Un attimo di felicità – di Giulia Ciarapica

Abitavano nell’ultima casa del quartiere, alla periferia della città. Femmine erano, di media statura, con gli occhi grandi. Erano legate da un sentimento silenzioso, che si faceva spazio tra le dita ferite della femmina più piccola e le labbra sanguinanti della femmina più grande. Madre e figlia avevano imparato ad amarsi udendo il rumore della sofferenza, ascoltando il pianto della pelle che tenta di aggrapparsi ad una coperta lacera. Non possedevano nulla, salvo qualche goccia di miseria e un sorso di povertà.
Ogni mattina, alle sei e trenta, la femmina più grande usciva per andare nel centro del paese ed attendeva immobile, in piedi davanti all’uscio del lattaio la sua bottiglia quotidiana. Rientrava nel giro di pochi minuti e fino al tramonto nessuno la vedeva più. Nell’arco della giornata si udivano invece i passi svelti e ansimanti della femmina più piccola che ogni giorno, per tutto il giorno raccoglieva legna. La corteccia degli alberi le feriva le dita esili e tutti si chiedevano come mai quella femmina così piccola dovesse svolgere un lavoro tanto duro, tanto pesante; le donne del quartiere gridavano allo scandalo, chissà cosa faceva tutto il giorno quella madre disgraziata. Vivevano nella miseria eppure la femmina più grande sembrava infischiarsene, questo pensavano quelle donne livorose.
Le donne del quartiere avevano fra i trenta e i sessant’anni, anche se sembravano avere tutte la stessa età, tanto si somigliavano: fronte rugosa, sopracciglia aggrottate, labbra serrate. Unico comun denominatore la rabbia. Nessuna di loro poteva tollerare la tranquillità di quelle femmine che vivevano in povertà ma alle quali il buon Dio aveva riservato una misera serenità. L’assenza di ogni tipo di bene le aveva rese imperturbabili, come se le loro braccia e le loro gambe si alimentassero della mancanza, della privazione, del sacrificio. Nessuno accettava la presenza delle femmine che con il loro silenzio e la loro discrezione avevano messo a soqquadro i sentimenti della folla solitaria e delirante.
Tra tutta quella gente macchiata di malessere vi era un bambino, mingherlino, dagli occhi grandi e vivi che tutti chiamavano Mariuccio. Agile come un grillo e svelto come una lepre amava chiacchierare con tutti e chiedeva ogni settimana di poter imparare un lavoro diverso. Non si perdeva mai d’animo e si ingegnava a far qualsiasi cosa: un giorno era contadino, un giorno falegname, un giorno lattaio. Fu in un gelido mattino di gennaio che Mariuccio incontrò la femmina più piccola, quella che di lì in avanti ricordò sempre come “la bambina dal naso freddo”.
Già alle sette e cinquanta Mariuccio era in strada pronto per un’altra giornata di lavoro e si dirigeva verso la casa del mugnaio. Lungo il tragitto fu colpito da un fruscio di foglie secche; si girò di scatto verso la stradina che portava al boschetto. Incuriosito e al contempo intimorito si avvicinò; sapeva che il mugnaio lo stava aspettando e non voleva assolutamente perdere l’occasione di lavorare con lui, anche solo per un giorno o due, tanto aveva desiderato quell’impiego. Tese la manina per scostare i rami dell’albero e con grande stupore trovò la femmina più piccola che stava trascinando verso la strada quello che doveva essere un grosso ramo spezzato. Mariuccio era perplesso e non sapeva se aiutare la femmina o se andarsene e non raccontare a nessuno l’incontro; ma prima che il bambino potesse profferire parola la femmina più piccola gli disse svelta:” Ciao” “Ciao … ti … ti serve …” “No, non mi serve. Vorrei sapere come ti chiami.” La femmina più piccola aveva abbandonato il ramo a terra ed ora guardava Mariuccio con occhi che al bambino sembrarono di sfida. Mariuccio non aveva il coraggio e la forza di rispondere. Gli era parso di vedere una cosa tanto diversa da lui, una cosa che sembrava nascondere un segreto. L a femmina più piccola sorrise e abbracciando con lo sguardo la timidezza del piccolo disse ancora:-“Vieni con me, voglio mostrarti qualcosa.”Mariuccio era combattuto, sapeva che la madre sarebbe corsa a cercarlo non appena avrebbe saputo che non si era recato dal mugnaio, ma sentiva che doveva seguire la bambina. La femmina più piccola si voltò nuovamente e sorridendo gli fece strada. Mariuccio era impaurito ed eccitato, seguiva le orme della bambina poggiando i suoi piedi lunghi e stretti sulle tracce piccole e fangose di lei, fin quando non arrivò alla fine del quartiere e si arrestò di fronte all’ultima casa con il tetto spiovente e le finestre rotte.-“Entra.” Disse senza esitazione la bambina.“Non posso.” “Certo che puoi, entra.”Mariuccio varcò la soglia di quella catapecchia. Mai aveva visto una casa tanto trascurata, così spoglia e desolata come quella. Trovò la femmina più grande in piedi vicino al camino, in mano un bicchiere di latte. La femmina dopo un breve attimo di esitazione gli donò un immenso sorriso, caldo come il fuoco che stava ardendo. “Ti piace?” chiese gioiosa la femmina più piccola. “Ma non c’è nulla …” Le femmine scoppiarono in una fragorosa risata “Non vedi?” “Veramente no …” “Lì c’è il fuoco, col quale ci riscaldiamo, il latte con cui ci sfamiamo ed il letto, “ esitò prima di concludere “ dove ci rifugiamo e ci abbracciamo.” Ed entrambe sorrisero nuovamente sorseggiando il latte. Mariuccio guardava esterrefatto quella stanza sozza e poco accogliente e più la guardava vedendo la gioia negli occhi delle femmine, più sentiva aumentare in lui un senso di benessere. Mai aveva provato di fronte al nulla tanta felicità. La femmina più piccola si avvicinò a lui e gli diede un bacio sulla guancia. Il suo naso era freddo ma le sue labbra bollenti.
Mariuccio senza dire una parola corse in direzione di casa sua, spalancò l’uscio semiaperto e gettandosi al collo della mamma le disse:”Sono felice. Ti voglio bene.”
Da quel giorno in poi nessuno vide più le femmine. Solo anni dopo si seppe che partirono quella stessa notte per destinazioni ignote. La felicità viaggia sempre di notte, senza lasciare traccia alcuna.

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