Landolfi : un genio a margine

Sareste in grado voi di spiegare qualcosa di incomprensibilmente affascinante senza scadere nella retorica di maniera? Tentando, altresì, di rendere partecipi milioni di lettori, di qualcosa che voi, e solo voi, avete inteso o provato in modo tanto crudele e atroce? Calvino, per esempio, lungi dall’incappare in un imbroglio simile, si è cimentato, fortunatamente per noi, nell’ardua impresa di invitare alla lettura del più strano, arzigogolato, chimerico e criptico autore della letteratura italiana del Novecento: Tommaso Landolfi. Lo fa scegliendo una serie di testi, i migliori a suo parere, e raccogliendoli in un’antologia, in cui sono compresi i racconti fantastici, quelli dell’orrido e anche i “racconti ossessivi”. Perché Landolfi è così: fantastico, orrido, superbamente giocoso e altezzosamente lapidario.
Tra i testi raccolti da Calvino manca, però, quello che Landolfi stesso dichiarò essere “il mio miglior racconto” e che Montale definì “uno dei maggiori incubi psicologici e morali della moderna letteratura europea”. Ebbene, “Le due zittelle” non ha la veste del classico racconto all’italiana, intriso di perbenismo anche quando si affrontano i temi più terribili, piuttosto è un fantasmagorico gioco di crudeltà e mediazione teologica, di mediocrità e fine grandezza psicologica.
A partire dall’apparente tono confidenziale con cui l’autore si rivolge al lettore, richiamando la sua attenzione di tanto in tanto, come quando due vecchi signori appena andati in pensione si incontrano per strada e cercano di ammazzare il tempo raccontandosi avventure strabilianti ed inverosimili, così Landolfi procede spedito e sorridente nella narrazione di fatti che odorano di morte fin dalle più insignificanti descrizioni. Due zitelle, dal colorito simile a quello delle sorelle Materassi, vivono in uno sperduto paese dove “la cosiddetta vita moderna arrivava lì in forme blande, estremamente familiari oltreché bacchettonesche”. Accudiscono una madre vecchia e in fin di vita che, senza perdere mai l’appetenza e quel fare autoritario tipico della ferocia umana quando naviga nella miseria dei sentimenti, le costringe ad una solitudine logorante tanto quanto lo sono i pastosi lamenti di dolore dell’anziana: “insomma alla vecchia non dispiaceva forse il suo male, in quanto le permetteva di continuar a esercitare il suo potere sulle figlie e sulla casa; è anzi da sospettare che ella, sentendo sfuggirle le forze, si fosse a bella posta appigliata all’unico mezzo che le restava per tenere in soggezione la gente attorno, si fosse, dico, a bella posta ammalata”.
È però solo al sopraggiungere della morte della madre delle due zitelle che entra in scena, finalmente, il vero protagonista della narrazione: la “scimia”. Scelta non casuale di questo inusuale animale domestico che, con movenze simili a quelle umane, compie sfrenati e blasfemi cerimoniali nella cappella dell’attiguo monastero. La scimmia, animale comico per eccellenza, chiave che apre le porte dell’immaginario di un qualsiasi circo, tanto ridicola quanto scioccamente crudele, proprio come gli esseri umani, risulta migliore, nel celebrare messa, di tanti sacerdoti. Basta una scimmia, tanto brava, a fare le stesse cose degli uomini. Imitatrice perfetta dello spietato e infausto gioco della vita dell’uomo, gioco che, nella seconda parte di questo piccolo capolavoro, diviene sacro e pericoloso. Se ci si lascia guidare dal corso degli eventi, rimanendo incollati al foglio, mentre il nostro – ormai – amico Landolfi continua ad ammaliarci con il suo incredibile racconto, intriso d’angoscia e comicità, si giunge alla trasgressione finale, quella che arriva, inaspettata, dopo aver assistito a tanti piccoli incubi vestiti a mo’ di letteratura. I due uomini di fede che compaiono alla fine, monsignor Tostini e il giovane padre Alessio, chiamati a giudicare l’operato della scimmia, si scontrano senza esclusione di colpi, così che il lettore può assistere alla più incredibile e fulminante delle dispute teologiche.
Autore di non immediata semplicità, al limite tra genio e sregolatezza, Landolfi misura con sapiente maestrìa il fantastico e l’assurdo, si affaccia – e lascia che siamo anche noi ad affacciarci – alla soglia dell’incomprensibilità, per poi, al momento opportuno, fare marcia indietro e sbattere sul foglio bianco quattro righe di nuda realtà, fresca, pulita e terrificante. È un tira e molla, un andirivieni di emozioni e sconvolgimenti che il lettore non allenato fa fatica a comprendere, a cui stenta ad abituarsi. Ritmo serrato, a tratti apparentemente conciliante, oltremodo sconcio e superbo.
Potremmo fare finta, come suggerisce Walter Pedullà, che la perplessità che ci imprigiona al termine della lettura sia solo un gioco, poiché, come sostiene lo stesso, possiamo fingere che per Landolfi il gioco sia tutto, o quasi. E così possiamo permetterci anche noi di giocare. Con lui e con le sue storie. Per chi è in grado di liberarsi dalle sue catene.

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