I disegni della stanchezza su carta straccia – di Giulia Ciarapica

La sveglia suonava alle sei, ma il silenzio delle cinque la destava ogni volta. Aveva preso confidenza con quell’ora blanda, le piaceva. Che fuori ci fossero il sole, la pioggia, le nubi, la nebbia, il temporale, quella rimaneva comunque l’ora perfetta: tutto era ancora indecifrabile, promessa dell’avvenire, soffice protezione dalla realtà.
Anche quella mattina Katia aprì gli occhi. La luce si intrufolava tra le fessure delle persiane. Calda e ben augurante, le accarezzava il polpaccio, la coscia, il fianco sinistro.
“Sopravvivere con nonchalance…”
Katia disegnava pensieri di velluto da cucirsi addosso, non voleva ammettere a se stessa che la sua bellezza opaca e dimessa era frutto di una stanchezza senza precedenti, alla quale ogni mattina si abbandonava, cercandone il perché.
Giorgio riempiva ogni angolo della sua vita accartocciata.
Arrancava, all’albeggiare di ogni nuovo giorno, nel tentativo di trasformare la spossatezza di vivere in armonia da rassegnazione.
“Sopravvivere con nonchalance… Con nonchalance. Non è poi così difficile…”
Avrebbe voluto vederlo Giorgio, al posto suo. Con la sveglia delle sei che duole più di quando sua madre si faceva negare al telefono, pronta a vestirsi anche se avrebbe voluto uscire completamente nuda, tanto chi se ne frega, la gente non mi è mai piaciuta, neanche quand’ero piccola, neanche quando pensavo che mio padre fosse una gran bella persona. Ecco, le capitava sempre così. Iniziava a pensare a Giorgio e l’attimo dopo lui diventava lei. E lei si ricordava nuovamente di lui. Ma lui ormai era lei. E lei lo aveva assorbito, era stato necessario. Giorgio senza Katia assomigliava a Proust senza la Recherche.
“Sei riuscito a buttar giù qualcosa?”
“No, credo di non avere appetito oggi.”
“Credi?”
“Credo…credo di…”
“Dai, su, avvicinati. Allunga il braccio, ti ho portato una brioche.”
La mano rugosa di quel novantaduenne appesantito dalla vita e da qualche rimpianto, tremando afferrò la pasta. Il tempo di avvicinarla alla bocca sottile e umida e Katia si era già versata il caffè nero bollente.
“Ti piace?”
Affermativo. L’appetito era tornato, insieme a Katia, insieme alla brioche. E con Katia riaffiorava anche un barlume di tensione, quella spinta vitale che i nonni di ieri tentano di rapire ai nipoti di oggi.
“Sei bello nonno.”
“Mh…” sorrise compiaciuto e commosso.
“Davvero, oggi sei più bello di sempre.”
Lei si nutriva della sua soddisfazione, le sembrava di riuscire a regalargli qualche attimo di quella vita che gli stava sfuggendo di mano, quella vita che aveva deciso di dare le dimissioni da un corpo consumato dal freddo di novantadue inverni, logorato dal sudore di novantadue estati.
“Tu mi vuoi bene, io lo so.”
Continuava a mangiare senza staccare gli occhi dal tavolo. Deglutiva lentamente mentre le dita della mano sinistra tamburellavano sul ripiano di legno chiaro. Pochi capelli bianchi, occhi color notte fonda, qualche onda di tristezza a inumidirli.
“Si, io ti voglio bene nonno. Te ne ho sempre voluto”.
“Sopravvivere con nonchalance…” continuava a pensare Katia. Ma come si fa? Non è vero che è facile come dicono. Non per lui.
La parola sopravvivenza aveva le fattezze di un orribile incubo senza fine, che per Giorgio – Katia ne era cosciente – era l’incubo finale, dal quale inevitabilmente prima o poi si sarebbe svegliato, ma il lieto fine non era previsto.
Giorgio emanava un torpore gelido, di morte. Solo le sue mani odoravano ancora di vita, così possenti, con quelle dita grandi e callose, con le quali afferrava tutto con un fremito ardente, benchè incerto. Il suo corpo, ridotto ad un campo di battaglia, trasudava memoria: l’esistenza di un uomo accovacciato ai piedi del coraggio, armato di ingegno e fine intelligenza, mentre affrontava le tempeste esistenziali e generazionali come fossero soldatini giocattolo.
Adesso, ridotto a brandelli, costretto su una sedia a rotelle, le gambe magre e abbandonate, le narici oltraggiate da un molle tubicino in cui far passare l’ossigeno, non chiedeva altro che una dose massiccia di amore. Che lo scaldasse quando aveva freddo, che gli desse da mangiare quando aveva fame, che lo rincuorasse quando lo sconforto prendeva il sopravvento.
Lei si avvicinò, gli accarezzò la guancia.
La palpebra del suo occhio sinistro vibrò leggermente al tocco delicato di Katia.
“Vuoi riposare un po’? Ti accendo la tv? Cosa vuoi fare?”
“Stare con te. Non andare via, accarezzami ancora un po’, a nonno tuo.”
“Certo, come vuoi tu.”
Starò con te fino a quando fuori non sarà buio, fino a quando non ti addormenterai accantonando per un momento la paura di non esserci più.

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