Persona e tecnica: la caduta degli dei. Umberto Galimberti, Stefan Zweig e Turgenev

“In questa commovente fiducia di poter chiudere anche l’ultima falla all’irrompere della sorte, c’era, malgrado l’apparente austerità e modestia nel concepire la vita, una presunzione pericolosa. L’Ottocento, col suo idealismo liberale, era convinto di trovarsi sulla via diritta ed infallibile verso “il migliore dei mondi possibili”. Guardava con dispregio le epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero state tempi in cui l’umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata. (…) Tale fede in un “progresso” ininterrotto ed incoercibile ebbe per quell’eta la forza di una religione”.
Se Stefan Zweig già nel 1942 aprì “Il mondo di ieri” con considerazioni così puntuali e precise su un secolo che tutto aveva dato, nulla si era riservato e che di ogni entusiasmo si era acceso, procedendo con un incedere sicuramente meno poetico e nettamente più spedito e – come negarlo – più frettoloso, Umberto Galimberti, figlio del proprio tempo, filosofo della seconda metà di quell’ingarbugliato secolo che ha ospitato due guerre mondiali, una guerra fredda e il crollo del muro di Berlino, giunge a delle considerazioni molto simili. Sicuramente non riguardo il XIX secolo, ma, nondimeno, le riflessioni sul progresso e su quello che Galimberti definisce il “mito della tecnica”, si estendono a tutta la storia dell’uomo, fino a giungere al culmine di approdo: il presente che viviamo, il duemila.
Il pensiero che da Zweig vola a Galimberti, passa inevitabilmente attraverso l’oscura presenza di quell’ “ospite inquietante” che è stato da Ivan Sergeevič Turgenev definito come tale: il nichilismo. Ma considerazioni così funeste e angoscianti non scaturiscono da pindarici voli mentali che l’intellettuale del primo banco si risolve a fare. Hanno origine, banalmente, dai telegiornali, dalle riviste, dai quotidiani, che, oggi come oggi, hanno più l’aspetto di bollettini di guerra che non di portatori sani di notizie.
Se già il recanatese Leopardi era pronto ad inveire contro quel progresso oleoso e strabordante che offuscava la vista, Galimberti è altrettanto pronto ad affrontare “il mostro tecnica” a partire dalle sue radici, quelle che abbiamo perso di vista e che non ci consentono, celate dietro al mito del progresso scientifico, di recuperare un’individualità sempre più a rischio, forse ormai completamente perduta. Il quotidiano costellato di omicidi, azioni folli, gesti moralmente ignominiosi, è in balìa del cosiddetto “nichilismo da progresso”. Se, come dice il filosofo, la tecnica nasce come uno strumento a disposizione dell’uomo, oggi, al contrario, la tecnica è diventata il vero soggetto della storia, “rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati”. Come disse Heidegger, ciò che inquieta più di ogni altra cosa non è tanto il fatto che il mondo si stia trasformando in un completo e assoluto dominio della tecnica, quanto piuttosto il fatto che l’uomo, non essendo preparato a questo radicale mutamento, inevitabilmente perde di vista la propria persona, che, per usare l’espressione di Galimberti, viene “messa tra parentesi a favore della sua funzionalità”. Il mancato controllo e la pessima gestione del processo evolutivo scientifico a cui stiamo assistendo non ci permettono di recuperare quell’umanismo che prevede la centralità dell’uomo, il quale, dunque, è abbandonato all’inerrestabile egemonia della tecnica.
Il problema della tecnica è oggetto di riflessione fin dai tempi dell’antica Grecia e attraversa il secolo XVII in cui ci troviamo di fronte ad un Bacone che, nel Novum Organum, scrive esplicitamente che “la scienza concorre alla redenzione dell’uomo”, poiché è in grado di ridurre la fatica del lavoro e l’atrocità del dolore. Si arriva perciò a delineare in questo modo il senso moderno di tecno-scienza. Dunque, di fronte alla costante crescita di questo nuovo mito e dell’incapacità sempre più preoccupante dell’uomo di tenerlo a bada, giungiamo alle riflessioni di Hegel circa l’età della tecnica. Il filosofo tedesco sostiene che, in futuro, la ricchezza non sarà più formata dai “beni”, ma dagli “strumenti” poiché i beni si consumano, mentre gli strumenti sono in grado di produrre altri beni; inoltre Hegel dichiara che, a seguito di un incremento quantitativo di un gesto – ecco dunque l’importanza dell’azione meccanica in sè – vi è anche, inevitabilmente, un cambiamento qualitativo.
A questo punto è doveroso precisare che, come dice Galimberti, poiché la tecnica si trasforma in ciò senza cui nessun fine è realizzabile, allora essa diventa, a prescindere, quel che tutti vogliono, in quanto senza la tecnica i fini non possono essere raggiunti.
Ed ecco quindi costituirsi propriamente quella che è chiamata l’età della tecnica, che si protrae e tocca il suo culmine nell’Otto e Novecento. Durante la Seconda guerra mondiale, in particolar modo, si assiste ad uno sviluppo tecnologico che “determina una mutazione antropologica senza precedenti. Il modo di pensare che si forma in quegli anni diventerà il paradigma dominante per tutti noi che viviamo nell’età della tecnica”. Di ciò è convinto Galimberti che riprende le tesi di Günther Anders, filosofo tedesco rifugiatosi in America a causa delle persecuzioni naziste.
Per Anders ciò a cui di più tragico stiamo assistendo è il cosiddetto passaggio dall’agire al semplice fare: quando “agiamo” compiamo delle azioni in vista di uno scopo, mentre quando “facciamo” eseguiamo bene una serie di mansioni in modo meccanico, spesso e volentieri senza essere responsabili – o addirittura totalmente ignorando – il fine per cui ci stiamo muovendo. Questo è ciò di quanto più alienante e destrutturante possa esserci per la persona, quella parte fondamentale della nostra essenza che stiamo perdendo di vista giorno dopo giorno. In questo modo, accumulando mansioni su mansioni, gesti meccanici su gesti meccanici, ci limitiamo a perpetuare, nell’arco di un giorno, di un anno, di una intera vita, un’azione la cui meta è apparentemente priva di senso. Riduciamo, così facendo, il nostro sistema di pensiero a quello di una macchina, in grado di dire semplicemente: si/no, giusto/sbagliato, buono/cattivo, abbandonando quella vasta area di complessità mentale che l’uomo aveva conquistato dopo aver superato lo stadio di primitività.
Paradigma più immediato a queste considerazioni strettamente filosofiche è la realtà, che quotidianamente emerge dalla tv. Se i talk show del venerdì sera sono costantemente – da qualche anno a questa parte – dedicati all’imbarazzante quanto aberrante cronaca degli omicidi a cui assistiamo ogni giorno – nel tentativo di dare anche una spiegazione logica a certe azioni che di logico hanno ben poco- allora, a questo punto, tanto vale scavare a fondo e non fermarsi alla superficie delle cose. Qual è il problema? Da dove parte il Male di vivere che ci attanaglia? Chi ne è la causa? Perché non siamo più in grado di gestire l’uomo alle prese col mondo che lo ospita? Perché sembriamo non avere più gli strumenti adatti a far fronte alle nuove tecnologie che incombono, che ci opprimono, che ci fanno da padre e da madre, che ci seguono nel quotidiano e oltre il quotidiano, che ci mettono a dormire e ci danno da mangiare anche quando non abbiamo fame?
Figli ormai di un convitato di pietra quale è la tecnica, siamo diventati i fratelli minori del nichilismo da progresso, i quali, insieme, giocano a relegare sullo sfondo tutte le immagini che l’uomo si era fatto di sè per orientarsi nel mondo. A proposito di nichilismo e tornando alla sfera letteraria da cui si è partiti, è stato proprio Turgenev, col suo Padri e figli (1862), capolavoro della letteratura mondiale, ad aprire la strada a queste affannose considerazioni circa il futuro, lo scontro generazionale tra i vecchi padri conservatori e i nuovissimi e scintillanti figli progressisti e il finto nichilismo dell’uomo moderno – a cui anche Baudelaire sembra portare rispetto.
I protagonisti di Turgenev in realtà non sono dei veri nichilisti DOC, bensì appaiono come tali perché negano, a differenza dei loro padri, i valori tradizionali, l’ordine, l’autorità, i costumi patriarcali. Ma essi, come specificato da Claudio Magris in un articolo apparso sul Corriere della Sera nel gennaio del 2001 – e ora presente nella raccolta Alfabeti -, “come tutti i progressisti e rivoluzionari, sono invece uomini di profonda fede, ben più dei loro perplessi genitori: credono appassionatamente nel progresso, nella scienza, nella giustizia, nelle riforme, nei lumi della ragione che sfatano i secolari pregiudizi o credenze che essi comunque ritengono false anticaglie”. Fortemente fedele al mito del progresso, tuttavia, alla fine del libro, quando l’amore si affaccia sulla soglia della vita del protagonista Bazarov, questi, come un altro grande protagonista dell’omonimo capolavoro russo, Oblomov, non riesce a coglierlo. Smarrito tra i propositi progressisti, accecato dalla prepotente luce della ragione e della scienza, si lascia scappare l’unica occasione di “redenzione vera” che avrebbe dato una svolta alla sua vita. L’amore, così come per Oblomov, giunge in ritardo, quando i due, se pure innamorati, non ne sono più all’altezza, poiché hanno perso di vista l’obiettivo “persona”.
Se la Storia è maestra e giudice dei nostri errori, la letteratura può esserlo nella misura in cui da un testo, da una poesia o da un frammento siamo in grado di trarre i giusti insegnamenti. E forse dovremo fare come il buon vecchio poeta dello spleen, il Baudelaire che si affacciò, con garbo ed eleganza, sulla finestra della modernità. Il poeta maledetto seppe sfruttare quella malinconica nostalgia del passato rintracciando tra le strade cementate e i palazzi in costruzione, quel profumo di umanità che nessuno era forse più in grado di percepire, quell’olezzo positivamente angosciante tipico del genio incompreso, dello scrittore ansiogeno, del poeta d’altri tempi.
Fu in grado, insomma, di rintracciare la persona oltre la gente.
È finita davvero?

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