#TempoPerso: salvate il babbuino di Dalai

Va bene essere semplici e diretti, va bene anche adottare uno stile giovane, uno stile duro e puro tipicamente anni ’90, va bene anche inventarsi situazioni a limite della realtà per essere più accattivanti e non banali. Va bene tutto. Ma alla fine della fiera, qualcosa bisognerà pur dire, uno scopo bisognerà pur raggiungerlo, o no?

dalai foto

Ecco, questo è ciò che manca a Onora il babbuino di Michele Dalai (Feltrinelli, 2015). Manca uno scopo, un punto d’arrivo (ma a dirvela tutta, pure quello d’attacco), manca un perché, in pratica. Perché Dalai ha scritto un libro come questo? Non si sa. Anzi, io non lo capisco, lui un motivo sicuramente ce l’ha avuto, anche se non mi sembra chiarissimo.

Di Onora il babbuino se ne è parlato più che bene, tanti si sono divertiti (divertiti, che parolona) a leggere le spassose (spassose, che parolona) disavventure di Cardo, il protagonista sui generis di questo romanzetto ambientato nell’hinterland torinese. Ebbene, Cardo è un delinquente con una morale di ferro, certo una morale tutta sua, per carità, ma pur sempre di morale si tratta: mentre si accinge a compiere quello che dovrebbe essere il colpo della storia delle rapine, insieme ad un giovanotto  misterioso la cui identità vi verrà rivelata solo alla fine, questo prepotente figlio degli anni sessanta si mette a sciorinare tutto il suo passato. Lui, figlio di una classica famiglia del sud, padre carabiniere madre casalinga, emigra nella periferia di Torino ancora giovanissimo e decide che la vita vuole guadagnarsela a modo suo. Diventa, infatti, un delinquentucolo che, dietro il paravento della “Carrozzeria Lussemburgo”, si dà da fare con rapine, fughe, auto rubate, insomma, tutta quella seria di cose che fanno i classici delinquenti – poco sopraffini – di periferia, appunto.

Fin qui tutto bene, abbiamo la base per costruire un bel romanzo in cui presente e passato possono intrecciarsi in modo intelligente, in cui ogni ricordo può diventare pretesto per una riflessione in più. Purtroppo non accade niente di tutto ciò. Anche volessi spoilerarvi tutto il romanzo, beh, avrei poco o niente da dire.

È il classico esempio di quel che si potrebbe definire un “testo mancante”, o meglio un “testo incompleto”. Avete presente quando la maestra vi assegnava i temi da svolgere a casa o in classe e, quando non avevate proprio niente da dire ma cercavate di sforzarvi, le portavate quella paginetta striminzita a cui solitamente seguiva l’atteso: “Puoi fare di più”? Bene, questo è l’effetto che fa Onora il babbuino. Dalai, potevi fare di più, onestamente.

Anzi, mi correggo: l’autore avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di quegli ingenui dialoghi fra Cardo e il suo imbranato tirapiedi, ingenui perché sperano davvero che il lettore – ingenuo anch’egli, si suppone – rida con quelle battute un po’ scontate e anche vagamente demodé:

“- Fermo! Mariavergine. Sei molto più scemo di quel che sembri e sì che sembri scemo. Cosa ti ho detto ieri sera?

– Cosa mi hai detto?

– Non rispondere con una domanda, smettila di rispondere con altre domande. Cosa ti ho detto ieri sera?

– Cosa mi hai detto ieri sera?

– Bene. Giuro che lascio il ragazzo, vengo lì e ti prendo a calci nel culo, finché non diventi intelligente, e siccome non succederà mai ti prendo a calci nel culo per sempre.”

Non che ci sia proprio da sganasciarsi dalle risate, ma andiamo avanti.

Il romanzo è tutto un racconto della vita di Cardo, praticamente, da quando era ragazzino e credeva di aver perso la verginità con la puttana Agata, o quando la sua anziana zia lo pagava per sputare in testa ai comunisti, fino a quando tutta la famiglia non si trasferisce al Nord e, arrivati in stazione a Milano, la nonna di Cardo costringe tutti i parenti ad infilare le pianelle ai piedi, per non sporcare il pavimento lucido della stazione.

Stefano De Grandis/lapresseNella foto: Michele Dalai scrittore
Stefano De Grandis/lapresse Nella foto: Michele Dalai scrittore

Ma il punto cruciale è: cosa hai voluto dirci, caro Dalai? Dove volevi andare a parare quando ci hai piazzato davanti agli occhi un personaggio come Cardo che, in tutta onestà, non pare né carne né pesce? Le osservazioni che il protagonista affronta nel libro quando non sono banali sono sicuramente poco divertenti, o comunque per nulla illuminanti.

“Dammi retta, chiamali come ti pare ma ricorda che i deboli ti fanno ricco, che è anche più semplice fotterli. (…) Dove c’è un debole c’è un’occasione, una cosa che puoi fare tu al posto suo. Prima lo fotti e poi gli fai la carità, che mica siamo degli stronzi senza dio”.

Onora il babbuino è costellato di queste riflessioni spicciole, che non solo non portano da nessuna parte, ma che se riescono a strapparti un sorriso è già tanto. Non c’è la giusta dose di amarezza verista di fondo, non c’è neanche uno humour pungente che solletichi il lettore, c’è solo un po’ di “volgarità” da discount che, a dirla tutta, annoia.

Sento, però, di dover salvare una parte del romanzo, quella finale, in cui si racconta la storia di Papio il Babbuino (finalmente arriva ‘sto babbuino, a salvare il romanzo e pure l’autore): ecco, lui sì, che è un vero signore – parlo sempre del babbuino, eh. Un bel racconto, commovente, da cui emerge la figura di un eroe vero, autentico e testardo, esattamente come la vita. Certo che, comunque, quindici pagine su centoquaranta forse non fanno la differenza.

Dalai, questa volta, ha sostanzialmente scritto un libretto senz’arte né parte, che vorrebbe essere come la leonessa Kira, che regna nel giardino di Cardo e mangia non meno di cinque chili di carne al giorno (ah, oltretutto, anche la copertina è sbagliata, ché quello con la criniera è un leone, mica una leonessa), ma che, in realtà, è solo un micio un po’ spelacchiato.

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