ama tutte, lui, e, come un vero professionista, raggiunto l’obiettivo al termine dell’incarico se ne disinnamora. Ma allora non è amore, direte voi. Invece no, perché per Ivan

“i sentimenti sono la cosa più sacra (…). Forse l’unica per cui ha senso campare”.

Tutto sembra filare per il verso giusto, fino a quando non arriva Soraya d’Abundo, moglie del ricco imprenditore Emiddio Ferzetti e proprietaria di un ristorante marocchino a Roma. Soraya è la prossima “vittima”, ma questa volta qualcosa nel meccanismo si incepparsi: Soraya scompare e Ivan si ritrova in ospedale, bendato come una mummia, vittima di un attentato, a fare i conti con le domande della polizia.

In questo romanzo c’è molta più carne sul fuoco di quanto non possa sembrare ad una prima fugace occhiata. Innanzitutto è un romanzo estremamente originale, riesce a far convivere in grande armonia una storia sentimentale e una sottotrama gialla, strettamente collegate fra loro ma senza intoppi, grazie all’inconfondibile stile di Piedimonte che sa amalgamare ironia, humour e poesia.

Poi, ovviamente, c’è l’innamoratore. Quale migliore professione può svolgere un uomo che conosce bene le donne, le “sente”, ne avverte esigenze, necessità, desideri ed è egli stesso alla ricerca di una qualche forma d’amore?

“Ivan era convinto di essere come la mafia, di potersi infilare nelle crepe di un rapporto andando a colmare tutti quei vuoti che la quasi totalità dei mariti lascia lì come ferite aperte rimandandone la cura, illudendosi che la propria compagna se ne sia scordata”.

Facendo leva sull’assenteismo ingiustificato di mariti e amanti, Ivan studia le donne come fossero codici, ne trova la chiave e senza difficoltà apre la porta. Sarebbe tutto molto più facile se lui fosse un semplice gigolò, uno che fa l’amore – e che, in questo caso, si prende anche gioco dei sentimenti altrui – a pagamento. Ma Ivan ogni volta si innamora delle donne che corteggia, è sentimentalmente ed emotivamente coinvolto: la vita è solo un inganno, uno scherzo del destino in cui l’uomo è capitato suo malgrado, e l’unico modo per sopravvivere degnamente a questa beffa è fingere un’ignorante tranquillità e cercare un cuore che batta all’unisono col nostro.

stefano p.

L’innamoratore non ha nulla del classico corteggiatore seriale, ma è tutto ciò di cui una donna ha bisogno: elegante, sempre discreto, mai invadente, riesce a fare della sua timidezza un’arma con cui sedurre, perché alle donne piace scoprire l’uomo – e le sue problematiche – a mano a mano. Ivan sa che la donna è sempre un po’ madre e un po’ figlia e capisce le tattiche da adottare. Ma oltre queste consapevolezze di amante e seduttore ci sono i fantasmi di uomo, gli incubi, le insicurezze. I dolori.

“E senza fede, senza una famiglia, senza qualcuno che ti indichi ogni giorno il tuo posto nel mondo, questa domanda durerà per sempre. Sarai una mina vagante, una richiesta perenne, uno sbandato. Non basterà una farmacia, e neanche cento”.

Sono le parole di Imma, sorella di Ivan, presenza discreta ma importante all’interno del romanzo, che regolarmente gli scrive delle mail a cui lui non risponde mai. Imma sa chi c’è dietro l’innamoratore e lo sa anche Nadia, l’amica lesbica di Ivan, l’altra metà del suo cielo. Queste due donne che gravitano intorno all’uomo chiamandolo alla verità, costringendolo a fare i conti con se stesso, capiscono che quel ragazzo di trentasette anni, ansioso e bulimico, forse non dà amore come ne riceve. Non è quello l’amore di cui è fatto, l’amore che millanta, che si porta appresso. Ivan cerca, ma non trova.

L’innamoratore non è un romanzo sull’amore in senso stretto, non è neanche un libro sull’amore di coppia, ma è un romanzo sull’amore che non c’è e che dovrebbe autorizzarci ad esistere. Ivan ama e si innamora, ma di chi? Ivan ama e si innamora, ma per cosa? Per soldi? Non basta. La sua è una ricerca instancabile e dolorosa.

“La tua donna, Ivan, sei tu”

gli sussurra Nadia: Ivan, in buona fede, si “innamora” delle sue vittime, ma per lui, in realtà, sono solo codici da decifrare, che annoiano nel momento del disvelamento; ciò che l’innamoratore cerca è un modo per innamorarsi di sé, cerca una legittimazione, qualcosa – o qualcuno – che lo autorizzi a stare al mondo, illudendosi di trovare la pace nell’amore riflesso negli occhi dell’altro.

A Ivan piace sentirsi “sballottato”, come un marinaio in mezzo al mare (non a caso Ivan letto al contrario diventa “navi”), naviga in acque primordiali, come immerso in un liquido amniotico da cui fatica a distaccarsi. È l’Ulisse moderno, l’Ulisse di se stesso, che cerca la sua Itaca senza sosta, ammaliato da mille Circe che riesce a far cadere ai suoi piedi, come una sfida vinta, una battaglia portata a termine che lo autorizzi a dire “Io riesco ad esistere anche qui”.

L’innamoratore è  probabilmente il lavoro più intimo, più “vissuto” e più maturo di Stefano Piedimonte, che già con Miracolo in libreria (Guanda, 2015) aveva aperto la strada al sentiero dei sentimenti. Senza abbandonare la sua immancabile ironia e quel tocco di giallo che hanno reso celebre l’autore, Piedimonte si mette in gioco: la sua penna è incisiva, elegante e mai banale e questa volta dà origine ad un romanzo che non vuole dare risposte, ma piuttosto pone domande con un finale che resta emotivamente aperto al dubbio.

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