Fallaci vs Kissinger: scontro fra una grande donna e un piccolo uomo

“Questo cinquantenne con gli occhiali a stanghetta, dinanzi al quale James Bond diventava un’invenzione priva di pepe. Lui non osava, non faceva a pugni, non saltava da automobili in corsa come James Bond, però consigliava le guerre, finiva le guerre, pretendeva di cambiare il nostro destino e magari lo cambiava. Ma insomma, chi era questo Henry Kissinger?”
È così che Oriana Fallaci esordisce descrivendo la sua intervista ad Henry Kissinger. Nel novembre del 1972 gli chiese un’intervista e lui, con grande stupore di Oriana, le rispose dopo soli tre giorni in modo affermativo. Intervista concessa. Salvo ritrattare in seguito: ad una condizione, e cioè che prima fosse lui a rivolgerle alcune domande, per assicurarsi di colloquiare con la persona giusta. Oh, Kissinger, che grave errore. Oriana non era certo la persona adatta con cui “colloquiare”, almeno non nel modo in cui sperava il segretario di Stato americano, nonché artefice della politica estera di Nixon.
Kissinger rivelò alla Fallaci di essere rimasto colpito dalla sua intervista al generale Giáp. Già, perché Oriana, con il Vietnam, germogliò come corrispondente politica e da quel momento in poi fiorì la carriera che aveva sempre desiderato, così come fiorirono e si moltiplicarono le sue interviste con la storia.
Tra le tante proprio quella con Henry Kissinger le diede una popolarità internazionale, e proprio grazie a questa intervista Oriana confermò di essere LA giornalista – donna, e non è un particolare trascurabile – più temuta dell’epoca, col suo carattere fermo e volitivo, le sue domande piccanti e fastidiose, le sue lapidarie battute e i suoi sferzanti giudizi.
Il problema, come sostiene anche la De Stefano nel suo libro su Oriana Fallaci (Oriana. Una donna, Rizzoli, 2013), era che Kissinger non le piaceva affatto. Nell’introduzione all’intervista, infatti, la Fallaci delinea un ritratto di “Henry” presentandolo agli occhi del mondo come un uomo di ghiaccio al quale Nixon diceva sempre di sì: una specie di “balia mentale”, come venne definito, del Presidente degli Stati Uniti.
Oriana, con pochi colpi di stupefacente maestrìa e genialità, demolì la fama di donnaiolo del segretario americano (in realtà le donne, che per lui erano solo un hobby, come ebbe a precisare lo stesso, scarseggiavano), nonché la fama di essere uno degli uomini più intelligenti del pianeta, sostenendo che, invece, di intelligenza ne usava poca, perché “ai Capi di stato non serve. La dote che conta nei Capi di Stato”, usando le parole di Kissinger, “è la forza. Il coraggio, l’astuzia e la forza”. Nulla di sconvolgente, dunque. Tanto che la Fallaci, senza batter ciglio – anzi innervosita di aver accettato di fare quell’intervista, da lei richiesta – tuonò: “Sta forse dicendomi che lei è un uomo spontaneo, dottor Kissinger? Mio Dio: se metto da parte Machiavelli, il primo personaggio con cui mi viene naturale associarla è quello di un matematico freddo, controllato fino allo spasimo. Mi sbaglierò, ma lei è un uomo molto freddo, dottor Kissinger”. I peli sulla lingua Oriana non li aveva mai avuti, neanche di fronte al segretario di Stato americano, braccio destro (e pure sinistro) di Nixon, soprattutto se lo detestava.
Il motivo per il quale, tuttavia, quest’intervista diventerà la più famosa della Fallaci, consiste nella risposta che Henry Kissinger diede alla toscanaccia, la quale gli domandò:
“Suppongo che alla radice di tutto vi sia il successo. Voglio dire: come a un giocatore di scacchi, le sono andate bene due o tre mosse. La Cina anzitutto. Alla gente piace chi gioca a scacchi e si mangia il re”
“Sì, la Cina è stata un elemento importantissimo nella meccanica del mio successo. E tuttavia il punto principale non è quello. Il punto principale… Ma sì, glielo dirò. Tanto che me ne importa? Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da solo. Agli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggio, col suo cavallo e basta. (…) Insomma, un western”.
Fu così che Kissinger, in tre semplici mosse, si giocò una reputazione, attirò su di sè le peggiori critiche dei giornali internazionali e contribuì ad aumentare la fama di Oriana, orribilmente infastidita, tra l’altro – come ebbe a ricordare lei stessa nell’introduzione all’intervista – , dalla monotona e fastidiosa voce del segretario: “Per tutta l’intervista non mutò mai quella espressione senza espressione, quello sguardo ironico o duro, e non alterò mai il tono di quella voce monotona, triste, sempre uguale. L’ago del registratore si sposta quando una parola è pronunciata in tono più alto o più basso. Con lui restò sempre fermo e, più di una volta, dovetti controllare: accertarmi che il magnetofono funzionasse bene”.
Eccola: Oriana scandalosa, Oriana imprudente, impudente, sfacciata,tenace, dura. Oriana aggressiva, battagliera, volitiva, audace. Libera. Di dire ciò che pensava, di scrivere ciò che voleva. Vale a dire, la verità. Sempre e comunque la verità. Quella scomoda, quella che non fa dormire, quella che pesa sulla coscienza di chi una coscienza non sempre ricorda di averla.
Il tono perentorio e deciso di questa intervista, come di tutte le altre, aiuta a disegnare il ritratto di una Donna istintivamente geniale e superbamente accattivante. Da far paura.

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