“Lei era di quel mondo, dove le più belle cose / hanno il peggior destino”: le anime di Marguerite Duras

Sandra Petrignani
Marguerite
Neri Pozza, 2014
pp. 212

“Ma c’era qualcosa di più importante di Robert per Marguerite Duras: scrivere. E scrivere per lei significava dire la verità estrema, quella nascosta, che affiora quando intorno è il vuoto, il deserto del pensiero, della compagnia, e resta solo la parola, la più precisa, l’unica”.
Se la vita di questa tormentata scrittrice francese potesse racchiudersi in un solo termine, quel termine sarebbe “scrittura”. Marguerite Duras, la Nenè di casa Donnadieu, lei che “odia il suo cognome” perché “lei con Dio non vuole avere niente a che fare”, nasce il 4 aprile del 1914, ed è in occasione del centesimo anniversario della nascita che Sandra Petrignani pubblica per Neri Pozza la vita romanzata della sua scrittrice prediletta.
Non si tratta di una vera e propria biografia di Marguerite Duras, ma è piuttosto un romanzo, in cui ad elementi reali e nitidamente corrispondenti con la vita e l’ambiente della Duras, si mescolano dialoghi e descrizioni frutto dell’immaginazione dell’autrice. In queste duecento pagine, tanto dolorose quanto affascinanti, emergono le varie anime della Duras, forse una delle scrittrici più complesse e travagliate della storia letteraria del Novecento, alle prese con una vita lunga e tormentata, intrisa di sofferenza, speranze mal riposte e traboccante d’amore: tenero, violento, non corrisposto, amaro e dolce.
Al di là delle vicende turbolente che hanno contraddistinto la vita della ragazzina nata a Saigon (Indocina francese) e “cresciuta nell’acqua”, ciò che ammalia e seduce il lettore è la presenza viva di Marguerite (o Nenè, o Margot) tra quelle righe: è come se lei stessa scrivesse la sua vita, anzi, è quasi come avere la sensazione che sia proprio lei, MD, a recitarla ad alta voce, seduta sul divano dell’appartamento di rue Saint Benoît, spavaldamente inquietante e malinconica nella sua “divisa” di sempre.
Con geniale maestrìa Sandra Petrignani ci offre un ritratto della Duras in pieno stile Duras. A partire dall’adolescenza indocinese, soffermandosi su quell’intricato e doloroso rapporto con la madre Marie, passando attraverso il successo letterario, gli innumerevoli amori malamente gestiti, l’iscrizione e la conseguente espulsione dal partito comunista, l’approdo nel mondo del cinema, fino ad arrivare all’ultimo stadio, quello del “panico dell’immaginazione”, la Petrignani, con la sua penna incisiva ed elegante, elabora uno splendido romanzo, al termine del quale l’eroina, esausta, muore. Eppure sembra che non sia morta davvero, tante sono state le volte in cui, nel corso del racconto e della vita, Marguerite sembra perire: muore un po’ quando vede il cadavere di Marie Dannadieu, muore un po’ quando lei e Gérard fanno l’amore, muore un po’ quando di Robert Antelme – deportato a Dachau – non si hanno notizie, muore un po’ quando Gérard viene fatalmente colpito da infarto, muore un po’ ogni volta che crede di non poter più scrivere.
Marguerite Duras, implacabile ideatrice di racconti e romanzi, appassionata creatrice di volti, sguardi, sorrisi, grida, sentimenti, emozioni e dolori dei suoi personaggi, ora si trova al di qua della linea gialla, adagiata tra gli spazi bianchi di questo romanzo, personaggio protagonista della propria vita. Alla Nenè frustrata di “Una diga sul pacifico”, ossessionata dall’amaro rapporto con una madre unicamente dedita al fratello Pierre – “Quando ci è mancato lo sguardo innamorato della madre, non basterà nella vita alcun successo a risarcirci. Soprattutto per una figlia femmina la mancanza di quello sguardo si traduce in insicurezza profonda, irreparabile, per tutta la vita e nonostante tutto” – , si alterna la Marguerite quarantaduenne, eroticamente unita a Gérard, conquistato dalla sua voce roca – “Lo schiaccia con la sua intelligenza, con la sua dolcezza, non ha mai incontrato una donna così intelligente e così determinata a convincerlo delle proprie idee” – . Ci si avvicina così alla Margot parigina, amica intima di Jeanne Moreau, amante implacabile di Robert, di Dionys, madre appagata di Outa, comunista eretica, accusata di sabotaggio al partito, di frequentazioni trotzkiste e di assiduità nei locali notturni, “ove regna la corruzione politica, intellettuale e morale”. L’approdo finale è a MD: la Duras di Yann, la sessantaseienne ancora volitiva e seducente, prigioniera di un fascino più grande di lei, cacciatrice inquieta di una preda troppo giovane, troppo acerba nei suoi ventisette anni.
Come è scritto in “C’est tout”, sorta di testamento spirituale della scrittrice, lei stessa è: “un’intelligenza in fuga da se stessa. / Come evasa. / Quando si dice la parola scrittrice a Duras, ha un doppio peso. / Sono la scrittrice selvaggia e inattesa”. Selvaggia e inattesa, questo è. E così, selvaggiamente, visse. “Una vita lunga riassunta in due misere date, e in mezzo? C’è stato tutto l’amore, soltanto quello, tutto l’amore. E un essere umano inconsolabile”.

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