“Adolphe”, ovvero Della libertà malata

Cosa fareste voi se, una volta ottenuto ciò che avete desiderato per giorni, settimane, mesi, alla fine, con la stessa velocità di un batter di ciglia, vi rendeste conto che tutto questo vi annoia mortalmente? Cosa fareste voi se, in sostanza, d’un tratto aveste la netta convinzione che la conquista dell’amore della donna dei vostri sogni, in realtà si è rivelato semplicemente un capriccio? che in realtà di tutto si trattava tranne che di un vero proposito d’amore e fedeltà? E cosa fareste se la donna che ormai vive, dorme e respira con voi e per voi, si rifiutasse di venire abbandonata e minacciasse il suicidio ogni qual volta tentiate di allontanarla?
Questo è esattamente ciò che accade ad Adolphe, l’eroe ambiguo e affascinante, protagonista del breve capolavoro di Benjamin Constant.
Adolphe, ventiduenne al termine della carriera universitaria, è il tenebroso e scostante giovane che, abbagliato egli stesso dal proprio splendente e cupo personaggio, vizia la sua anima con piccole ma acute dosi di superbia, alternate alle frequenti visite della timidezza, compagna angosciante di gioventù. Adolphe coltiva la solitudine in quanto panacea di tutti i mali, tuttavia questo stile di vita così riservato e acerbo non gli consente di far germogliare quel sano egoismo che sorge, generalmente, in modo spontaneo : “sebbene fossi coinvolto in me stesso, anche di me mi occupavo assai fiaccamente”. Il disinteresse profondo verso qualsiasi cosa lo circondi è ravvivato dall’idea della morte, con cui Adolphe è costretto a confrontarsi in ogni momento della propria esistenza, una sorta di ossessione che non gli permette di provare spinte vitali per il raggiungimento di alcun tipo di fine o scopo. “In poesia, leggevo prevalentemente ciò che rammentava quanto breve fosse il nostro esistere e così ritenevo non esserci traguardo che meritasse alcuno sforzo per il suo raggiungimento”.
Ad un occhio esterno, l’estenuante percorso biografico che Adolphe ha disegnato su di sè sembra già terminato: non certo per l’approssimarsi di una morte imminente, quanto piuttosto per il fatto che il giovane, a soli ventidue anni, appare già quanto di più terribilmente maturo ci sia nell’universo umano, costellato, nella sua visione, di deboli intermittenze atte a formare un sentiero che porterà alla tomba. Tutto sembra dunque già prescritto, fino a quando un giorno, memore forse di quella piacevole superbia che si cela dietro il petto infiacchito, Adolphe incontra Elléonore, l’affascinante amante del conte di P***, la quale, egli decide, in barba all’età – o forse proprio come stimolo aggiuntivo – , di conquistare.
Elléonore ha molti anni più di lui, una vita tormentata alle spalle, e qualche remora di troppo. Non ha la spensieratezza dei vent’anni, la freschezza di un passo leggero e divertito, la piacevole ansia creata dalle aspettative, nè tantomeno possiede l’istintiva gioia di guardare ad un futuro radioso. Le rimangono una manciata di serenità che il conte di P*** le ha prestato per qualche anno, la bellezza dell’età matura e poche briciole di ricordi. Elléonore vive immersa in una spenta sicurezza, mentre Adolphe, sotto quel manto di mortale malinconia con cui si difende dal vento gelido della felicità, nasconde un fremito di vita che metterà a soqquadro anche l’esistenza della donna. “La convinzione di aver trovato l’essere che il destino ci ha assegnato, l’improvvisa luce che, inondata la vita, pare svelarcene ogni segreto, il valore prima a noi ignoto attribuito alle minime circostante, le ore rapide, (…) lasciano un’interminabile scia di felicità, l’allegrezza inspiegabile che, talvolta immotivata, si mescola alle abituali tenerezze, il piacere dell’essere in sua compagnia e, in sua assenza la forza della speranza, (…)”.
Si parla, appunto, di “convinzione”. La convinzione iniziale, quella che porta Adolphe a gettarsi a capofitto nella conquista spietata di una donna già ufficialmente impegnata, quella che gli fa dimenticare la sua natura di lupo solitario, quella convinzione che gli annebbia la vista e lo illude, rivelandosi solo alla fine essere una prepotente voglia di soddisfare la propria vanità di uomo.
Il tempo scorre, Elléonore abbandona tutto per lui, mette a rischio una reputazione già barcollante, gli sacrifica un figlio e un compagno devoto, perde la propria dignità di Donna per amore. Ma Adolphe, scemato l’entusiasmo iniziale, avvertendo un malessere di fondo che lo vincola a quella prigione dorata, da lui stesso fortemente voluta, decide di allontanarsi da lei.
Inutili i tentativi di abbandono, vane le speranze di liberarsi di quella donna, divenuta incomprensibilmente un peso estremo per lui. I ripetuti atti di squilibrio mentale di Elléonore, i sensi di colpa e la debolezza psicologica di Adolphe, saranno gli elementi chiave che porteranno alla distruzione completa di un rapporto d’amore e odio che vedrà la sconfitta della donna, morta di dolore e pazzia, e l’insoddisfazione perenne di un giovane uomo che, dalle ceneri di una storia finita, vedrà nascere una libertà fasulla, libertà che mai lo priverà del rimorso e della tristezza.
La storia di un amore infelice, di un amore sbagliato fin dal giorno in cui è germogliato, di un amore senza età e senza ragione.
Romanzo scritto di getto nel 1806 – ma pubblicato solo nel 1816 – , “Adolphe” ospita nelle sue appassionate pagine una modernità che odora di eterno: con un gergo semplice, amabile ed elegante Benjamin Constant ha dato prova di grande maestrìa nel delineare i profili di due protagonisti tanto crudeli quanto reali. La storia, non necessariamente originale ma superbamente elaborata, acquista un maggiore piglio di freschezza e, appunto, di modernità, se confrontata con l’analoga vicenda de “Il diavolo in corpo” di Raymond Radiguet: scritto nel 1923, quest’ultimo romanzo, pur descrivendo un amore altrettanto infelice quanto anagraficamente distante (lei diciannove anni, lui quindici), non possiede tuttavia il pathos che permea il testo di Constant. Unico nel suo genere, “Adolphe” tocca le corde più intime di un animo in pena, in bilico tra la necessità di vivere e la voglia di abbandonarsi alla più bieca voracità della morte.
“Distratto, svagato, tediato, non avvedendomi dell’impressione da me destata, dividevo il mio tempo tra studi che interrompevo di sovente, propositi che disattendevo, piaceri che non trovavo tali, quando una circostanza, a prima vista assai frivola, produsse nella mia disposizione d’animo un inatteso mutamento”.

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