Irène Némirovsky e IL BALLO

Il ballo
Irène Némirosvky
Newton Compton, 2013
pp. 118

“C’erano dei momenti in cui odiava a tal punto gli adulti che avrebbe voluto ucciderli, sfigurarli, o almeno poter gridare: “No, tu mi hai scocciato”, battendo i piedi; ma sin dalla tenera età temeva i genitori”.
Questa è la storia di una vendetta, o forse più che di una vendetta di un risarcimento, di un riprendersi quello che nella vita spetta a chiunque di diritto: la dignità. Benché Antoinette sia piccola e apparentemente indifesa nei suoi 14 anni, avverte il bisogno, in quanto essere umano, di essere rispettata dai propri genitori, specie da sua madre. La signora Kampf, moglie dell’arricchito Alfred Kampf, ha affrontato la miseria e la povertà dei primi anni di matrimonio con la stessa inquieta pazienza con cui ora si rivolge a sua figlia, intralcio brutto e dispettoso, dono sciagurato giunto a rubarle la scena, con quella grande e assurda pretesa di presentarsi la sera del gran ballo in casa Kampf per trasformarlo nel suo debutto in società. No, la signora Kampf non permetterà tutto ciò, non permetterà che quella piccola mocciosa, insulsa e senza personalità, con la testa perennemente tra le nuvole, le rovini la festa: “Sappi, bella mia, che io comincio soltanto adesso a vivere, io, capito? Io, e non ho alcuna intenzione di farmi intralciare da una ragazza da marito…”.
“Comincio adesso a vivere io”
: quelle parole feriscono Antoinette più dei mille schiaffi che sua madre le rivolge ad ogni quisquilia, umiliandola e gettando il proprio orgoglio in un pozzo senza fine.
La quattordicenne, ormai giunta al limite di sopportazione concesso dal buon Dio, prende atto della situazione e di sé: tra i singhiozzi della notte, i pugni chiusi contro il muro, la pelle lacera e sanguinante ogni volta che mordeva le mani dalla rabbia, e tra i mille silenzi intrisi di una accattivante drammaticità, in cui voci, grida, esclamazioni e dibattimenti si contorcono nella sua mente di bambina dolorante, Antoinette accantona l’idea di porre fine alla propria vita. Che siano loro a pagare, ora.
“Una sorta di vertigine si impadronì di lei, un bisogno selvaggio di commettere una bravata, di compiere una cattiveria. Serrando i denti, prese tutte le buste, le accartocciò tra le mani, le strappò e le gettò tutte insieme nella Senna. Per un lungo momento, con il cuore in gola, le guardò fluttuare contro l’arcata del ponte. Finché il vento le trascinò nell’acqua”. Così Antoinette diede il via alla propria vendetta: le buste compilate con cura dalla signora Kampf e dalla ragazzina stessa, destinate agli invitati del gran ballo che i signori Kampf avevano organizzato per la sera del 15, con brutale magia scompaiono nella Senna. Niente più ballo, niente più ospiti, niente più mostra dello sfarzo dei nuovi arricchiti. Solo la vergogna dell’umiliazione subita. E questa volta sarà Antoinette, la dolce, indifesa e un po’ stupida Antoinette, a godere.
Architettato con insolita maestrìa, scritto con una penna dal tocco mordace e incisivo, Il ballo non è solo il racconto di una rivincita, ma è soprattutto l’amaro e doloroso sunto di un rapporto, quello tra madre e figlia, che non trova capo né coda. La disperazione di una ragazza di quattordici anni, che si sente sola e abbandonata in casa propria, inadeguata in quella famiglia di nuovi ricchi che rincorrono un successo che non riescono a gestire. Una madre ansiosa di raggiungere vette che non sa scalare, anaffettiva ed arrivista, alle prese con la sensibilità di una figlia che ancora arranca alla ricerca spietata delle calde labbra della signora Kampf, del suo abbraccio di donna amorevole.
Cento pagine di truce mattanza psicologica nelle quali si respirano dolore, ansia, inquietudine e paura.
“Mi ucciderò, e, prima di morire, dirò che lo farò per causa sua, ecco tutto”, mormorò. “Non ho paura di niente, mi sono vendicata in anticipo…”

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