L’uomo che è Letteratura

tolkine chiara morini

Foto di Chiara Morini

Porto San Giorgio, sabato 27 febbraio, ore 17.30. Le nuvole si fanno strada nell’immacolato cielo di fine febbraio, ma per la pioggia c’è ancora tempo. L’aria tiepida confonde un po’ le idee e disorienta i sensi, quel tanto che basta a rallegrare lo spirito.

A passo svelto mi dirigo verso il Teatro Comunale, all’ingresso un gruppo di giovanissimi ride rumorosamente, gettando la testa all’indietro. L’atmosfera è quella di sempre, prima dei suoi spettacoli. Mi affretto a prendere posto, perché so già che il teatro, tra pochissimo, sarà pieno.

Mi siedo in platea accanto ad una giovane donna. “John Ronald…Reuel…Tolkien, lezione spettacolo…Per salvare la Contea”, la sento biascicare mentre si morde leggermente un dito. Chissà se anche lei, come me, è completamente digiuna de Il Signore degli Anelli o se è venuta a questo Magical Afternoon consapevole di ciò a cui avrebbe assistito.

Mi guardo intorno e con sempre rinnovato stupore noto che l’età media del pubblico si aggira intorno ai trentacinque, quarant’anni. Gente giovane, donne, uomini, bambini, tutti in attesa di vedere e ascoltare Cesare Catà.

La formula – vincente – è sempre la stessa: una serie alternata di letture sceniche e di momenti di lezione, per trasformare un banale pomeriggio di fine inverno in un salotto letterario. Ma no, no, non fatevi ingannare. Il salotto di cui vi parlo non è certo quello del Settecento, in cui una Marie Anne Doublet o una Madame De Staël riunivano i loro ospiti – intellettuali di certa fattura, s’intende – in case private e lussuose, di connotazione certamente borghese e ben distanti dal microcosmo venutosi a creare ora, qui, attorno a me.

Porto San Giorgio, sabato 27 febbraio, ore 18.09. Inizia. Sedie nere sul palco, una accanto all’altra; leggii, uno per ogni sedia. Otto personaggi – due in più della tradizione ma nessuno in cerca d’autore – e un violoncello. Buio in sala, nessuno schermo luminoso ad infrangere la magia del momento.

Gli occhi scorrono svelti mentre rimbalzano da Smeagol a Frodo, da Gandalf a Elrond a Rosie, e poi li senti scivolare sul tessuto sinuoso delle vesti di Galadriel, fino ad Arwen e Aragon. L’immaginaria Terra di Mezzo prende vita in pochi metri, la voce limpida di Frodo (Cesare Catà) apre il varco ad un immaginario epico, mentre attori di magistrale bravura rapiscono l’attenzione dei presenti, già estasiati dal canto elfico di Galadriel (una eccellente Rebecca Liberati).

La fantasia che Tolkien ha plasmato, fino a renderla strumento accessibile ai più, nero su bianco, non è solo evasione dalla realtà, effimera via di fuga dal presente incalzante, quanto piuttosto un ulteriore pretesto per indagare il mondo. Scavare nella profondità del disagio degli ultimi, degli hobbit, di tutte quelle creature che esistono ma faticano ad esserci, non ha mai solo il volto dell’analisi scientifica. Tutt’altro.

Tolkien, l’anonimo docente dell’Università di Oxford, nei gesti e nella voce di Catà diventa non solo lo Scrittore che fu, ma si veste di umana ingenuità: anche lui, individuo tra gli individui, a diciotto anni si innamora di Edith Bratt, brucia di passione per un amore ostacolato e impedito dal suo tutore fino al raggiungimento della maggiore età.

È la duplicità dello spettacolo, che d’improvviso si tramuta in lezione, a sfamare il piacere di chi guarda: la Letteratura con Cesare Catà – che definire il Keating italiano potrebbe quasi sembrare limitativo – si fa madre e guida, accarezza l’animo e lenisce il dolore, torna, in poche parole, alla sua funzione originaria. Ha già messo da parte la veste più elegante, il diadema di cristallo di chi la vorrebbe regina di un mondo che non c’è e non è mai esistito, se non nella mente degli ottusi.

Fare Letteratura significa Essere Letteratura, vuol dire portare la propria vita in scena mentre qualcun altro la racconta al posto nostro. Fare Letteratura significa Dialogare con la Letteratura: è proprio Catà che, insegnando senza ammonire, ci rende maestri di noi stessi e ci lascia intuire che la litteratura è anche reinventarsi e ritrovarsi in territorio altrui, terreno solo apparentemente sconosciuto.

Questo è solo uno dei numerosi incontri realizzati dal professore che si ispirò a L’attimo fuggente per invitare i propri studenti a svolgere il compito più importante di tutti, Vivere. Perché Cesare è così, parla con ardore ai desideri della gente e lo fa con l’arma più potente che l’uomo ha: la semplicità.

Vi ha già raccontato di quella volta in cui Søren Kierkegaard “lasciò la fidanzata senza nessuna ragione”, o di quando Jane Austen “decise che sarebbe rimasta single per sempre”, o anche di quando Pessoa “finse di rinunciare per sempre alla felicità”. Quando dico che la Letteratura si fa uomo, donna, bambino, vecchio, giovane, infante, dico il vero. Catà lo sa, che la Letteratura è l’Uomo ed è all’Individuo che lui volge il suo sguardo innamorato. Scoprendo l’uomo Tolkien, la donna Austen, il giovane Kafka o il vecchio Shakespeare, Cesare Catà mette a nudo il genio, che altro non è che la sua stessa opera, calata nei panni della realtà.

Il miracolo è compiuto, ancora una volta. Il teatro, anche dopo l’inizio dello spettacolo e fino alla fine, continua a riempirsi. I posti sono terminati, non c’è traccia di brusii, tutto è silenzio e palpitazione.

Il professore ha il sorriso caldo, il volto sibillino, e una consapevolezza in più, che non è altro che conferma della forza della Passione. Il faccia a faccia con Tolkien ha delimitato un recinto di possibilità, in cui ognuno dei presenti ha potuto ritagliarsi uno spazio proprio, a dialogo con la Letteratura.

Eravamo io, Tolkien e Cesare Catà nella Terra di Mezzo.

cesare catà 2

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