I condizionali e i minuti della palingenesi: il tempo anestetico di Chiara Gamberale

Ripropongo, in questa giornata di grande soddisfazione e gioia, la recensione fatta un mese fa di “Per dieci minuti” di Chiara Gamberale. La mia recensione, letta e ampiamente apprezzata dall’autrice, è stata condivisa da lei stessa oggi sulla sua pagina ufficiale Facebook (“Chiara Gamberale”).
Buona lettura!

Non bastano certo dieci minuti per leggerlo, ma è assicurato che dopo i primi dieci minuti vorrete triplicarli. I minuti. Da dedicare a questo libro.
Non bastano certo dieci minuti per leggerlo, ma è assicurato che alla fine della lettura, e a questo punto non importa più quanto tempo ci avrete messo, troverete la voglia di impiegare dieci minuti della vostra vita, tutti i giorni, per un mese, facendo quel che non vi sareste mai immaginati di fare. E non occorre che siano il vostro analista o il vostro psicologo a suggerirvelo. Basta avere davanti a voi la linea della vita, intrisa di perché senza risposta, di domande retoriche e inutili, di esperienze non accumulate, di viaggi interrotti, di Ti amo mai detti, di strade mai intraprese. A quel punto vi renderete conto che per assaporare desideri e realtà nel modo più intenso e caparbio possibile, non occorre un’organizzazione sistematica della vostra vita. Vi renderete conto, anzi, che basta quella scintillante manciata di minuti per dare una svolta alla vostra esistenza. Per dare il via a quello che più di tutti ci fa paura, da sempre: il cambiamento.
Questo è ciò che fa Chiara Gamberale nel suo libro “Per dieci minuti”: gioca. Gioca mentre vive. O vive mentre gioca, forse. Sta di fatto che accetta di portare a termine il Gioco dei dieci minuti, consigliatole dall’analista. Perché “il gioco è una cosa seria”.
Con grande freschezza e originalità, con l’amarezza e la rabbia di chi crede di avercela messa tutta, – e invece manca sempre qualcosa – con l’allegria e l’ironia di chi ha capito che vivere non è guardare il mondo attraverso lo specchio deformante dell’assuefazione amorosa, con la consapevolezza di non avere quella consapevolezza che una Donna dovrebbe possedere a trentacinque anni più che suonati, e, proprio grazie a ciò, attuando un inconscio atto di coraggio che le permette di uscire da Egoland – che poi diverrà magicamente (neanche troppo magicamente) egoland – per recarsi nella pescheria in fondo alla via ed ordinare un misto mare ed un’orata, – in previsione di una Vigilia di Natale sui generis- alla fine, Chiara, sguscia dalla condizione “sottovuoto”. E si immerge nella fase: Primo scaffale in alto a destra.
Il resoconto del diario che Chiara tiene per un anno diventa, in realtà, il diario di tutti coloro che lo leggono. In ogni pagina, dietro ogni azione, anche e soprattutto dietro l’impresa più anomala, assurda, improbabile, c’è ognuno di noi. È come se tra le righe del testo spuntassero tanti piccoli e puntuali ritratti del genere umano, e questo grazie alla non comune abilità della giovane scrittrice di palesare, con naturalezza e vivacità, i lati oscuri e i pensieri più inquietanti che albergano in lei, in noi. L’angoscia, la malinconica amarezza, il vuoto assordante che ci pervadono quando la persona che amiamo ci abbandona, dopo 18 anni di matrimonio, per via telefonica, dall’altro capo dell’Europa; lo stordimento e la rabbia che proviamo quando, di punto in bianco, il nostro lavoro viene affidato a qualcun altro – di cui non abbiamo la benché minima stima -; lo sconforto che ci assale quando siamo costretti ad abbandonare il luogo dell’infanzia e del cuore, quello in cui siamo cresciuti e in cui abbiamo maturato la certezza che alla fine tutto andrà sempre per il verso giusto, che ci saranno sempre questioni che mamma e papà risolveranno per noi, che non importa quale cosa terribile sia accaduta nell’arco della giornata, tanto alla fine si rientra sempre a Casa, rifugio per anime fragili.
Tutto questo, di colpo, può venire meno. Svanire. Evaporare. E si piomba nella realtà, quella triste, quella che hai sempre evitato, quella che non hai mai creduto potesse essere, in fin dei conti, così reale, perché la tua vita era fatta della stessa bellezza di cui sono fatti i sogni.
Capita anche questo, nella vita di Chiara come nelle migliori vite. A quel punto, allora, si inizia a giocare, ed è proprio in quei dieci lunghissimi o brevissimi minuti che, ogni dì per 30 dì, avviene la favolosa trasformazione che porta alla palingenesi. Fare tutto ciò che mai, e dico mai, avreste pensato di fare prima: che sia camminare all’indietro, fare dei pancakes, imparare a guidare, poco importa. Condizione necessaria e sufficiente è buttarsi. Soprattutto in cose che credete siano le più lontane da voi, le meno quotate, quelle che fino ad oggi avete considerato stupide, improponibili o, perché no?, volgari. Rischiare, in poco tempo, di ottenere quel che avete perso di vista: voi stessi.
Se alla fine del mese avrete capito che non serve costruire un perno attorno a cui ruoterebbe ipoteticamente la vostra esistenza, ma è la Vita stessa ad essere perno e ruota insieme, allora sì, l’esperimento sarà davvero riuscito. Buona fortuna.
“Non ho più un amore. Non ho più una cosa che sento davvero mia, non ho più un lavoro che mi piaceva. Non un perno: ecco. Ma la vita che gira attorno a questo perno che non c’è, forse, non è poi così male.”

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