La grande “Paura” di Stefan Zweig

Stefan Zweig
Paura
Adelphi, 2011
pp. 120

“Dopo poche settimane Irene era riuscita a incasellare il suo amante nel mosaico della propria vita, dedicandogli un giorno a settimana, come faceva con i suoceri, ma senza alterare nulla del vecchio ordine per via di quella nuova relazione, anzi, aggiungendovi in un certo modo qualcosa”.
È questo il succo del breve capolavoro di Stefan Zweig, “Paura” (Adelphi, 2011, pp. 120). Irene Wagner, donna sposata, portatrice sana di marci principi borghesi, proprio come tutti coloro che dalla vita hanno avuto tanto, ma evidentemente non tutto, in un giorno qualsiasi, di un mese qualunque, si trova ad avere un marito, due bambini, una bella casa, denaro quanto basta a vivere nel benessere, e un amante. Giovane, attraente, spensierato. Il loro primo incontro è del tutto casuale, molto meno lo saranno le occasioni che i due creeranno per assaporare i piaceri di un amore proibito. Tutto sembra procedere nel migliore dei modi, proprio come sono soliti svilupparsi gli inganni e i tradimenti, con grande nonchalance e sfacciataggine, fin quando: “Adesso, però, la prima volta in cui doveva pagare l’avventura con il suo vero prezzo, il pericolo, cominciò a calcolarne con meschinità il valore”.
Irene, in un pomeriggio in cui, come di consueto, esce dall’appartamento dell’amante, viene bruscamente fermata da quella che si presenta come la fidanzata del giovane, e che la minaccia di rivelare tutto alla sua famiglia, qualora non fosse stata disposta ad aiutarla economicamente. Irene, atterrita ed oltremodo sconvolta dalla vicenda, verrà perseguitata dalla povera ricattatrice in cerca di denaro: ossessionata dal pensiero che suo marito possa scoprire l’accaduto, sottostà alle condizioni che la presunta fidanzata le impone, fin quando, un giorno, satura di quella che è ormai diventata un’angosciosa e angosciante esistenza, all’insegna della vergogna e del peccato, decide di togliersi la vita. Sarà proprio suo marito ad impedirglielo, con un finale a sorpresa.
Cento pagine di fine e tagliente genialità, quella genialità di spirito e stile che contraddistingue Stefan Zweig. La vicenda non è, come in tutti i racconti di Zweig, delineata da particolari momenti di attività, nè i personaggi raggiungono un numero considerevole. Ciò che emerge con vivace prepotenza dalle righe di questo racconto, è la Paura che accartoccia e stritola la vita di Irene, ne prende possesso, le mette un cappio al collo, un cappio che ogni giorno diventa sempre più stretto. Ogni parola, soppesata con maestrìa e puntualità, insinua nel lettore quell’ansia di venir fuori da una situazione più grande di lui, instilla realmente il dubbio che forse l’unica vera soluzione è la morte. Zweig ci introduce nella casa di Irene, ce ne fa respirare l’atmosfera rarefatta e ossuta, priva ormai di qualsiasi certezza, ridente di dubbi e di terrore. I respiri affannati, le mezze risate dall’aspetto lugubre, gli sguardi mancati e inzuppati di rabbia e paura. “La paura è peggio del castigo, perché il castigo è dopotutto qualcosa di determinato e, duro o meno che sia da sopportare, è sempre meglio di una tremenda incertezza, dell’orrore senza fine della tensione”.
Stefan Zweig, con la sua sempre attuale frenesia di tratteggiare le pieghe dell’essere umano, continua a cogliere nel segno, scandagliando con precisione e durezza i sentimenti più nascosti, le emozioni seppellite, i ricordi malcelati dietro il velo della bugia.

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