L’isola di Elsa Morante – cuore a cuore

Era un afoso lunedì di luglio, uno di quei lunedì senz’arte né parte, appiccicoso e fastidioso anche se non devi lavorare, anche se non devi andare a scuola. Era un lunedì, e, come tutti i lunedì, aveva l’odore dell’inutilità.
Mi svegliai con un lieve giramento di testa: quel sole acerbo di sicuro non mi invogliava ad uscire, perciò presi il mio pacco di biscotti secchi, passai dal letto al divano e iniziai a sgranocchiare riflettendo su come avrei ammazzato quel tempo estivo che sembrava non avere mai una fine.
Odiavo l’estate con quell’incedere sinuoso e spavaldo, incurante del malessere altrui. Qualche temporale, di tanto in tanto, riusciva a farla incespicare, ma, ahimè, durava lo spazio di un sospiro. Di gioia, chiaramente.
Mentre la pancia e il cuscino si riempivano di molliche, guardando davanti a me esaminavo con un’attenzione minima i libri esposti sullo scaffale.
Avevo dato vita ad una vera e propria biblioteca, racchiusa tra le quattro mura di casa mia, della quale andavo particolarmente fiera. Impiegando esattamente 8 ore, 45 minuti e qualche manciata di sorrisi stupefatti (non sempre ricordavo di avere alcuni testi in mio possesso), avevo sistemato sugli spaziosi scaffali color cognac tutti i libri che avevo: ultimo scaffale a destra, filosofia e classici, a seguire, giapponesi, cinesi, indiani, messicani, mitteleuropei, francesi, inglesi. Uno scaffale per la critica letteraria, quello bisognava dedicarglielo tutto. Uno per la teologia, uno per la letteratura americana – di cui non andai mai pazza – ed infine uno per il teatro, il cinema e la poesia.
Quella che mi stava dinanzi, invece, era la parete dedicata agli scrittori italiani. Tomasi di Lampedusa, Calvino, Malerba, Moravia, Malaparte. Tutti letti. E allora Deledda. Letta. Tabucchi? Troppo lugubre.
Morante. Elsa Morante.
“Mh…”
Menzogna e sortilegio. No, è scritto troppo piccolo. La Storia. No, decisamente troppo grande per un lunedi di luglio. L’isola di Arturo. “Ah, mica male. Fammi un po’ vedere…” borbottai tra me e me.
“Un’iniziazione alla vita attraverso tutti i suoi misteri”. Premio Strega 1957. Andata.
Rigirai il libro tra le mani, una due tre volte, lo aprii e scorsi le pagine col pollice. Mi piaceva proprio, profumava di fresco.
Tornai a sedermi calpestando le briciole dei biscotti che avevo fatto cadere a terra.
Introduzione: “Dal proprio lettore, come dal proprio critico, Elsa Morante si aspetta un rapporto diretto e frontale. Desidera essere riconosciuta subito in viso, da sguardi che non s’attardino a spiarla attraverso lenti o schermi”. L’introduzione di Garboli, fin dalle prime righe, mi rapì con una certa inaspettata foga. La stessa foga con cui ingurgitai i primi capitoli di quel capolavoro fino ad allora per me sconosciuto.
Fuori l’estate imperversava, quel piacevole e salvifico venticello che ci aveva accompagnati fino a pochi giorni prima aveva preso congedo, lasciandoci in balìa di una prepotente cappa di umidità, e dunque la cosa che mi riusciva meglio fare era godermi quel sole caldo e discreto che spuntava fuori dalle pagine del mio libro, quel mare delicato e sottile che avvolgeva il corpo del protagonista, Arturo.
“Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato, che Arturo è un stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale!”. Che piglio spavaldo, questo giovanotto di Procida! “Gagliardo”, pensai.

E fu così che, rapita dalla mestrìa di una donna dallo sguardo severo e malinconico, dalla sua penna elegante e garbatamente intensa, finii il libro in tre giorni. Fu qualcosa di inevitabile, necessario, sublime. Immenso.

Di questo libro non si può parlare, non se ne possono descrivere a parole le infinite bellezze, i colori ammalianti, gli odori accattivanti, mescolati alle gioie e ai dolori di una famiglia tanto devastata quanto unita. Solo assaggiando le pagine voluttuose, che valsero lo Strega alla Morante, di questo libro eterno, si può comprendere il regalo estremo che l’autrice fa ai propri lettori.
Aprite il cuore e l’anima, fatevi pervadere dall’incanto di Arturo.

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