Interviste

Intervista ad Anna Luisa Pignatelli: da “Ruggine” a “Foschia”

L’avevamo conosciuta qualche anno fa con Ruggine, un romanzo dalla lingua evocativa, poetica, che narra la storia di emarginazione di una donna ormai anziana in un paese di poche anime – sito in una Toscana letteraria, anch’essa molto evocativa. Recentemente Anna Luisa Pignatelli è tornata in libreria, sempre per Fazi, con un romanzo d’impronta fortemente moraviana, Foschia.

foschia

Ci troviamo in Toscana, a Lupaia per la precisione, uno di quei luoghi-non-luoghi in cui succede tutto anche quando sembra che non succeda nulla; Marta – protagonista e voce narrante – è adulta e già malata quando decide di ripercorre in un lungo viaggio della memoria tutta la sua vita. Ogni cosa parte e si dissolve in seno a quella famiglia che Marta inizialmente fatica a comprendere: le dinamiche non sono chiare, anche se si delineano con fermezza le figure della vittima e del carnefice, del vincitore e del vinto. Marta e suo fratello Antonio sono i figli di Teresa e Lapo, una madre e un padre che si fanno chiamare per nome anche dagli stessi figli. Se da un lato Teresa, che «parlava poco di sé e con ironia», si mostra donna libera, pronta a mettere in discussione regole e convenzioni, dall’altro Lapo non cela la sua natura vanitosa, egocentrica e soprattutto ambigua. Critico d’arte affermato e uomo di grande fascino, Lapo è al centro dei pensieri di Marta, una figlia che troppo spesso ha confuso il proprio ruolo con quello di amante.

All’interno di questa storia, in cui i ruoli si mescolano e gli amori incestuosi si intersecano fra di loro, spicca una scrittura elegante, raffinata ma soprattutto incisiva. La tipica scrittura di un’autrice austera e al contempo delicatissima come la Pignatelli.

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L’autrice Anna Luisa Pignatelli. Ph credits: Oubliette magazine
  • Da dove nasce l’idea di raccontare questa storia che, per trama e sviluppo, è così diversa dal tuo precedente romanzo, Ruggine, che ha avuto un grande successo di critica e di pubblico?

Dopo  Gina, la protagonista di Ruggine, una donna anziana,  volevo

parlare di una giovane.  Ancor prima della storia  mi  s’ è presentato alla mente un personaggio, quello che nel romanzo si chiamerà Marta.  Un’adolescente,  che però ha con Gina delle  similitudini: anche lei è sola e anche lei deve lottare contro tutti.  I protagonisti delle mie storie si scontrano infatti con i valori dominanti:  sono diversi, non si riconoscono con le opinioni della maggioranza.

Poi  mi s’è presentato alla mente un altro personaggio, quello del padre, Lapo, un uomo che fa dell’arte il fulcro della sua esistenza:  anche lui, malgrado la sua voglia di arrivare, in realtà è un solitario.  Ho voluto parlare del  rapporto che viene a crearsi  tra lui e la figlia.

  • Dunque, alla luce dei rapporti che si vengono delineando nel romanzo, verrebbe da chiedersi: che cos’è, in realtà, la famiglia? Che luogo è?

La famiglia,  che dovrebbe dare ai suoi membri  protezione e sostegno,  è  spesso  un luogo di traumi  e frustrazioni che uno dovrà portarsi dietro per tutta la vita: ci sono famiglie che stritolano i loro membri più deboli, questa è la storia di Foschia.

  • Nel tuo romanzo tutto ruota attorno al rapporto ambiguo tra Lapo e Marta, un rapporto padre-figlia sicuramente squilibrato e oscuro, anche per il fatto che, sempre più spesso, Marta non si sente più solo figlia ma anche amante di Lapo, quasi una sua potenziale sposa. Quand’è che Marta smette di sentirsi solo una figlia? Cosa la attrae in modo tanto categorico a Lapo?

Marta è  attratta dalla vitalità di Lapo, dal fatto che il padre la coinvolge nella sua passione per l’arte e la pone di fronte al mistero della creazione.

Smette di sentirsi figlia nel momento in cui la presenza della madre, sempre  aleatoria, si fa ancora più inconsistente.  Nella prima adolescenza Marta sente su di sé la responsabilità di doversi occupare del padre che, per quanto energico e vitale, è un uomo solo.

Sulla qualità del sentimento che una figlia ha con il proprio padre influisce  in maniera determinante il carattere della madre, il rapporto che la madre ha con lui.

Teresa, la madre di Marta,  è una donna fragile,  che il padre sfugge considerandola un peso che gli impedisce di raggiungere i suoi scopi.

Col tempo diventa  una madre sempre più assente, non tanto fisicamente – salvo dei periodi che passa in una clinica psichiatrica vive con loro nella stessa casa -,  ma mentalmente.  Incapace di far sentire calore e affetto alla figlia, e tantomeno al padre di Marta con cui l’intesa  si è deteriorata da tempo, lascia vacante il posto che  le spetta accanto a lui.  Alla morte della madre e ancor prima, Marta prende così a sentirsi  inconsciamente investita del ruolo di compagna del padre, e questa situazione contribuisce a rafforzare l’ambiguità del loro rapporto. Man  mano che si vede sfuggire inesorabilmente il padre, la sua infatuazione infantile si trasforma in passione. E questa passione, con l’adolescenza e le sue pulsioni, diventa anche fisica.

  • Al di là del rapporto ambiguo padre-figlia, tu offri al lettore anche una descrizione dettagliata di un gioco delle parti – tra uomo e donna – in cui c’è sempre una vittima e un carnefice. Parliamo, ad esempio, di Teresa, la madre di Marta nonché moglie di Lapo. Qual è il potere che Lapo esercita su questa donna, di cui tu scrivi «mia madre parlava poco di sé e con ironia, ed era sempre propensa a mettere in discussione le regole, la famiglia, le convenzioni. A noi figli dava a conoscere le sue opinioni, sempre visceralmente contrarie a quelle dominanti (…). Non mi piaceva invece che accettasse di essere trattata sempre più spesso da mio padre alla stregua di una nullità».

Teresa è giovane negli anni Cinquanta:  a quell’epoca i ruoli fra uomo e donna erano ancora ben definiti.

Teresa precorre i tempi. E‘ uno spirito libero, frequenta l’università, ma si porta dentro dei traumi:  è stata abbandonata dalla madre e, quando, proprio all’università, incontra Lapo, le sembra che lui possa diventare la sua famiglia.  Si affida  a lui.

Teresa è schietta, detesta  l’ipocrisia, le regole. E’ l’opposto di Lapo, che è cinico, ambiguo, pronto a ogni compromesso per ottenere i suoi scopi.  Teresa è una pittrice,  Lapo è indispettito dalla sua creatività, che lui non ha.

Lapo esercita su questa donna un potere distruttivo, ma non è totalmente un carnefice: essendo più forte si approfitta della sua debolezza, è una legge della natura, e sa che non può  permettersi  di chinarsi sulla  depressione di Teresa, che questo porterebbe anche lui alla rovina e invece lui vuole vincere, vuole emergere. Poi però, corrompendosi, si indebolirà e non riuscirà  a ottenerli, i suoi scopi.

  • Uno degli elementi preponderanti nel romanzo, una sorta di fil rouge, è sicuramente l’arte. Lapo, critico affermato, è alla continua ricerca del bello, ed anche di quella severità che scaturisce dalla bellezza stessa, che incute un vago timore in chi la ammira. Che valore ha l’arte per Lapo, e come viene recepito, tale valore artistico, da sua figlia Marta, che lui porta spesso con sé ad ammirare dipinti e affreschi di grandi artisti?

Lapo, critico e professore di storia dell’arte, ha fatto  dell’arte il centro della sua esistenza. Sa entrare in sintonia  con i grandi pittori del passato. In gioventù ha vissuto dell’arte per l’arte.

Pur non capendo, nell’infanzia e adolescenza, i suoi ragionamenti sulle opere che la porta a conoscere,  Marta ne percepisce la sostanza: ha  la sensazione che si possa vivere di soli ideali estetici, quelli che il padre persegue  e che lei pensa coincidano con valori etici di più  ampia portata, quali la ricerca di purezza e della verità .

Marta ha la sensazione che questo mondo dell’arte sia pulito,  incontaminato, un luogo dove  le bassezze e le meschinità umane non possono entrare.  Tanto più rimarrà delusa quando vedrà che proprio l’arte,   l’elemento che l’ha unita  al padre, sarà  il luogo dove lui finisce per tradire se stesso fino ad arrivare, per trarne profitto, a sottoscrivere delle attribuzioni che non corrispondono alle sue intime convinzioni.

  • Proprio parlando d’arte, e di varie forme d’arte, scopriamo fin da subito che Marta, adulta, è diventata un’attrice teatrale. «Si dice che il teatro sia sinonimo di finzione. Ma, in realtà, le storie che vi vengono rappresentate permettono di portare alla luce l’essenza delle nostre emozioni, mentre nella vita quotidiana spesso vengono occultate sotto un velo d’ambiguità e d’ipocrisia»: Marta trova la sua strada nel teatro forse anche perché, in base alla definizione che ne dà, si rende conto di aver sempre vissuto in una grande rappresentazione teatrale, quale è stata la sua vita accanto a Lapo? Dopotutto, di Lapo lei dice, ripetutamente, che si nasconde in modo quasi ossessivo dietro il velo dell’ambiguità e della menzogna.

L’infanzia e l’adolescenza di Marta sono state segnate da colpi di scena e dalle menzogne di Lapo,  che è incapace di franchezza. Quando Marta pretenderà di conoscere la verità che le viene celata,  proprio questa sua esigenza provocherà la rottura definitiva con il padre.

Dopo essersi liberata di lui, fuggita in America,  troverà  nel teatro e nel mestiere di attrice la sua realizzazione.

Sulla scena, Marta potrà finalmente attingere alle proprie esperienze per dar vita ai suoi personaggi ed esprimere le sue emozioni represse.

Il palcoscenico, considerato luogo di finzione, diventa  in realtà per lei luogo di verità: quella verità che lei, nel contesto familiare e nei  rapporti col padre,  si è sempre vista sfuggire.

  • Sia in Ruggine che in Foschia torna la medesima ambientazione, che è quella della Toscana. Qui, però, ci muoviamo su più piani spaziali, da Lupaia alla Torre al Salto. Che terra è, quella che ci presenti nei tuoi romanzi?

E’ la terra toscana dove sono nata, a volte brulla e solitaria come quella di Lupaia,  a volte ordinata,  coltivata per bene, come quella di Torre al Salto.  E’ la Toscana dell’arte, che si trova ovunque, nelle campagne, nelle abbazie, nei borghi.

Lupaia è un podere mezzo diroccato, circondato da lecci e da ginestre. Reca l’impronta fantasiosa della madre di Marta: è pieno di libri,  di oggetti strani, di tappeti.  Dalle finestre entra l’odore del rosmarino.  Nei campi abbandonati tutt’intorno la vegetazione cresce spontanea. E’ una campagna con cui Teresa si sente in sintonia, come quella che il suo pittore preferito, Piero di Cosimo, auspicava rimanesse sempre selvaggia.

La torre invece, dove Marta andrà a vivere dopo la morte della madre, e che appartiene alla nuova compagna del padre, che poi diverrà la sua matrigna, è al contrario un posto asettico, dove tutto è regolato e prevedibile.  I campi che la circondano,  dove i filari delle viti e gli olivi sono disposti secondo linee rette ben distanziate affinché vi possano passare in mezzo le macchine agricole, sembrano corrispondere, rispetto a quelli inselvatichiti di Lupaia, ai canoni estetici sobri e severi che piacciono a Lapo.

Marta intuisce che in quella tenuta, in quella torre lugubre e lussuosa pur nella sua austerità,  può risiedere solo chi ha raggiunto una posizione di potere, solo chi non ha più dubbi. Alla torre i libri, che a Lupaia erano dovunque, sono assenti, come le idee: il luogo esercita su di lei un influsso negativo, vi sente aleggiare una  foschia che,  come un’esalazione velenosa e paralizzante,  le impedisce di essere se stessa.

La torre ospita la collezione di  quadri e fondi oro, che Lapo arricchisce con ulteriori opere. Una raccolta che lusinga il suo narcisismo e simboleggia la sua degenerazione: dall’amore per l’arte è passato alla sua utilizzazione, da critico è diventato un mercante.

  • Pur essendo, come già sottolineato, due romanzi molto diversi, tuttavia si evince una sottile similitudine tra Ruggine e Foschia, non nei temi né nelle intenzioni, quanto nella volontà di puntare l’attenzione su due personaggi femminili principali che, in modo differente, sono comunque persone comuni affette da turbamenti emotivi importanti. Turbamenti che però non si palesano mai in modo aggressivo, ma sempre e comunque in maniera discreta e silente, come se i grandi drammi venissero consumati in silenzio.

C’è  qualcosa che unisce i due personaggi, di Gina e di Marta.

Per quanto l’una sia anziana e l’altra adolescente, vivono entrambe in contrasto  con  l’ambiente che le circonda, preda di forze oscure che rispondono a logiche e valori diversi dai loro.

Anche Gina, la protagonista di Ruggine, si sente immersa, come Marta,  nella foschia,  una foschia intesa come una sensazione di impotenza, che la prende alla gola di fronte alla malevolenza altrui.

  • Marta mi ha fatto pensare molto alla Carla de Gli indifferenti, con la quale ho rintracciato alcune similitudini comportamentali. Cosa cerca Marta, in definitiva? Cosa vorrebbe?

Il tuo paragone con Gli indifferenti è interessante, in particolare se riferito al contesto in cui Marta vive alla torre, dove regnano il cinismo e l’indifferenza.

Sia Carla de Gli indifferenti che Marta hanno coscienza di un mondo intatto e puro conosciuto nell’infanzia e perduto per sempre. Avvertono entrambe di evolvere in una realtà di ipocrisia e di inganno.  Marta però si ribella: vuole squarciare il velo di foschia da cui si sente avvolta e cercare la verità che le viene nascosta.

Marta sarà capace di fuggire per riprendere in mano la sua vita, Carla invece finirà con l’adattarsi al contesto borghese arido ma comodo in cui si trova immersa.

Come altri miei personaggi, Marta va controcorrente non per sua volontà: non ha scelta. Vuole essere se stessa, non si adatta alle idee scontate che celebrano il successo e la ricchezza.

Quello che a me interessa rappresentare è l’individuo alla ricerca di un suo modo di vivere e di valori cui mantenersi fedele anche a costo di entrare in conflitto con gli altri, e in questa lotta i miei personaggi sono accomunati da una profonda solitudine.

Marta troverà la forza di lasciare il padre e la famiglia, di riprendere in mano la sua vita. Ci riuscirà solo in parte perché lei, come Gina, si porta dietro il suo passato. E del passato difficilmente ci si libera, fa parte di noi.

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