I labirinti segreti di Giorgio Manganelli

«Occhi piccoli e puntuti, nuca grassoccia come la cotenna di un verro, corporatura notarile, mani morbide, certi baffetti ispidi e topeschi che fanno il paio con la fronte ormai sguarnita»,

è questo il ritratto che ci offre Patrizia Carrano di colui che viene definito non uomo ma “ossimoro”; infatti il titolo del librino della Carrano, uscito nel 2016 per la nuova ItaloSvevo (numero 3), è proprio Un ossimoro in lambretta. Labirinti segreti di Giorgio Manganelli. Ebbene sì, è del Manga che si parla, lo scrittore, giornalista, traduttore e critico letterario fra i più brillanti e autorevoli – nonché “temuti” – del panorama italiano novecentesco.

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L’intento dell’opuscolo non è quello di descrivere il Manganelli in veste istituzionale, né tantomeno propone uno spaccato del mondo editoriale e culturale del Novecento, anzi, in sole 80 pagine Patrizia Carrano si impegna a ricoprire il ruolo di amica e ad offrirci un ritratto umano, potremmo dire inedito, del genio letterario. L’approccio è dei più discreti, il profilo del Manga viene delineandosi passo dopo passo, mentre ne scopriamo il vissuto fragile e oscuro; ed ecco che il gigante diventa ossimoro, con tutte le complicazioni del caso – emotive e non.

Con il «colletto della camicia un po’ sghimbescio, appena stazzonato» l’ossimoro viaggia in autobus ma non scende a nessuna fermata, lui vuole partire e tornare da dove è venuto, via Chinotto 8 interno 8, senza colpo ferire, senza lasciare traccia del suo passaggio per le strade di Roma; la sua è una pazienza «lacustre, rassegnata eppure coriacea» scrive la Carrano, che sa bene come tratteggiare quel volto serio, di una pacatezza irruente, che dice tutto nel silenzio più assoluto.

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Giorgio Manganelli

L’ossimoro, come tutti, ha le sue manie, ed ha soprattutto le sue convinzioni: ad esempio è profondamente convinto di essere antipatico a Federico Fellini; nonostante le lodi continue del regista all’ossimoro, egli non ne è del tutto persuaso: «sarà. La settimana scorsa l’ho incontrato per caso in libreria e ha fatto finta di non vedermi». Ma ad accomunare i due artisti, per fortuna, c’è anche qualcos’altro: il cibo.

Manganelli nutre un «gusto maniacale» per il cibo, che per lui non è solo piacere, ma è anche e soprattutto “indagine”, scoperta di nuovi sapori fors’anche estremi; Fellini, invece, da buon romagnolo non può che apprezzare quei «sapori gentili» a lui tanto familiari, ma ciò non toglie che entrambi, per dare consistenza ai loro godimenti culinari, amino sedersi in ristoranti semivuoti, lontani dalla ressa e dal chiasso.

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Patrizia Carrano

Un Manga riservato e scostante – com’era più che prevedibile – che cela anche un altro luogo oscuro del suo vissuto, il doloroso rapporto col materno, un conflitto mai placato che, fin dall’infanzia, risiede negli umori del celebre critico; affidare alla scrittura certi segreti sarebbe impensabile, se non con l’ausilio di fugaci metafore e brevi frammenti:

«i segreti che si possiedono possono essere una grande risorsa. Ma quando sono i segreti a possedere te, è tutt’altra faccenda».

Patrizia Carrano non fotografa alcuni momenti di vita di Giorgio Manganelli, lei dipinge un acquerello attingendo dai colori delle sensazioni: la descrizione non è mai netta, delimitata, fissa, anzi, è più simile ad una carezza fugace, come se riuscissimo a sbirciare ciò che accade nella stanza dallo spiraglio di luce che arriva dalla porta socchiusa. Perché l’ossimoro è duplice e unico, metodico e sfuggente, vive nell’ombra e scappa quando può – «le sue non sono fughe in avanti, ma piuttosto (…) sottrazioni a situazioni per lui intollerabili» – aggira l’ostacolo quando si sente braccato da un disagio scatenato da elementi esterni.

Non è detto che si riesca a sopravvivere al rumore della vita quando il dramma che ci portiamo dentro è così profondo, e non è detto che rifugiarsi nei libri plachi un malessere che ha radici lontane, molto probabilmente ancestrali. Per la prima volta il Manganelli personaggio lascia il posto al Giorgio persona, una decisione trasversale, che arriva grazie alle parole di un’amica e scrittrice, nel segno della discrezione e soprattutto dell’ “anonimato”, perché anche la scelta di parlare di ossimori e non di uomini è, in questo caso, una garanzia di rispetto.

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