Fleur Jaeggy e “I beati anni del castigo”

La vita nei collegi femminili si manifesta in due soli modi negli animi di chi vi abita: o attraverso la negazione di tutto ciò che concerne la propria interiorità – affettiva e non – o attraverso la costante coltivazione di un desiderio di ribellione e di catarsi, che viene alimentato dalla cupezza delle stanze da letto, condivise con persone verso le quali, spesso, si nutrono disprezzo o disistima.
All’interno di questi luoghi, sapientemente descritti da una vasta gamma di autrici, si consumano quelli che per Fleur Jaeggy sono “I beati anni del castigo”, come recita il titolo del libro (Adelphi, 1993).
“Quando si è là dentro ci si immagina cose grandiose del mondo e, quando si esce, si vorrebbe qualche volta risentire il suono della campanella”. Il turbinio di emozioni e fraintendimenti che galoppano nell’esile corpo della protagonista, che muta e fiorisce come una pianta di camelie durante il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, è sostenuto dall’arrivo di una nuova compagna, Frédérique, nella cui persona abitano il mistero e l’inquietudine di un’identità irrisolta. Il percorso di crescita e sviluppo della donna che narra la vicenda in prima persona, ricordando gli anni del collegio per l’appunto, è fortemente condizionato dai silenzi eloquenti di Frédérique, che, con la sua “bella fronte alta, dove i pensieri si potevano toccare, dove generazioni passate le avevano tramandato talento, intelligenza, fascino”, col suo portamento elegante e tuttavia ancora nascostamente acerbo, si nega al fascino seducente dell’amicizia, rifiutando qualsiasi tipo di contatto umano se non con la protagonista.
La quattordicenne dai voti mediocri è succube di questa nuova e bella collegiale, eccellente in tutto, persino nel suonare il pianoforte. Senza colpo ferire, Frédérique mantiene in ogni occasione toni pacati e modi garbati, pur facendo costantemente pesare la sua severa superiorità sull’amica devota. La protagonista, indispettita e al contempo ammaliata da questa guru del malessere interiore, le cammina a fianco avvertendo l’inutilità di manifestarle il suo affetto: Frédérique lo sa già, l’ha sempre saputo. E nulla cambierà quando, prima della partenza definitiva della ragazza a causa della morte del padre, la protagonista dal nome ignoto dichiarerà definitivamente il suo amore per lei.
Mai più una lettera, mai più un incontro. Solo la presenza di Micheline, la “nuova”, distrarrà la collegiale rimasta dall’assenza gravosa dell’amata. “Micheline mi chiama, la belga ridanciana e allegra. Non si accorge che l’allegria può diventare tetra. L’allegria è difficile da sopportare”. L’allegria che mai aveva azzardato mostrarsi nelle lunghe passeggiate che aveva avuto con Frédérique, con la quale la protagonista, ormai nella fase finale della sua lunga educazione collegiale, avrà l’opportunità di dialogare un’ultima volta godendo pienamente della follia che ha ormai preso possesso della mente di Frédérique. “Mia figlia (…) ha tentato di bruciarmi”, dirà Madame, madre della giovane, alla protagonista, alla fine del libro. “Dopo vent’anni [Frédérique] mi scrisse una lettera. Sua madre le aveva lasciato qualcosa per vivere. Ma ne aveva abbastanza di essere ospite del manicomio, se continuava così avrebbe preso la via del cimitero”.
Scritto con atroce eleganza e raffinata, seppur inquietante, maestrìa, il breve romanzo di Fleur Jaeggy racconta, attraverso il lineare ricordo della protagonista dal nome ignoto, la vita collegiale e la maturazione di una ragazza nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Passando attraverso la descrizione di luoghi come quelli dell’Appenzell, la Jaeggy ci regala cento pagine di grande tensione emotiva, impregnate di rancore, risentimento, nostalgia e dolore.
“Ma perseveravo nel piacere dell’andare fino in fondo alla tristezza, come a un dispetto. Il piacere del disappunto. Non mi era nuovo. Lo apprezzavo da quando avevo otto anni, interna nel primo collegio, religioso. E forse furono gli anni più belli, pensavo. Gli anni del castigo. Vi è come un’esaltazione, leggera ma costante, negli anni del castigo, nei beati anni del castigo”.

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